Midterm Usa, il Congresso passa ai democratici. Trump scarica la sconfitta sui candidati e si prepara a diventare «Mr Veto»
Midterm Usa, il Congresso passa ai democratici. Trump scarica la sconfitta sui candidati e si prepara a diventare «Mr Veto»
Dalla conquista di Camera e Senato alla battaglia per la successione presidenziale: le Midterm ridisegnano gli equilibri politici americani

di Francesca Gerosa 04/11/2026 07:05

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Donald Trump perde il controllo del Congresso e si prepara ad affrontare la seconda metà del mandato con un'opposizione democratica in grado di condizionare, se non bloccare, la sua agenda politica ed economica. Le elezioni di Midterm consegnano infatti ai democratici una vittoria su entrambi i fronti parlamentari, con il superamento della soglia dei 51 seggi al Senato e dei 218 alla Camera. Una svolta che cambia gli equilibri di Washington e apre una nuova fase della presidenza Trump, ma soprattutto anticipa la partita per la successione alla Casa Bianca nel 2028.

La dimensione della sconfitta repubblicana emerge soprattutto dalla geografia del voto. I democratici hanno conquistato cinque seggi precedentemente controllati dai repubblicani in Iowa, Kansas, Ohio, North Carolina, South Carolina e Texas, con quest'ultimo risultato particolarmente significativo per il valore simbolico di uno Stato che da decenni rappresenta una delle principali roccaforti conservatrici.

In diversi casi i candidati repubblicani erano stati scelti personalmente da Trump, nonostante le perplessità espresse da alcuni esponenti dello stesso Partito repubblicano sulla loro capacità di conquistare gli elettori moderati. Il voto si è trasformato così anche in un referendum sulla presidenza. Secondo gli exit poll di Nbc News, il 43% degli elettori ha dichiarato di avere votato anche per manifestare la propria opposizione a Trump.

Ancora più significativo il dato relativo al controllo istituzionale: il 71% degli intervistati, compreso il 41% degli elettori repubblicani, ritiene che il Congresso non eserciti una supervisione sufficiente sull'attività del presidente. Corruzione, costo della vita, immigrazione e guerra in Iran hanno contribuito a determinare il risultato. Ma il messaggio politico è più ampio: una parte consistente dell'elettorato americano chiede un riequilibrio dei poteri e una maggior capacità del Congresso di controllare l'esecutivo.

Per il tycoon si apre, quindi, una stagione particolarmente complicata. La maggioranza democratica nelle due Camere potrà promuovere audizioni, avviare indagini parlamentari, chiedere documenti e sottoporre l'amministrazione a un controllo molto più stringente rispetto a quello garantito finora da un Congresso a maggioranza repubblicana.

Anche la capacità del presidente di far approvare i propri provvedimenti legislativi risulterà inevitabilmente ridimensionata. La seconda parte del mandato rischia così di trasformarsi in un confronto permanente tra Casa Bianca e Congresso, con conseguenze sulla politica fiscale, sulla regolamentazione economica e sulle scelte strategiche degli Stati Uniti.

A guidare la nuova maggioranza alla Camera sarà Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica, destinato a diventare il primo presidente afroamericano: «Daremo vita a un Congresso che mette al primo posto i cittadini comuni», ha detto a caldo. Jeffries dovrà ottenere 218 voti per conquistare formalmente lo Speaker's gavel, il martelletto che simboleggia il controllo dell'assemblea e che lo collocherà al secondo posto nella linea di successione presidenziale. 

Trump scarica la sconfitta sui candidati e si prepara a diventare «Mr Veto»

Dopo la conquista del Congresso da parte dei democratici, il presidente americano ha rivendicato il proprio consenso personale e preso le distanze dal risultato repubblicano: «Non ero sulla scheda elettorale e, se lo fossi stato, avremmo vinto in modo schiacciante», ha dichiarato su Truth Social.

Una presa di posizione che contiene anche un elemento di contraddizione. Nelle settimane precedenti al voto, Trump aveva infatti chiesto agli elettori di comportarsi come se il suo nome fosse comparso direttamente sulla scheda elettorale, trasformando le Midterm in una sorta di referendum sulla propria presidenza. Dopo la sconfitta, ha invece utilizzato proprio la sua assenza dalle schede per spiegare il risultato negativo del suo partito.

La strategia comunicativa è quella di circoscrivere il costo politico della sconfitta, attribuendone le responsabilità ai candidati e alle circostanze locali, senza mettere in discussione la propria leadership. In un altro messaggio ha annunciato che diventerà un «commentatore politico», promettendo di analizzare le ragioni per cui i candidati repubblicani hanno vinto o perso. 

Poi ha individuato responsabilità individuali. In particolare, ha attaccato il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, sostenendo che non avrebbe perso la propria corsa elettorale se negli ultimi sei mesi non si fosse trasformato in un «RINO», acronimo di Republican In Name Only, utilizzato nell'ambiente conservatore per indicare un esponente considerato troppo moderato o non sufficientemente allineato alla linea del movimento Maga.

