Metalli industriali, la scommessa cambia: le azioni da comprare e vendere nei prossimi 12 mesi
Metalli industriali, la scommessa cambia: le azioni da comprare e vendere nei prossimi 12 mesi
Dopo il rally del rame AlphaValue vede più potenziale nell’alluminio nei prossimi 6-12 mesi. Antofagasta insegna. Le azioni su cui puntare e quelle da evitare e la coppia long/short migliore

di Francesca Gerosa 21/08/2026 20:00

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Due metalli, due termometri dell’economia industriale: rame e alluminio. Entrambi stanno attraversando una fase interessante sui mercati, tra quotazioni elevate, domanda strutturale, tensioni sull’offerta e nuove incognite geopolitiche. Sebbene abbiano registrato una forte performance a partire dagli annunci sui dazi statunitensi di inizio 2025 (+59,5% e +26,2%, rispettivamente), i fattori fondamentali alla base di questo andamento sono diversi e, in alcuni casi, contrastanti, osserva Varun Sikka, analista di AlphaValue. 

Sebbene il rame sia stato molto volatile, ora presenta un vantaggio rispetto all’alluminio: ha riconquistato i suoi massimi storici a 14.527,50 dollari per tonnellata a gennaio di quest’anno, il rivale di sempre no (record a 4.073,50 dollari per tonnellata a marzo 2022 sulla scia dell'invasione russa dell'Ucraina e dei conseguenti timori sulle forniture).

I dazi Usa

I timori relativi alle tariffe Usa hanno innescato una corsa verso la maggior parte dei metalli di base, poiché i mercati temevano un’applicazione generalizzata delle tariffe. Ma l’amministrazione Trump è stata selettiva nel colpire: ha escluso completamente i catodi di rame raffinato e ha preso di mira solo i prodotti di rame semilavorati e finiti.

Nei mesi successivi gli Usa hanno assorbito il 58% delle scorte globali di rame detenute presso le borse, mentre la loro quota di consumo è appena del 6%. La Cina, invece, rimane il più grande consumatore mondiale (oltre il 55%), nonostante le difficoltà economiche. Per quanto riguarda l’alluminio, invece, sono entrati in vigore dazi significativi: prima del 25% a marzo 2025 e poi del 50% a giugno.

Di conseguenza, il metallo bianco non ha registrato un accumulo di scorte importante e/o di natura speculativa. L’aumento del prezzo, spiega Sikka, è in larga parte dovuto a problemi strutturali e/o preesistenti relativi ai fattori produttivi, in particolare all’energia che di solito rappresenta il 25-30% dei costi operativi della produzione di alluminio. Di fatto, a differenza del rame, si è verificato un calo significativo delle scorte statunitensi.

Il fattore guerra

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha complicato la situazione, poiché i costi energetici sono aumentati ancora di più e anche le forniture di alluminio provenienti dal Medio Oriente, che rappresentano l’8-9% dell’offerta globale, sono state interrotte. Di conseguenza, i piani ambiziosi Usa per rilanciare le proprie capacità di produzione di alluminio inattive hanno subito un duro colpo e potrebbero non diventare mai una realtà. Questo, avverte Sikka, può portare gli Stati Uniti, prima o poi, ad acquistare alluminio dalla Russia. Ma le probabilità che ciò avvenga rapidamente sono basse, considerando la recente nuova escalation delle tensioni tra Ucraina e Russia.

Il ruolo dell’AI

L’altro fattore chiave, e forse più importante, alla base del rialzo del rame è stata l’euforia legata all’intelligenza artificiale. Mentre la disponibilità di finanziamenti e l’appetito degli investitori rimangono forti (nonostante un modello di business ancora non dimostrato), le esigenze di mega-infrastrutture, che vanno dai data center alle reti elettriche fino ai semiconduttori/chip, hanno rappresentato un grande beneficio diretto per il rame.

Anche per l’alluminio, i fattori legati all’AI sono forti, ma in qualche modo più indiretti. Innanzitutto, con l’accelerazione degli investimenti, si è verificata una corsa alla costruzione di data center con più richiesta di energia. I produttori di alluminio sono già grandi consumatori di energia. Con l’accordo di pace in Medio Oriente in bilico, è improbabile che i problemi energetici dei produttori di alluminio vengano completamente risolti in futuro.

