Metalmeccanici, dal 2008 persi oltre 100 mila posti di lavoro. La Fiom lancia l’allarme: Paese vicino al collasso economico
Metalmeccanici, dal 2008 persi oltre 100 mila posti di lavoro. La Fiom lancia l’allarme: Paese vicino al collasso economico
La produzione industriale in Europa continua a calare. La Fiom sottolinea debolezze strutturali e chiede politiche industriali adeguate per affrontare la crisi

di Alessandro Rigamonti  14/05/2026 09:34

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La Fiom lancia l’allarme: «L’industria metalmeccanica e conseguentemente il Paese sono ad un passo dal collasso economico». E sono i numeri a certificare la preoccupazione del sindacato: oltre 100mila posti di lavoro persi dal 2008 ad oggi, circa 6.250 all’anno. Inoltre, nei primi mesi del 2026 le ore di cassa integrazione corrispondono a 132mila lavoratori a rischio. «Il mondo delle imprese e le istituzioni devono assumersi una responsabilità», ha detto il segretario generale, Michele De Palma, durante l’assemblea nazionale a Bari. «La nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, e quindi occorre da subito intervenire per bloccare i licenziamenti e le delocalizzazioni, a partire dai settori strategici come nei casi delle principali crisi industriali in corso come Electrolux, Stellantis ed ex Ilva».

Reindustrializzazione e doppia transizione

La Fiom ha detto che la reindustrializzazione e la doppia transizione non sono solo obiettivi economici, ma scelte e politiche per ricostruire la capacità produttiva e aumentare la qualità del lavoro. Per raggiungere questi obiettivi, De Palma ha spiegato che il governo, insieme alle imprese e ai sindacati, deve definire «un piano straordinario di investimenti per garantire l’occupazione per sostenere la ricerca, lo sviluppo e la produzione a partire da un intervento sul costo dell'energia e per consolidare e far crescere la dimensione industriale nel Paese». E ha aggiunto: «Occorre anche favorire l’aggregazione d’impresa e la rigenerazione dell’occupazione».

Il sindacato è preoccupato del gap tecnologico tra Europa e nazioni come Usa e Cina. Per ridurlo, la Fiom scommette sui giovani. Ma questi vanno aiutati mettendo in campo politiche ben precise: «È necessario un piano straordinario per l’industria dotato delle risorse necessarie a investire nell’innovazione tecnologica anche con la presenza in equity di capitale pubblico per raggiungere gli obiettivi programmati per sviluppare occupazione nei settori industriali strategici», ha detto De Palma. «A fronte dell’innovazione tecnologica occorre intervenire per aumentare i salari delle persone, e ridurre l’orario di lavoro, salvaguardando l’occupazione».

Arretra la produzione in tutta Europa

«In Europa la situazione è in peggioramento anche in prospettiva per tutto il 2026». Questo lo scenario riportato dal centro studi della Fiom e illustrato da Massimo Gaddi. La produzione industriale, secondo il report, è risultata in calo sia a dicembre 2025 (0,6%) che a gennaio 2026 (-1,5%) rispetto a un anno fa. Inoltre, a gennaio 2026 il livello di produzione industriale si è attestato al di sotto dell'1,9% rispetto alla media registrata al quarto trimestre del 2025.

Secondo le previsioni del Fmi, nello scenario meno preoccupante, nell’area euro la crescita è prevista in declino, dall’1,4% del 2025 all’1,1% del 2026 e all’1,2% nel 2027, con una previsione al ribasso di 0,2 punti percentuali per ciascun anno rispetto alla previsione di gennaio 2026. «Si evidenzia una ripresa occupazionale ancora inferiore ai livelli del 2008 a causa di un’evidente debolezza strutturale e di lungo periodo, che devono essere affrontate attraverso adeguate politiche industriali. La produzione industriale mostra un arretramento di lungo periodo in quasi tutti i settori – in particolare nella siderurgia, nell’automotive, nell’elettrodomestico -, ad esclusione di aerospazio, navalmeccanica e difesa», ha spiegato Gaddi. Che ha aggiunto: «Le debolezze strutturali dell’industria metalmeccanica italiana possono essere riconducibili alla piccola dimensione d’impresa, all’incompletezza delle filiere industriali, all’inadeguatezza della struttura industriale a fronte della doppia transizione, al crollo dei settori industriali di produzione dei beni di consumo di massa, ad un livello molto basso di investimenti e alla doppia dipendenza dall’estero, sia nelle importazioni che nelle esportazioni».(riproduzione riservata)