Per Mediobanca e i suoi principali azionisti è partita la conta in vista dell’assemblea del 21 agosto, chiamata a esprimersi sull’ops per Banca Generali. La decisione di stringere sui tempi rispetto alla scadenza del 25 settembre ha spiazzato il mercato e gli avversari del ceo Alberto Nagel. Le autorizzazioni sono in arrivo: venerdì 1° agosto è stato formalizzato l’ok Antitrust, mentre a metà mese è previsto l’ok Bce.
La convocazione sarà ufficializzata dopo il cda di Generali chiamato mercoledì 6 a valutare gli accordi distributivi proposti da Mediobanca e probabilmente a ridurre la durata di 12 mesi del lock-up sul 6,5% del Leone con cui Piazzetta Cuccia intende saldare il deal. Se l’ops su Banca Generali andrà in porto, le conseguenze saranno dirompenti per il risiko finanziario Milano-Siena che coinvolge anche Trieste.
L’operazione complicherebbe la scalata da 13,3 miliardi che Mps ha lanciato su Mediobanca e segnerebbe la fine dello storico legame tra la merchant bank e le Generali, modificando la governance della compagnia guidata da Philippe Donnet. Finora Piazzetta Cuccia ha svolto il ruolo di socio di riferimento con il suo 13,1%, ma nel nuovo scenario il baricentro del Leone potrebbe spostarsi su un nuovo azionista di peso, capace di stabilizzare gli assetti di governo e ripristinare la coesione tra i grandi soci.
Già a giugno l’assemblea di Mediobanca era stata rinviata per l’assenza di un accordo con Generali ma soprattutto per i forti dubbi sull’esito del voto. Allora il fronte del no aveva superato il 40% del capitale di Piazzetta Cuccia, rendendo la bocciatura dell’ops un esito molto probabile. Oggi il management, e non solo, scommette su un verdetto diverso.
Tra i contrari certi figura Francesco Gaetano Caltagirone, che si opporrà all’ops con il suo 10%. Meno scontata appare la posizione di Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio. A giugno il ceo Francesco Milleri aveva giustificato l’astensione spiegando che per valutare l’ops serviva prima conoscere il parere di Generali, di cui Delfin ha una quota del 9,9%. Dopo il 6 agosto, quando dal Leone è attesa una valutazione favorevole, la cassaforte lussemburghese non avrà più alibi e dovrà prendere posizione.
Discorso analogo per i Benetton, presenti in Mediobanca con il 2,2% e in Generali con il 4,8% in pancia ad Edizione. Il nuovo statuto della holding nordestina affida la gestione degli investimenti al presidente Alessandro Benetton e all’amministratore delegato Enrico Laghi, che a giugno erano orientati all’astensione. Che faranno a Ponzano Veneto? Di sicuro nel nuovo scenario questa linea non verrà confermata e la famiglia dovrà esporsi con una scelta di campo.
Ancora più incerta è la posizione di Unicredit. Tra maggio e giugno la banca aveva rastrellato l’1,9% di Piazzetta Cuccia sia direttamente sia per conto di clienti con l’opzione a salire fino al 4%. Una strategia simile a quella adottata in Generali, dove in vista del rinnovo del cda l’istituto aveva costruito e poi parzialmente smontato un pacchetto del 6,5%. Secondo quanto riferito da MF-Milano Finanza, la quota nella merchant sarebbe ancora nelle disponibilità dell’istituto, ma le scelte di campo potrebbero cambiare.
A giugno per il ceo Andrea Orcel conveniva schierarsi sul fronte del no per guadagnare credito politico nei confronti del governo in funzione di uno sblocco dell’impasse su Banco Bpm. Oggi però, dopo lo scontro frontale con Palazzo Chigi sul golden power e il ritiro dell’ops su Piazza Meda, la posizione del banchiere potrebbe essere cambiata radicalmente. C’è chi ci scommette.
Anche le casse di previdenza sono una variabile in bilico. Con una quota complessiva del 5,5% detenuta da Enpam (1,98%), Enasarco (2,52%) e Cassa Forense (circa l’1%), questi enti saranno protagonisti decisivi della partita. A giugno c’era chi scommetteva su un voto contrario delle casse, ma oggi lo scenario si presenta più incerto.
Fra questi attori prevalgono considerazioni di mercato: nel caso in cui da Rocca Salimbeni non arrivasse un rilancio sostanzioso, che pure il ceo di Mps Luigi Lovaglio non ha escluso, il voto andrà a sostenere l’operazione del management per gli effetti benefici che avrà sul titolo e sul patrimonio degli enti stessi. Per Cassa Forense in aggiunta il nuovo appuntamento assembleare ferragostano mal si concilia con un iter interno che prevede la convocazione di un consiglio ad hoc.
La scommessa del management è quindi che il fronte del no si riduca, disperdendo i 5-6 punti percentuali di vantaggio rilevati prima dell’assemblea di giugno. Tra gli investitori istituzionali invece non sono attese variazioni rilevanti. Amundi, asset manager di Crédit Agricole, dovrebbe respingere l’offerta su Banca Generali, proprio come intendeva fare a giugno, vista la stretta relazione tra la banque verte e il Tesoro. Al contrario, con Nagel potrebbero schierarsi i grandi fondi, supportati dai giudizi positivi espressi dai proxy a giugno.
La risposta degli oppositori potrebbe consistere in una strategia di rafforzamento delle loro quote in Mediobanca attraverso acquisti mirati di azioni. Questa tattica ridurrebbe l’incertezza sull’esito dell’assemblea ma rischierebbe di spingere al rialzo il titolo facendo aumentare lo sconto, sceso sotto il 2% venerdì 1° agosto.
L’assemblea rappresenta dunque l’ostacolo principale per il piano di Nagel, ma non l’unico. Sul mercato si fanno strada speculazioni sulle possibili contromosse degli avversari di Mediobanca. Una prima ipotesi prevede la richiesta di revoca dell’attuale board, che potrebbe essere inserita a sorpresa nell’ordine del giorno dell’assise del 21 agosto o portata all’attenzione in una nuova assemblea convocata tra fine mese e inizio settembre.
Un’altra opzione per bloccare l’ops consisterebbe nel chiedere il ritiro dell’offerta dopo l’8 settembre, termine di chiusura della scalata senese. Un cambio di controllo potrebbe infatti mettere a rischio l’operazione, a patto che la proposta di Mps raccolga oltre il 50% del capitale di Piazzetta Cuccia. Eventualità non scontata, specie senza un rilancio credibile da parte del Monte. (riproduzione riservata)