Il governo Meloni chiede, nuovamente e senza preavviso, un contributo al mondo finanziario a copertura della manovra. Per il solo 2027, si legge nel Documento programmatico di Bilancio, si tratta di quasi 5 miliardi.
Le risorse da versare nelle casse pubbliche per finanziare l’ultimo ddl Bilancio della legislatura sono chieste a tutto il mondo finanziario «non soltanto a banche e alle assicurazioni. Dunque devono essere coinvolte anche Cassa depositi e prestiti e altre realtà», ha sottolineato il vice premier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine del Welfare Italia Forum, ribadendo la sua contrarietà a tassare i profitti.
«Gli extraprofitti non esistono. Bisogna trovare un modo per far sì che ci sia un contributo in un momento particolare», ha aggiunto, ma «con una visione non punitiva del sistema bancario, del sistema assicurativo e di altri settori imprenditoriali». Per Tajani l'intervento deve anche tenere conto «della specificità delle banche di prossimità, banche di credito operativo, banche popolari che non possono non essere tutelate perché sono quelle che poi erogano prestiti ai piccoli imprenditori e alle famiglie».
Al di là del valore quantitativo il Dpb non fornisce, infatti, altre indicazioni pragmatiche sul contributo chiesto al mondo finanziario. Innanzitutto non svela come sarà ripartito l’onere fra banche, assicurazioni e altre realtà del comparto, tra cui broker, paytech e sgr, visto che il testo indica genericamente il «settore finanziario». Poi si parla generalmente di «misure», senza quindi esplicitare la modalità del nuovo contributo richiesto al settore.
Da escludere però, come hanno ribadito più volte i due vice premier Matteo Salvini e Antonio Tajani, che si tratterà di una tassa vera e propria o sugli extraprofitti. L’ipotesi che circola maggiormente, in Parlamento e tra gli addetti ai lavori, è che si replichi quanto messo in atto con la legge di bilancio dello scorso anno almeno per banche e assicurazioni, già all’epoca coinvolte.
Per le banche, quindi, tra gli interventi allo studio c’è un ulteriore aumento dell’Irap (salito già dal 4,65% al 6,65% nella scorsa manovra per il triennio 2026-28) di un altro punto percentuale per un anno. Non sono poi da escludere interventi sui crediti fiscali scontabili in anni futuri, legati agli avviamenti (Dta), a strumenti finanziari e alla svalutazione crediti. Sul tavolo anche l’ipotesi di un aumento dell’Ires.
Un copione replicabile per le assicurazioni. Per le compagnie, come per le banche, si potrebbe guardare alle Dta (Deferred Tax Assets) iscritte nei bilanci. Così, invece di introdurre una tassa sugli extraprofitti, lo Stato potrebbe modificare le regole con cui le compagnie deducono o ammortizzano l’avviamento e le imposte anticipate negli anni futuri, obbligandole di fatto a versare l’imposta in anticipo o a posticipare i benefici fiscali ottenibili.
Altra leva da utilizzare potrebbe essere un ulteriore aumento dell’aliquota Irap, ormai arrivata - con l’incremento del 2% nella scorsa legge di bilancio sopra citato - al 7,9%. Sempre sulla scorta di quanto deciso in passato, lo scorso anno all’incremento dell’Irap per le assicurazioni è stato aggiunto l’anticipo dell’85% dei contributi sui premi delle assicurazioni dei veicoli e dei natanti che vanno al Servizio Sanitario Nazionale (pari al 10,5% dei premi). Con la manovra di quest’anno, si potrebbe portare l’anticipo dell’85% al 100%, con un nuovo incasso di 250-280 milioni.
Ma il governo ha bisogno di più e non sono esclusi colpi di scena, visto che lo stesso mondo finanziario attende ancora dettagli. Diverse fonti, riferiscono che il mondo bancario resta contrario a un nuovo esborso, alla luce dell’accordo triennale da 10 miliardi sancito solo lo scorso anno. Per di più, la notizia è arrivata senza una negoziazione e senza preavviso. Però, alle proteste del mondo bancario, il ministro Giorgetti da Bangkok risponde: «Non è che cambiamo le regole, sono cambiate le circostanze». (riproduzione riservata)