In quale direzione sta andando l’Europa? Con gli Stati Uniti di Donald Trump che si stanno allontanando dal supporto - militare ma non solo - al Vecchio Continente, il concetto di sovranità è sempre più prioritario nelle agende dei decisori politici. L’Unione Europea, come specificato anche dal Rapporto Draghi del 2024, deve essere sempre più indipendente dal punto di vista della difesa, dell’energia, della tecnologia.
È d’altronde innegabile che, nell’economia e nella finanza mondiali, l’Europa sia sempre più marginale. Nell’indice di mercato Msci World la prima economia Ue per capitalizzazione (dati al 29 aprile) è la Francia, che vale appena il 2,5% della capitalizzazione totale. Considerando l’Europa allargata, solo il Regno Unito supera il 3%.
Se al calderone si aggiunge lo scenario geopolitico attuale, con un mondo sempre più polarizzato e un mercato sempre più volatile, le sfide che l’Europa sta affrontando diventano ancora più complesse. Per un investitore si presenta un bivio: è meglio scommettere sulla sovranità europea oppure su quei titoli del continente che, all’infuori della loro area, rientrano tra i leader internazionali dei loro settori?
La domanda non ha una risposta univoca, ma come spesso accade in questi casi a cercare una chiave di lettura è stato il mercato degli Etf: proprio questa settimana BlackRock ha quotato quattro fondi-indice Ucits (cioè con passaporto europeo) che non si basano solo sull’area geografica, ma sui bacini dei ricavi delle società quotate. Si tratta dei comparti iShares Europe Domestic Focus e iShares Europe Foreign Focus (gli altri due sono le versioni britanniche), focalizzati su due sotto-indici dello Stoxx 600 - le prime 600 blue chip per capitalizzazione nei mercati dell’Europa allargata - filtrati per quote di fatturato: nel Domestic rientrano i titoli che generano più del 50% dei ricavi nel Vecchio continente (attualmente 5.300 miliardi di euro capitalizzazione), nel Foreign quelli con almeno la metà del fatturato nei mercati globali (9.670 miliardi la market cap).
Entrambi gli indici sono stati lanciati dal provider Stoxx all’inizio di quest’anno, ma ne sono stati calcolati i rendimenti retrospettivi a partire dal 2015. Negli ultimi cinque anni l'indice focalizzato sull’economia domestica avrebbe generato - seppur con tutte le cautele del caso, visto che non si tratta di rendimenti reali - un ritorno annualizzato del 7,2% (quasi un punto in più dello Stoxx 600 generalista), mentre quello proiettato ai mercati globali ha messo a segno una performance annualizzata dell’8,2%. Il tutto con una volatilità inferiore: 14,2% annualizzato per il Foreign, 14,9% per il Domestic.
L’elemento più interessante però è la composizione stessa dei portafogli. Le tabelle in basso raccolgono le prime dieci quotate di ciascun indice. Come si può notare, i campioni dell’economia domestica sono perlopiù aziende dell’Unione Europea (quindi in euro e con il rischio di cambio più contenuto), con una forte concentrazione su banche (28% dell’indice), utility (13%) ed energia (9%). Negli ultimi tre anni queste aziende - tra cui compaiono le italiane Unicredit, Intesa Sanpaolo ed Enel - hanno generato un total return del 145% e hanno ancora, secondo il consenso Bloomberg, un potenziale di crescita medio del 16% (ma c’è chi supera il 50%).
L’indice Foreign ha tutta un’altra impostazione. In primo luogo, è molto meno euro-centrico: Regno Unito (quindi sterlina) e Svizzera (franco) dominano l’indice con il 46% della capitalizzazione di mercato totale. Il benchmark è a forte trazione industriale anche se il primo settore, con oltre il 19%, è tecnicamente un comparto difensivo: quello sanitario (in top ten spiccano nomi come AstraZeneca, Novartis e Roche). La tecnologia vale l’11%. Nulla in confronto agli indici americani, ma comunque oltre tre punti in più rispetto allo Stoxx 600 generalista. Le prime dieci società in portafoglio hanno realizzato, negli ultimi tre anni, un total return medio del 79% e hanno un potenziale di upside a dodici mesi di poco inferiore al 17% medio.
La struttura degli indici racconta in modo chiaro il modo in cui possano essere utilizzati in una strategia di investimento. L’indice Domestic è un benchmark da difesa - peraltro con un rischio valutario molto ammortizzato -, quello Foreign può essere un valido alleato per giocare in attacco. Un elemento confermato dagli altri fondamentali degli indici: quello sulle quotate domestiche ha un rapporto prezzo-utili attesi di 12 volte, contro le 17 dei campioni internazionali. Che a loro volta hanno un rendimento da dividendo del 2,9%: le azioni domestiche arrivano addirittura al 4%.
In chiave di costruzione tattica del portafoglio, la scelta dell’uno o dell’altro indice può essere inoltre un modo, per l’investitore, per posizionarsi in base alla propria visione macroeconomica e perfino geopolitica, «orientando l’esposizione tra componenti domestiche e internazionali e aumentando la diversificazione strategica», come sottolinea BlackRock nella documentazione di lancio. Gli investitori, in buona sostanza, «possono detenere entrambe le esposizioni e decidere consapevolmente quale quota dell’allocazione regionale sia guidata dalla domanda del mercato domestico rispetto ai flussi di ricavi globali». (riproduzione riservata)