Il sistema bancario italiano «ha il dovere di aiutare lo Stato nel miglio decisivo per la sostenibilità della finanza pubblica», afferma il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, nel suo intervento alla Giornata Mondiale del Risparmio commentando il contributo chiesto al settore nella manovra. «Tutte le componenti del Paese devono contribuire al perseguimento del percorso di risanamento della finanza pubblica, in primis chi, come il sistema finanziario, ha beneficiato dei risultati del risanamento negli scorsi anni: ci rendiamo conto che sono oneri significativi ma che riteniamo nel complesso assorbibili e senza riflessi negativi». Giorgetti ricorda che «nelle situazioni difficili lo Stato con le Gacs ha aiutato il sistema bancario e il sistema bancario ha il dovere di aiutare lo Stato».
Il ministro si è poi rivolto al presidente dell'Abi Antonio Patuelli, che era intervenuto prima dal palco per criticare le misure della manovra a carico delle banche: «Più volte in queste settimane ho parlato di barca da proteggere in caso di burrasca, caro Patuelli siamo sulla stessa barca».
A proposito di manovra, il titolare del Mef, ha voluto rivendicare soprattutto il salvadanaio previdenziale per i nuovi nati. «Nel risparmio e nella previdenza il tempo è tutto. Proprio per questo, come annunciato, la Legge di bilancio istituirà ogni fondo valore nuovi nati, che assegna ai nuovi nati dal 2027, una posizione individuale di risparmio alimentata da un contributo statale annuo di 100 euro fino alla maggiore età, che potrà essere incrementato da eventuali versamenti familiari attraverso una specifica detrazione fiscale. È una misura di cui vado orgoglioso. Personalmente la ritengo la più importante della Legge di bilancio», ha precisato Giorgetti.
Certo la manovra 2027 «è prudente, più prudente di quanto molti avrebbero voluto». Però, ha ribadito il ministro, la stabilità dei conti «viene prima di qualsiasi politica economica. Nessuna impresa programma, se non sa il costo del credito, nessuna banca presta, se i titoli oscillano a ogni turbolenza. Prima la stabilità, poi la crescita. Questa è una lezione che l'Italia ha imparato», ha chiosato Giorgetti.
D’altronde in questi 4 anni «abbiamo adottato una linea di prudenza, anche quando rinviare avrebbe procurato un consenso più immediato. Dal 2024 lo Stato incassa più di quanto spende al netto degli interessi: è tornato l'avanzo primario, prima forma di risparmio della nazione» ma «non abbiamo tagliato il futuro, abbiamo chiuso le misure dell'emergenza, che rischiavano di trascinarsi nel tempo e ridotto trasferimenti e incentivi e le entrate sono crescite con un'occupazione mai così alta. È la differenza tra un aggiustamento destinato a durare nel tempo e uno che si guasta nel volgere di pochi mesi».
Per di più, gli interessi sul debito sono la prima spesa che lo Stato paga ogni anno, «prima di qualsiasi altra, e l’unica che nessuno vota: quasi novanta miliardi, quanto il Paese spende per l’istruzione dei suoi figli». Tutto ciò che «decidiamo per il futuro, pensioni, sanità, difesa, tasse più basse, si finanzia con quello che resta dopo aver pagato il prezzo dei disavanzi accumulati in passato», ha evidenziato Giorgetti.
Il 2026 ci ha ricordato «a che cosa servono quattro anni di prudenza. La stabilità si costruisce prima che serva, perché quando serve non si compra più: l’inflazione europea è tornata quasi al 4 per cento (la drammatica conseguenza delle guerre sulle materie prime energetiche), la Banca centrale ha rialzato i tassi, il nostro decennale è salito intorno al 4,5». E se sui tassi internazionali un governo può poco, «sul premio che paga per il proprio debito, invece, può molto». E infatti, ha continuato il numero uno del Mef, lo spread, pur risalito nelle settimane più tese, «rimane inferiore a quello di Paesi con un merito di credito incredibilmente migliore del nostro». Se, invece, avessimo continuato con i disavanzi di prima, «al rialzo dei tassi di tutti si sarebbe aggiunto un rialzo soltanto nostro, lo spread. E il prezzo lo avrebbero pagato per primi i risparmiatori, perché il valore dei titoli che hanno in portafoglio scende nel giro di poche settimane, mentre il costo per lo Stato, gli interessi, cresce in anni».
È responsabilità dello Stato anche «conquistare la fiducia di chi risparmia, con conti credibili e promesse mantenute, e di chi amministra il risparmio facendo il proprio mestiere, che è quello di custodire il denaro degli altri, trasformarlo in credito per le famiglie e il tessuto produttivo, oltre che in capitale per le imprese», ha dichiarato Giorgetti. Dal canto loro, gli italiani continuano a risparmiare, «ma più della metà guarda ai prossimi anni con preoccupazione e più di un terzo tiene i risparmi sul conto corrente. Il risparmio di chi ha paura si difende, non investe».
Anche se, segnala il ministro, «nessun altro cambiamento pesa sul risparmio come quello demografico: si allungano gli anni in cui si vive con ciò che si è accumulato, si accorciano quelli in cui non si accumula».
Ecco che, ha anticipato Giorgetti, «nelle prossime settimane, costituirò, in sinergia con Banca d'Italia, un tavolo con fondi pensione, casse previdenziali, assicurazioni e Fondazioni, perché il risparmio di lungo periodo trovi in Italia opportunità coerenti con i propri mandati». Visto che ad oggi «i fondi pensione investono in imprese italiane meno del 3 per cento del loro patrimonio».
Il governo «ha adempiuto ai suoi doveri sul fronte dei conti pubblici», ha rivendicato Giorgetti ricorda gli impegni e le richieste annunciate lo scorso anno dal palco della giornata dell’Acri: tre su quattro riguardavano impegni del governo che sono stati fatti (addendum al Protocollo Acri-Mef, riforma del Tuf e della previdenza complementare) «poi ho chiesto più dinamismo nel credito, soprattutto verso le imprese piccole: tre su quattro, quelle che competevano al governo sono state fatte, la quarta quella che competeva alle banche solo in parte». «È vero», aggiunge, «sono cresciuti gli impieghi alle imprese più grandi ma per le imprese più piccole sono diminuiti per il quarto anno di seguito». C’è anche un problema di domanda, ha ammesso il ministro, ma «per questo è importante che le banche svolgano il ruolo di accompagnare le imprese».
Il sistema bancario italiano è «solido e redditizio ed è un patrimonio del Paese. È un sistema plurale e la pluralità va salvaguardata», ha sottolineato Giorgetti, rimarcando come sia importante che accanto ai grandi gruppi bancari che competono sui mercati europei debbano sopravvivere anche le piccole realtà del credito locale. Quelle «banche popolari, cooperative e locali, che conoscono i territori, i volti, le energie e le storie di chi fa impresa, perché la concorrenza non si misura nelle statistiche: si misura nelle possibilità di scelta di chi cerca credito, con gli occhi dell'imprenditore». (riproduzione riservata)