Il governo «è già ripartito da un pezzo». La primavera orribile dell’esecutivo non ferma la premier Giorgia Meloni, che almeno nelle intenzioni non molla e rilancia: presto un piano per l’economia che punterà su misure sui salari, il caro bollette e il piano casa. Sempre che la Commissione Europea autorizzerà aiuti alle imprese e alle famiglie tassando gli extraprofitti energetici, sospendendo magari il Patto di Stabilità e convincendo soprattutto la Bce a non adottare misure di austerità monetaria.
Un vasto programma che sembra più da inizio legislatura, ma che si rende necessario alla luce della crisi scaturita dalla guerra in Medio Oriente. Ma la premier, secondo quanto può rivelare MF-Milano Finanza, non ha alcuna intenzione di restare nella palude e da giorni è alla ricerca di soluzioni di politica economica che annuncerà formalmente durante l’atteso discorso che terrà in Parlamento questa settimana.
Una relazione successiva alla sconfitta al referendum sulla giustizia e necessaria per tracciare la traiettoria della futura azione di governo dopo le dimissioni di un ministro, di un capo di gabinetto e di un capogruppo.
Da quel weekend di fine marzo, giorno della consultazione referendaria dove ha prevalso il No, le cose sono peraltro oltre modo peggiorate con il rischio shock energetico sempre più concreto, Bankitalia che ha annunciato un pericolo recessione nel 2027 se la guerra di Donald Trump e di Israele in Iran non si fermerà, e la Bce che si prepara ad aumentare i tassi per combattere il ritorno dell’inflazione.
La presidente del Consiglio affronta la sua tempesta perfetta e a chi ha potuto parlarle, in questi ultimi giorni, commenta: speriamo che la banca centrale non faccia una mossa «sbagliata», che sarebbe appunto aumentare il costo del denaro nel momento in cui tutta l’economia europea rischia di fermarsi senza benzina e necessiterebbe di tutto, meno che di una stretta monetaria. Questo è il passaggio fondamentale, la pietra angolare su cui costruire la ripartenza della maggioranza.
Intanto, Meloni ricorda quanto è stato fatto in attesa che l’Eurotower si riunirà nelle prossime settimane: dall’indicazione rapida del nuovo ministro del Turismo nella figura di Gianmarco Mazzi, alla proroga e all’ampliamento del decreto accise, mentre si sta lavorando «agli altri provvedimenti».
In questo contesto, la premier attende appunto «prima di avere il quadro europeo e della Bce» per poi dare il via ad una serie di provvedimenti che riguarderanno «il lavoro e il piano casa», che potrebbero concretizzarsi, a ridosso del Primo Maggio, in incentivi sui salari, contrasto all’occupazione povera e nel consolidamento della ricerca di partner importanti da affiancare a Cassa Depositi e Prestiti nella predisposizione di misure per la costruzione di alloggi per giovani, così come rivelato da Milano Finanza del 3 aprile scorso.
Ma la batosta del referendum pesa ancora, anche se la leader di Fratelli d’Italia rimanda al mittente le critiche di chi le chiede perché ha sposato una riforma della giustizia più cara a Silvio Berlusconi che a lei. È stata fatta la riforma della giustizia «perché era giusto così», spiega a chi ha avuto modo di parlarle a ridosso della Pasqua di lavoro passata in parte in Medio Oriente per la crisi di Hormuz, perché nel Paese non si può accettare che decidano ancora gruppi di potere. Così proseguendo, questo il suo ragionamento, «non si potrà crescere» e vi saranno sempre 25 miliardi di mancati investimenti l’anno per colpa della giustizia.
Quanto al nodo delle carceri, che comunque non sarebbero migliorate se fosse passato il Sì al referendum, c’è già un piano straordinario del governo, mentre la velocità dei processi «sarebbe cambiata molto», perché essa dipende dal fatto che non ci sono sanzioni disciplinari neanche quando qualcuno deposita sentenze con quattro anni di ritardo. Un tema ripetuto molte volte durante la campagna referendaria.
Per quanto riguarda invece la mancanza di certezza del diritto, per la numero uno di Palazzo Chigi questo vulnus dipende dal fatto che non c’è «meritocrazia», un problema che coinvolge peraltro altri settori del Paese. «Ma il popolo ha sempre ragione», chiosa Meloni, che assicura di avere da tempo voltato pagina.
Ora c’è da preparare la parte finale del programma prima del voto delle politiche e dunque non si può sbagliare, perciò sul lavoro «si sta andando avanti come sul piano casa», due elementi fondamentali per la vita di milioni di italiani.
Ma le incertezze restano molte e non dipendono dal governo né dall’economia italiana. Sul tavolo restano le previsioni della Banca d’Italia. Un graduale rafforzamento dell’economia tricolore è previsto solo dal 2027, con l’attenuarsi delle pressioni sui prezzi. Questo ovviamente non nello scenario avverso, che significa un perdurare, anche nei prossimi mesi, della fiammata inflattiva e della riduzione della crescita.
In questo contesto negativo, la crescita economica nazionale risulterebbe significativamente più bassa nel 2026 (-0,5% rispetto allo scenario base, quindi sarebbe pari a zero) e soprattutto nel 2027 (-1,1% rispetto allo scenario base, quindi -0,6%).
Uno scenario da incubo, che potrebbe peggiorare se la Bce decidesse di alzare il costo del denaro per fronteggiare l’aumento dell’inflazione e se la Commissione Europea non varerà una tassa sugli extraprofitti energetici, come chiesto dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e altri quattro colleghi europei e non sospenderà il Patto di Stabilità.
La presidente del Consiglio appare determinata e di fatto rappresenta la benzina dell’esecutivo, ma il destino del suo governo dipende ormai da fattori esogeni e non solo dalla volontà di andare avanti.
Un percorso difficile che potrà essere superato se l’Italia, proprio attraverso la voce della premier, si farà sentire in Europa: in gioco non c’è solo la caduta dell’economia ma l’essenza stessa della coesione dell’Unione. Molto più di un singolo governo, di un singolo destino, di una singola consultazione elettorale. (riproduzione riservata)