Trump ha però mostrato di voler evitare una rottura con il nuovo Congresso democratico. In un'intervista al New York Times ha dichiarato di essere «assolutamente disposto ad accettare questi risultati», aggiungendo che la Casa Bianca lavorerà con i dem e che le due parti potrebbero trovare un accordo.

Una disponibilità ribadita anche in un'intervista telefonica a Fox News, nella quale il presidente ha affermato di poter collaborare con l'opposizione su diversi dossier: «Posso lavorare con i democratici su molte cose», ha detto, lasciando aperta la possibilità di intese legislative nella seconda parte del mandato.

Il messaggio conciliatorio convive, tuttavia, con una minaccia molto più netta. Prima ancora dell'Election Day, Trump aveva anticipato che, in caso di vittoria democratica, sarebbe diventato «Mister Veto». Una promessa che ha ripreso attraverso un'immagine pubblicata su Truth Social: un cappellino rosso in stile Maga, ma con la scritta «VETO» al posto del tradizionale slogan «Make America Great Again».

Il simbolo sintetizza la nuova strategia della Casa Bianca. Se i democratici dovessero approvare provvedimenti non graditi all'amministrazione, il presidente è pronto a utilizzare il potere di veto per bloccarli. In un'intervista a Politico aveva già escluso di voler trascorrere gli ultimi due anni del mandato limitandosi a respingere le iniziative dell'opposizione. La sua previsione è che, dopo una prima fase di scontro, i democratici saranno costretti a negoziare.

Il meccanismo istituzionale americano, del resto, rende possibile una simile contrapposizione: il presidente può porre il veto sulle leggi approvate dal Congresso, mentre per superarlo Camera e Senato devono raggiungere una maggioranza dei due terzi. Con entrambe le Camere in mano democratica, Trump si troverà quindi davanti a un interlocutore parlamentare molto più autonomo, ma conserverà strumenti significativi per condizionare il processo legislativo.

Iran e caro carburanti, le due variabili della sconfitta

Nelle interviste successive al voto, Trump ha riconosciuto anche il peso di alcuni fattori economici e internazionali sul risultato repubblicano. In particolare, ha ammesso che il costo del carburante ha penalizzato i candidati del suo partito. Gli elettori, ha spiegato, non hanno gradito dover spendere di più per fare rifornimento.

È un riconoscimento politicamente rilevante, perché il costo della vita e il prezzo dell'energia rappresentano due delle variabili più sensibili per l'elettorato americano. La capacità di garantire benzina a prezzi accessibili è tradizionalmente uno degli indicatori attraverso cui una parte significativa degli elettori valuta l'efficacia della politica economica della Casa Bianca.

Trump ha affrontato anche il tema della guerra in Iran, ammettendo che il conflitto potrebbe aver contribuito alle difficoltà elettorali dei repubblicani. «Credo che l'Iran abbia giocato un ruolo», ha dichiarato a Fox News, aggiungendo tuttavia che gli americani avrebbero compreso l'importanza delle sue decisioni nei confronti di Teheran.

Il presidente non ha mostrato segnali di ripensamento sulla propria strategia. Al contrario, interrogato sulla possibilità di nuove iniziative militari, non ha escluso un ulteriore intervento contro l'Iran. «Dobbiamo fare qualcosa di importante», ha affermato, evocando la possibilità di un «colpo pesante» e ribadendo che Teheran non dovrà mai arrivare a possedere un'arma nucleare.

Le dichiarazioni introducono un elemento di ulteriore incertezza sul fronte internazionale. La guerra con l'Iran, oltre alle implicazioni militari e diplomatiche, ha ricadute dirette sui mercati energetici e sulle aspettative relative ai prezzi del petrolio (il future sul Brent il 4 novembre sale dello 0,40% a 104 dollari al barile). Un eventuale aumento delle tensioni potrebbe tradursi in nuove pressioni sulle quotazioni del greggio e, indirettamente, sui costi di carburanti e trasporti. Un tema particolarmente delicato per un presidente che ha appena riconosciuto come il caro rifornimenti abbia contribuito alla sconfitta elettorale del suo partito.

Nessun rimpasto in vista

Trump ha infine escluso, almeno per il momento, un rimpasto nell'amministrazione. Interrogato da Fox News sulla possibilità di sostituire alcuni membri del governo dopo la sconfitta, ha risposto di non ritenerlo necessario. Il risultato, secondo il presidente, non avrebbe a che fare con la composizione dell'esecutivo, ma sarebbe semplicemente «un momento della storia».

Una spiegazione che punta a evitare che la sconfitta si trasformi in una resa dei conti all'interno della squadra presidenziale. Ma il risultato elettorale apre inevitabilmente un confronto nel Partito repubblicano sulla strategia da adottare nella seconda metà del mandato e sul rapporto tra il movimento Maga e le componenti più tradizionali del conservatorismo americano.

