Ci sono numeri che, sui mercati, sono semplicemente numeri. E poi ci sono numeri che diventano una specie di calamita psicologica. Il 5% sul Treasury americano a 10 anni appartiene decisamente alla seconda categoria. Questa settimana il rendimento ha superato il 5% per la prima volta dal 2023, riportando al centro della scena il grande tema del costo del debito. Petrolio oltre 100 dollari al barile, inflazione ancora fastidiosa e deficit pubblici elevati stanno spingendo verso l'alto i rendimenti a lunga scadenza. Il problema è che questa volta non sembra soltanto una fiammata passeggera: i Treasury sono avviati verso il settimo mese consecutivo di rialzi dei rendimenti. Il 5% potrebbe attirare compratori, ma alcuni strategist vedono anche il 5,5% come possibile prossimo approdo.
Berenberg ha declassato Stellantis da buy a hold: il recupero dei margini, soprattutto in Nord America, sta procedendo più lentamente del previsto. Le consegne sono cresciute del 32%, ma la leva operativa è rimasta sotto il 10% e le scorte sono tornate a 100 giorni. Negli Usa i nuovi modelli rappresentano una carta importante, mentre in Europa la concorrenza cinese e la pressione sui prezzi rendono più difficile trasformare i volumi in profitti. Nel settore auto sono solo due i buy di Berenberg.
Da una bocciatura a una promozione. Jefferies ha avviato la copertura di Danieli con un rating buy. La tesi è che la società possa beneficiare di oltre 30 miliardi di euro di investimenti necessari per trasformare la siderurgia europea entro il 2030, ma anche di un ciclo di investimenti globale che coinvolge Stati Uniti, Medio Oriente, India e Sud-est asiatico. A rendere interessante la storia è anche la valutazione: il titolo tratta a 3,2 volte l’ev/evitda 2027 contro le 11,2 dei competitor considerati. Uno sconto eccessivo.
Equita mette a segno un primo semestre 2026 da record grazie all’area Global Markets, spingendo Kepler Cheuvreux a rivedere decisamente al rialzo le stime, il target price e il rating a buy. Mentre Intesa Sanpaolo resta più prudente e conferma il giudizio neutral, pur alzando il prezzo obiettivo. Resta centrale la politica dei dividendi: per il 2026 Kepler conferma 0,40 euro per azione, pari a un rendimento vicino al 7%, tra i più elevati del comparto finanziario italiano. Ma anche il perfezionamento delle operazioni con Iccrea e Xenon Private Equity, che potrebbero aggiungere ricavi e sinergie e rafforzare ulteriormente il gruppo. Kepler Cheuvreux ha già fatto quattro conti e si aspetta un Capital Markets Day tra fine novembre e inizio dicembre, con Equita chiamata a presentare la nuova strategia e i nuovi obiettivi di medio periodo.
Mentre Trevi è al centro dell’m&a, contesa tra l’opa di Webuild a 4,50 euro cash per azione e l’ops di Icop che propone un concambio di 0,133 azioni. Secondo Kepler Cheuvreux, entrambe potrebbero permettersi un eventuale rilancio, con un costo aggiuntivo stimato in 11 milioni per Webuild e 66 milioni per Icop.
La geopolitica ha trovato un modo piuttosto diretto per entrare nei portafogli: facendo salire i titoli della difesa. Pure questa settimana Thales, Rheinmetall, Bae Systems, Saab e Leonardo sono stati su di giri. Soprattutto dopo la notizia che il Giappone starebbe valutando di portare la spesa per la difesa verso il 3,5% del pil nei prossimi dieci anni, dal poco meno del 2% attuale. Mentre Leonardo, tra le top picks di Citi, potrebbe beneficiare anche di una partita negli Stati Uniti. L’uscita di Northrop Grumman dalla gara per il sistema di addestramento della US Navy lascia infatti il consorzio che propone l’M-346N di Leonardo e Textron come unico concorrente rimasto.
Passiamo all’altro grande protagonista della geopolitica: l’energia. E qui la notizia meno rassicurante è che il prossimo shock potrebbe arrivare dal gas prima ancora che dal petrolio. Secondo Intesa Sanpaolo, l’Europa si avvicina all’inverno con scorte di gas molto inferiori alla media, maggiore dipendenza dal gas naturale liquefatto e minori flussi dal Golfo. Nello scenario più negativo, il TTF potrebbe arrivare a 140 euro/MWh nel quarto trimestre del 2026 e a 126 euro nel primo trimestre del 2027, contro uno scenario base rispettivamente di 70 e 63 euro. Il paradosso è che il petrolio, nonostante le tensioni nello Stretto di Hormuz, sta mostrando una resilienza maggiore del gas. L’offerta aggiuntiva di Stati Uniti, Guyana e Brasile, insieme alla minor domanda e all’utilizzo delle scorte, sta contribuendo a contenere la pressione sul Brent.
Ed ecco che torna Eni. Barclays ha alzato il target price, confermando il giudizio overweight, anche grazie al nuovo accordo con Pdvsa sul giacimento Junín 5 in Venezuela. Eni diventa operatore esclusivo del campo, che dispone di 35 miliardi di barili di riserve certificate e potrebbe passare dagli attuali 12 mila barili al giorno a 200 mila in una prima fase, con un potenziale molto più elevato negli anni successivi. Barclays, per ora, ha inserito nelle proprie valutazioni soltanto la prima fase del progetto, attribuendole un valore attuale netto di 3,9 miliardi di dollari. Le fasi successive potrebbero aggiungere ulteriore valore. Prudenza, insomma, anche quando sotto terra ci sono miliardi di barili, prima o poi bisogna pur tirarli fuori.
È tutto per oggi. Continuate a seguirci per ulteriori approfondimenti nel prossimo numero di Follow the report e se pensate che possa interessare a qualcuno inoltrate la newsletter.
Francesca