Meloni vuole più investimenti di Netflix e streamers nel cinema italiano. Ecco cosa ne pensano i produttori
Meloni vuole più investimenti di Netflix e streamers nel cinema italiano. Ecco cosa ne pensano i produttori
La certezza di un quadro normativo e temporale secondo Anica è la priorità. Le case di produzione auspicano poi maggiore trasparenza da parte delle piattaforme

di Ester Corvi   29/05/2026 21:58

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Da una parte la premier Giorgia Meloni che, in occasione dell’incontro il 25 maggio a Palazzo Chigi con il co-ceo di Netflix Ted Sarandos, ha sottolineato «l’importanza strategica degli investimenti nel settore audiovisivo e creativo», dall’altra le polemiche che non si placano per il taglio deciso da questo governo ai fondi destinati al cinema. Come si conciliano le due esigenze? I produttori plaudano al fatto che la presidente del Consiglio abbia acceso un faro sull’importanza dell’industria audiovisiva, ma nello stesso tempo si aspettano che le parole siano seguite dai fatti, partendo proprio dalle piattaforme di streaming.

«Per incrementare gli investimenti di questi grandi player in Italia sarebbe auspicabile la certezza di un quadro normativo e temporale. I grandi streamer internazionali pianificano i budget su base pluriennale: l'assenza di scadenze certe e i continui cambi in corsa delle regole (come i criteri di accesso al Tax Credit) paralizzano i comitati semestrali dei passaggi di produzione (i cosiddetti greenlight) » dice Federica Lucisano, presidente dell’Unione produttori di Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche Audiovisive e digitali). Un piano triennale vincolante sarebbe lo strumento fondamentale per dare stabilità: «Le piattaforme devono sapere oggi quali saranno le aliquote fiscali e i requisiti d'accesso tra 24 o 36 mesi. La certezza dei tempi di emanazione dei decreti attuativi e dei decreti di concessione evita il blocco dei flussi di cassa, permettendo alle società locali di produrre senza dover ricorrere a costose linee di credito bancarie ponte» aggiunge Lucisano. In una fase di mercato che, secondo Roberto Sessa, patron della società di produzione cinematografica e televisiva Picomedia, è «complicata non solo perché siamo in una congiuntura generale particolarmente sfavorevole, ma anche perché nel nostro settore sono cambiate radicalmente alcune norme che regolavano il mercato. La burocrazia poi complica tutto, causando forti ritardi. Se invece fosse più agevole potrebbe dare ossigeno».

Più trasparenza

Alcuni produttori lamentano poi la mancanza di trasparenza delle maggiori piattaforme. A questo proposito Marina Marzotto, ad di Propaganda Italia e presidente di Dedalus, (l’alleanza dei produttori originari) ritiene che se gli streamers sono una grande opportunità, non solo per gli investimenti ma anche perché permettono di diffondere le opere a livello internazionale, «i controlli devono essere chiari, puntuali e trasparenti per tutti, comprese le piattaforme e i broadcaster». il riferimento è innanzitutto alla quota che sono obbligati a investire in produzioni nazionali. Nel novembre 2021 è stata infatti recepita la direttiva Eu dal Tusma (Testo Unico dei Servizi Media Audiovisivi), che stabilisce obblighi di programmazione e investimento per broadcaster e piattaforme di streaming in Italia. Gli obblighi di programmazione sono per una quota pari al 30% del catalogo. Gli obblighi di investimento al 16% dei propri introiti netti annui in Italia, riservando almeno il 70% a opere di espressione originale italiana. Ma Marzotto si chiede «è effettivamente così? I giganti dello streaming non forniscono i loro dati, o almeno io non ne ho mai visti pubblicati, mentre l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni - che dovrebbe essere il controllore, già nel 2024 era pronta a dare "flessibilità" a questi obblighi». A suo parere serve quindi «da parte loro una maggiore trasparenza sugli investimenti che fanno in Italia, anche in virtù del fatto che le produzioni originali nel nostro Paese beneficiano di credito d'imposta e spesso anche di fondi selettivi nazionali e regionali. Altrimenti c’è un’asimmetria evidente rispetto ai produttori indipendenti che devono giustamente rendicontare in maniera puntuale gli aiuti che ricevono dallo Stato».

Gli investimenti delle piattaforme

«La richiesta della presidente del Consiglio a Ted Sarandos di rafforzare gli investimenti di Netflix in Italia è un riconoscimento di un fatto industriale» dice Simona Ercolani, ceo di Stand by Me, perché l’Italia non è soltanto un grande set, ma un Paese capace di generare storie, talenti, maestranze e competenze con una reale circolazione internazionale». Netflix stessa ha ricordato di aver distribuito oltre mille titoli italiani dal 2015 e di aver girato produzioni originali in più di cento città. «Sono numeri» aggiunge Ercolani, «che esprimono una cosa semplice: l’Italia ha appeal globale e merita di essere trattata dalle piattaforme allo stesso livello dei principali mercati europei, anche come volume di investimenti». Proprio se si guarda agli investimenti delle maggiori piattaforme di streaming per Paesi, l’Italia è terza con 1,58 miliardi di dollari stimati da Ampere Analysis, a notevole distanza dal Regno Unito, protagonista indiscusso con 4,27 miliardi di dollari, e dalla Spagna con oltre 3 miliardi. Entrando poi nel merito delle singole piattaforme, in Italia Amazon Prime Video è prima con investimenti previsti quest’anno per 675 milioni di dollari, seguita da Netflix (618 milioni), da Disney+ (223 milioni) e, con un forte distacco, da Paramount+ con 14 milioni.

Il ruolo dell’industria audiovisiva

La quantità non è l’unico parametro : «Chi produce conta anche la qualità dell’investimento: quanti progetti vengono sviluppati con produttori italiani, quante Ip (Intellectual property) nascono qui, quante professionalità crescono, che parte della filiera resta sul territorio. Inoltre, questo lavoro ha bisogno di certezze. Un progetto audiovisivo richiede spesso due anni tra ideazione, sviluppo, produzione e messa in onda. Per questo la stabilità normativa, a partire dal tax credit, è essenziale: senza regole chiare e prevedibili, anche gli investimenti diventano più fragili» prosegue Ercolani.

D’altra parte attraverso i film e le serie tv, l'Italia non esporta solo immagini, ma il proprio stile di vita, la propria storia e i propri valori. «Il contenuto locale diventa così il veicolo commerciale invisibile ma efficacissimo di tutto il brand Italia. L'incremento dei volumi produttivi generato dai grandi player non si limita al successo della singola serie o film, ma innesca un effetto moltiplicatore su base industriale» con ricadute importanti sul territorio,  sottolinea Lucisano. Dal governo i produttori si aspettano quindi azioni in tempi brevi, per rilanciare il circolo virtuoso. (riproduzione riservata) .