La nuova generazione democratica

La vera novità di queste elezioni di mid term è l'emergere di una nuova classe dirigente democratica, capace di intercettare il malcontento economico e sociale e di trasformarlo in consenso elettorale anche in territori tradizionalmente conservatori.

Il caso più emblematico è quello del Texas, dove James Talarico, 37 anni, ex insegnante di scuola media e deputato statale, ha sconfitto il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, conquistando un seggio al Senato che i democratici non controllavano dal 1988. Formatosi in seminario, Talarico ha costruito parte della propria identità pubblica su una rilettura progressista del cristianesimo, contrapponendo i principi evangelici di solidarietà alle politiche economiche considerate favorevoli ai più ricchi.

Una strategia che gli ha permesso di parlare anche a un elettorato religioso e conservatore, spostando il confronto dalla tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra a quella tra grandi concentrazioni di ricchezza e interessi della maggioranza della popolazione. Istruzione pubblica, sanità e disuguaglianze sono stati i pilastri della sua campagna.

Dal Texas arriva anche Gina Hinojosa, avvocata specializzata in diritti civili e del lavoro, che ha sconfitto il governatore uscente Greg Abbott, mettendo fine a oltre trent'anni di controllo repubblicano sull'esecutivo statale. La sua ascesa politica, partita dalla battaglia contro la chiusura della scuola frequentata dal figlio, si è sviluppata attorno alla difesa dell'istruzione pubblica, alla tutela delle famiglie e alla critica del potere delle grandi imprese. 

Un altro nome destinato a pesare nel futuro del partito è quello di Jon Ossoff, 39 anni, riconfermato senatore della Georgia dopo la vittoria contro il repubblicano Mike Collins. Eletto nel 2021, Ossoff aveva già conquistato una visibilità nazionale grazie alla sua attività di produttore di documentari investigativi su corruzione, criminalità e violazioni dei diritti umani. La campagna elettorale ha ulteriormente rafforzato il suo profilo, soprattutto attraverso una serie di interventi diventati virali sui social network.

La denuncia degli abusi di potere e degli interessi economici legati alla famiglia Trump è stata uno dei temi centrali della sua strategia. Ossoff ha costruito un'immagine di oppositore determinato, con uno stile comunicativo che alcuni osservatori hanno accostato a quello di Barack Obama. Pur avendo escluso un interesse diretto per la corsa presidenziale del 2028, il suo nome è ormai stabilmente inserito nel dibattito sulla futura leadership democratica.

La nuova mappa democratica è caratterizzata anche dalla presenza di figure provenienti da mondi professionali lontani dalla politica tradizionale. In South Carolina, Annie Andrews, pediatra e docente universitaria, ha conquistato un seggio senatoriale sconfiggendo Darline Graham. Il risultato segna il ritorno di un democratico al Senato dello Stato dopo oltre vent'anni e la prima elezione di una donna alla Camera alta per la South Carolina. Andrews ha costruito la propria campagna puntando su sanità accessibile, tutela dei minorie diritti riproduttivi. 

In Ohio, Amy Acton, 60 anni, medico ed ex responsabile della sanità pubblica statale durante la pandemia, ha battuto Vivek Ramaswamy, imprenditore biotecnologico sostenuto da Trump e dal vicepresidente JD Vance. La sua vittoria riporta un democratico alla guida dello Stato dopo sedici anni e segna la prima elezione di una donna governatrice in Ohio. Anche in questo caso, la campagna ha privilegiato i temi del costo dell'assistenza sanitaria, delle difficoltà economiche delle famiglie e delle conseguenze delle politiche federali.

La Georgia offre un altro risultato di portata storica con l'elezione di Keisha Lance Bottoms, 56 anni, già sindaca di Atlanta e collaboratrice dell'amministrazione Biden, che ha sconfitto il miliardario repubblicano Rick Jackson. Bottoms diventa la prima donna afroamericana eletta governatrice di uno Stato americano, riportando i democratici alla guida della Georgia dopo oltre due decenni. 

Nel New Mexico, Deb Haaland, 65 anni, appartenente alla comunità Laguna Pueblo, è diventata la prima donna nativa americana eletta governatrice di uno Stato federato. Già deputata e prima persona indigena a guidare un dipartimento federale, quello degli Interni durante la presidenza Biden, Haaland rappresenta una figura più vicina all'establishment democratico, ma anche un simbolo dell'allargamento della rappresentanza politica. In Illinois, Juliana Stratton, già vicegovernatrice, ha conquistato il seggio senatoriale lasciato libero da Dick Durbin, portando a tre il numero delle donne afroamericane contemporaneamente presenti al Senato. Un'affermazione che conferma il peso della componente afroamericana nella coalizione elettorale democratica e la sua capacità di incidere sugli equilibri nazionali. (riproduzione riservata)