Manovra 2027, pensioni meno ricche per i redditi medio-alti. Ecco quanto ci guadagna lo Stato
Manovra 2027, pensioni meno ricche per i redditi medio-alti. Ecco quanto ci guadagna lo Stato
Fino a 1.000 euro in busta paga in meno, rispetto all’adeguamento automatico all’andamento dell’inflazione previsto per legge. Così il governo cerca di tamponare i costi della rivalutazione previdenziale

di Silvia Valente 02/11/2026 14:39

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Dal 2027 i pensionati più ricchi vedranno il loro assegno ridursi fino a un massimo di 1.000 euro, mentre lo Stato risparmierà 1,4 miliardi di euro di spesa pensionistica all’anno per i prossimo triennio.

Lo prevede il testo bollinato della manovra 2027, intervenendo sul meccanismo delle rivalutazioni: l’adattamento all’inflazione al 100% varrà solo per le pensioni che valgono massimo quattro volte il minimo dell’Inps.  

Cos’è la rivalutazione

La rivalutazione è il meccanismo che permette di adeguare gli assegni all'aumento dei prezzi, con l'obiettivo di proteggere il potere d'acquisto dei pensionati.

Il calcolo per il 2027 si basa sull’inflazione registrata nel corso del 2026 rispetto al 2025: stando alle stime preliminari di ottobre l’inflazione attesta per il 2026 è pari a +3,4%. 

Il meccanismo della rivalutazione automatica degli assegni per i pensionati è molto costoso per le casse pubbliche. E vista l’esigenza primaria del governo Meloni di mantenere in equilibrio i conti pubblici, la manovra prevede di fare cassa rivedendo questo meccanismo, a favore dei meno abbienti: si passa dal sistema per scaglioni a quello per fasce.

Le sei fasce

Nello specifico, la legge di bilancio per il 2027, dunque, prevede la rivalutazione al 100% solo per gli assegni pari o inferiori a quattro volte il trattamento minimo Inps (611,85 euro), pari a 2.447,4 euro. Dopodiché la rivalutazione viene progressivamente tagliata: per i trattamenti «pari o inferiori a cinque volte» il minimo (3.059,25 euro), la rivalutazione è dell'85%; la rivalutazione è del 53% per gli assegni «superiori a cinque volte» il minimo e «inferiori a sei» (fino a 3.671,1 euro); del 47% tra sei volte il minimo e otto volte il minimo (4.894,8 euro); del 37% per quelli tra otto volte il minimo e 10 volte il minimo (6.118,5 euro); del 32% sopra 10 volte il minimo.

Dunque, gli assegni medio-alti vengono rivalutati solo parzialmente, con una percentuale decrescente che arriva fino al 32% per quelli più elevati, oltre dieci volte il minimo. Se l'inflazione riconosciuta ai fini della rivalutazione fosse del 3%, una pensione che beneficia dell'adeguamento pieno aumenterebbe del 3%. Per un assegno soggetto alla percentuale minima del 32%, invece, l'incremento sarebbe invece dello 0,96%.

La misura non comporta, quindi, un taglio nominale degli assegni, ma una riduzione degli aumenti riconosciuti rispetto a quelli che sarebbero spettati con una rivalutazione integrale.

Concretamente quindi, con il nuovo meccanismo, chi ha una pensione mensile lorda di 2.500-3.000 euro perderebbe circa 100 euro annui. E la perdita potenziale cresce man mano che le pensioni salgono: per gli assegni più elevati, ossia dai seimila euro lordi in su, si arriva fino al migliaio di euro annui. Al contrario, nulla perderebbe chi ha una pensione mensile fino a duemila euro lordi: con l'adeguamento al 100% dell'inflazione si avrebbero aumenti mensili di circa 45-60 euro.

I risparmi per lo Stato

La stretta sulla rivalutazione delle pensioni come prevista dalla manovra consentirà allo Stato di risparmiare 14,2 miliardi di euro in dieci anni, fino al 2036. Lo precisa emerge la relazione tecnica allegata alla legge di bilancio, che quantifica in 8,5 miliardi il risparmio complessivo al netto degli effetti fiscali. Lo Stato sosterrà una minore spesa pensionistica solo nel primo triennio di 1,476 miliardi di euro l'anno, al lordo degli effetti fiscali, di 885 milioni netti, considerando anche le minori entrate tributarie.

Questa differenza dipende dal fatto che gli aumenti delle pensioni concorrono alla formazione del reddito imponibile: se gli incrementi riconosciuti sono più contenuti, diminuiscono anche le imposte che lo Stato incassa su quei redditi. La relazione tecnica della manovra calcola i risparmi annui fino al 2036, che inizieranno progressivamente a ridursi dal 2030 e riguardano i conti pubblici.

Da segnalare che l'anno prossimo il sistema previdenziale tornerà al meccanismo di indicizzazione analogo a quello applicato nel 2023. Tre anni fa il sistema a sei fasce aveva prodotto risparmi per circa 2,1 miliardi netti, saliti a circa 4,1 miliardi nel 2024 per effetto del trascinamento. La misura aveva superato il vaglio della Corte costituzionale, che aveva riconosciuto le eccezionali esigenze di tenuta della finanza pubblica. (riproduzione riservata)