Il governo fa di nuovo cassa per oltre 6,2 miliardi di euro con Piazza Affari per finanziare la manovra. Il contributo chiesto dall’esecutivo Meloni - senza accordo preventivo - a banche, assicurazioni e società energetiche, che pesano per il 60,9% del Ftse Mib, vale 5,7 miliardi. A questa cifra si sommano 500 milioni di euro che il governo punta a raccogliere con il secondo raddoppio della Tobin Tax nel giro di due anni. Il contributo dell’aumento dall’attuale 0,2 allo 0,4% dell’imposta sulle transazioni finanziarie dal 1° gennaio 2027 è previsto in crescita nei prossimi anni, forse in scia all’andamento positivo di Piazza Affari, visto che nel 2029 - stando a quanto risulta a MF-Milano Finanza - dovrebbe toccare quota 1,7 miliardi. La misura ha scatenato le reazioni degli operatori di borsa, a cominciare da AssoNext. L’aliquota salirebbe allo 0,4% sugli acquisti di azioni, strumenti finanziari partecipativi e titoli rappresentativi di società con capitalizzazione pari o superiore a 500 milioni, negoziati sui mercati regolamentati o sistemi multilaterali. Per gli altri acquisti l’aliquota salirebbe dallo 0,4 allo 0,8%.
Il nuovo incremento farebbe dell’Italia il Paese europeo con la legislazione più sfavorevole per gli investimenti azionari. «Su un acquisto di 10 mila euro in borsa si pagavano 10 euro nel 2025 e se ne pagano 20 nel 2026. Con l’aumento si arriverebbe a 40 euro contro zero a Francoforte o Amsterdam», segnala l’Associazione Intermediari Mercati Finanziari.
Il confronto con gli altri Paesi europei è sfavorevole anche sulle soglie. In Francia l'aliquota è già dello 0,4%, ma sono esenti le società con capitalizzazione inferiore al miliardo, mentre in Italia la soglia è 500 milioni. In Spagna la soglia è la stessa della Francia, con aliquota dello 0,2%. Germania e Paesi Bassi non applicano alcuna imposta.
L'associazione ricorda inoltre che l'imposta non grava sugli intermediari ma sugli investitori e penalizza quindi l'investimento nelle imprese italiane. In effetti si applica tutte le volte che un risparmiatore movimenta il proprio portafoglio azionario comprando quotate Piazza Affari. Il che quindi tende a disincentivare gli investimenti nelle società italiane proprio in una fase in cui la borsa milanese registra l’uscita di molte imprese, che evidentemente non trovano nel listino un adeguato sostegno alla propria crescita.
Per fare cassa nel breve periodo si rischia di non tenere adeguatamente conto degli effetti negativi di medio e lungo periodo che alcune scelte fiscali possono determinare. La Tobin Tax consente infatti di ottenere mezzo miliardo di gettito ostacolando però il sostegno della borsa all’economia italiana.
Qualche spiraglio di speranza però c’è. Per ora l’unico strumento di valutazione del raddoppio dell’aliquota dell’imposta sulle transazioni finanziarie sono i dati del Dipartimento delle Finanze, che non registrano crolli delle compravendite sulla piazza milanese. Secondo il Bollettino delle entrate tributarie, nei primi otto mesi del 2026 la Tobin Tax ha portato all'Erario 917 milioni contro i 472 dello stesso periodo del 2025: +94,3%. In otto mesi, inoltre, l'incasso ha già superato quello dell'intero 2025, pari a 710 milioni. Numeri che hanno superato anche la stima della relazione tecnica della manovra dello scorso anno, che per il raddoppio delle aliquote prevedeva 337,3 milioni di maggiori entrate su base annua.
Questi dati testimoniano che con le aliquote raddoppiate e con un gettito cresciuto di poco meno del 100% la base imponibile, cioè il controvalore delle operazioni tassate, ha subito solo una lieve flessione. Dopo il primo raddoppio non si è quindi verificato il temuto crollo degli scambi, ma nemmeno una crescita.
Però è una misura degli impatti dell’imposta parziale, perché riguarda solo il gettito diretto, mentre andrebbero considerati gli effetti indiretti sugli scambi, sui ricavi e sulle imposte collegate.
Il nuovo raddoppio della Tobin Tax non solo renderà ancora più costose le transazioni a Piazza Affari ma soprattutto è un segnale dell’instabilità normativa italiana. Una caratteristica che disincentiva investimenti e investitori. Al mondo finanziario nonché ai risparmiatori non resta che sperare che nella versione definita della manovra cambi qualcosa su questo fronte. Parola al Parlamento. (riproduzione riservata)