Occhio alla bolla

«Siamo stati piuttosto cauti nei confronti della corsa speculativa del rame e, di conseguenza, verso i produttori minerari fortemente esposti a questo metallo, come Antofagasta, colosso minerario anglo-cileno controllato dalla famiglia cilena Luksic e quotato alla borsa di Londra», sottolinea Sikka. La scorsa settimana, Antofagasta ha ridotto la previsione sulla produzione di rame per il 2026 a 625.000-655.000 tonnellate, rispetto alla stima precedente di 650.000-700.000 tonnellate.

Colpa della sospensione a luglio delle attività presso la miniera di Los Pelambres dopo che piogge eccezionali hanno spinto il governo cileno a dichiarare lo «stato di emergenza nazionale» nella regione di Coquimbo. Inoltre, sebbene BHP, la più grande società mineraria quotata al mondo, abbia riportato un utile annuale (l’esercizio chiude il 30 giugno) oltre le attese e proiezioni sulla produzione di rame promettenti (può aumentarla fino al 40% entro il 2035), «non si possono escludere rischi e ostacoli alla produzione, come quelli evidenziati da Antofagasta», indica l’esperto di AlphaValue.

Nel complesso, «riteniamo che uno scenario «orso» per i produttori di rame sia ancora plausibile, poiché prezzi e margini eccezionalmente elevati non sono mai una realtà duratura», avverte. «Questo vale anche per il minerale di ferro, che è stato tra i metalli estratti più redditizi del settore e per un periodo di tempo prolungato». Pertanto, anche se i prezzi del rame dovessero rimanere favorevoli, sebbene i timori di una bolla dell’AI siano in aumento, la pressione su utili, margini e flussi di cassa sembra inevitabile, secondo l’esperto.

La nuova scommessa

Quanto all’alluminio, la questione della disponibilità di energia a costi sostenibili nel settore è un problema destinato a durare. Si ricorda che il settore era già alla ricerca disperata di energia a prezzi accessibili prima dello scoppio della guerra. Non sorprende, quindi, che persino un colosso come Rio Tinto abbia avuto bisogno dell’intervento del governo australiano per salvare un importante impianto di fusione nel Paese.

In più, con i problemi recenti a monte, ovvero quelli relativi all’allumina (la materia prima principale per produrre alluminio), evidenziati da società come Alcoa e Norsk Hydro, la situazione è diventata più complessa. Di conseguenza, i rischi di un ribasso dei prezzi, a differenza del rame, sono trascurabili. «Prevediamo prezzi dell’alluminio ancora forti nei prossimi 6-12 mesi. Questo può essere favorito dalle prese di profitto sulle posizioni di ipercomprato sul rame e dal fatto che gli investitori inizino a inseguire la prossima grande scommessa sul metallo di base destinato a essere il vincitore. Nel complesso, ci piacciono sia l’alluminio sia il rame nel lungo periodo, ma considerando un orizzonte d’investimento di 6-12 mesi, siamo ottimisti sull’alluminio e cauti sul rame», precisa Sikka.

La coppia vincente

E il modo migliore per sfruttare quest’opportunità di mercato, tutt’altro che semplice, consiste nell’effettuare un’operazione di pair trade: long Norsk Hydro e short Antofagasta, un suggerimento che ha già prodotto un rendimento superiore al 5% dalla fine di luglio. «Ricordiamo che Norsk Hydro si trova in una posizione più favorevole rispetto alla maggior parte dei suoi concorrenti in termini di accesso alle materie prime e ai fattori produttivi strategici, in particolare per quanto riguarda l’energia pulita», aggiunge l’analista di AlphaValue che considera Salzgitter (buy e target price a 68,7 euro, upside del 31,6%) e Glencore (add e target price a 644, upside del 16,3%) best picks (si veda la tabella sotto) e Antofagasta (sell e target price a 2.847, downside del 21,3%) e Aurubis (reduce e target price a 188, upside del 10,6%) worst picks.

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