Il disegno di legge di Bilancio per il 2026, approvato il 30 dicembre dalla Camera con 216 sì, introduce numerose misure in materia di lavoro e welfare con un duplice obiettivo: incentivare le assunzioni e sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori in un contesto ancora segnato dagli effetti dell’inflazione. Tra gli interventi più rilevanti, all’interno di una manovra arrivata a valere circa 22 miliardi di euro, figura l’aumento della soglia di esenzione fiscale dei buoni pasto elettronici, che passa da 8 a 10 euro giornalieri.
A partire dal 1° gennaio 2026, i buoni di valore fino a 10 euro al giorno saranno completamente esenti da imposte e contributi. Resta invece invariata a 4 euro la soglia di esenzione per i buoni pasto cartacei. Per i lavoratori che utilizzano i buoni elettronici al massimo del valore consentito, il beneficio può tradursi in un risparmio annuo che arriva a circa 440 euro netti, contribuendo in modo concreto a contrastare l’erosione del potere d’acquisto.
Il buono pasto si conferma il benefit più diffuso in Italia, utilizzato da oltre 3,5 milioni di persone e fondamentale anche per bar, ristoranti e grande distribuzione. Secondo il presidente dell’Anseb, Associazione Italiana Società Esercenti Buoni Pasto, Matteo Orlandini «l’adeguamento a 10 euro va nella direzione giusta: rende più competitivo il sistema delle imprese, sostiene i pubblici esercizi e attiva un effetto moltiplicatore sui consumi, contribuendo a rimettere al centro l’economia reale e i bisogni delle famiglie».
Per l’Associazione Italiana Società Esercenti Buoni Pasto, la misura contenuta nella Legge di Bilancio 2026 «rafforza il ruolo di questo strumento come leva strategica di welfare aziendale». Secondo Orlandini, si tratta di «un segnale concreto di attenzione del governo e del Parlamento al potere d’acquisto di milioni di lavoratrici e lavoratori», in un contesto in cui dal 2020 l’inflazione sui soli beni alimentari è cresciuta di oltre il 25%. «Con la nuova soglia», conclude, «si potranno ottenere quasi 500 euro netti aggiuntivi all’anno per lavoratore, consentendo alle imprese di rafforzare le politiche di welfare senza aumentare il costo del lavoro». (riproduzione riservata)