Manovra 2027, la ricchezza finisce nel mirino del Fisco. Ecco tutti i dubbi sulla Exit Tax che spaventa i capitali
Manovra 2027, la ricchezza finisce nel mirino del Fisco. Ecco tutti i dubbi sulla Exit Tax che spaventa i capitali
Dopo Tobin e tassazione degli extraprofitti, con la nuova Exit Tax l’Italia rischia di ridurre la sua attrattività fiscale. Per questo Tajani annuncia a Milano Finanza modifiche in Parlamento

di di Camilla Conti e Silvia Valente 06/11/2026 21:00

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La manovra del governo Meloni tassa troppo la ricchezza? Il dubbio sorge spontaneo se all’inasprimento della Tobin tax e al prelievo su banche, assicurazioni e società energetiche si aggiunge anche la tassa per chi vuole lasciare l’Italia dopo aver portato il suo patrimonio sotto le Alpi. «Forza Italia è contraria a qualsiasi misura che rischi di penalizzare le imprese, scoraggiare gli investimenti e frenare la crescita economica. Per questo lavoreremo in Parlamento per correggere la manovra anche nella parte sull’Exit tax». Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, annuncia a MF-Milano Finanza la battaglia del suo partito contro la nuova tassa sulle plusvalenze latenti di chi appunto trasferisce all’estero la residenza fiscale. «Non possiamo, da una parte, legiferare per rendere l’Italia più competitiva e attrattiva e, dall’altra, introdurre misure che vanno in direzione opposta, rischiando di ostacolare la libertà d’impresa e la mobilità degli investimenti», avverte Tajani. Secondo cui «la crescita si favorisce attirando capitali, non facendo scappare gli investitori». E richiama anche il rischio per le imprese innovative: «Oltretutto, a esserne penalizzate sarebbero proprio le startup italiane».

Il paradosso fiscale denunciato dal leader azzurro è quello di un Paese che prima ha attirato i grandi patrimoni internazionali con la flat tax e ora rischia di scoraggiarli con l’exit tax. Dal 2027, secondo il disegno di legge di Bilancio, chi è stato residente in Italia per almeno sei degli ultimi dieci anni e possiede attività finanziarie per almeno 800 mila euro potrebbe pagare un'imposta generalmente del 26% sulle plusvalenze non ancora realizzate, se lasciasse il paese.

Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo del resto ha già aperto alla possibilità di correggere la norma. Tra i nodi principali figurano l'esclusione delle startup (difficile determinare il valore delle partecipazioni non quotate), il tema delle pmi innovative, l’acconto del 50% e le regole di valutazione.

L’exit tax non esiste a Dubai o in Svizzera 

Una novità fiscale per l’Italia, che però è già vigente in diversi Paesi europei, tra cui, ad esempio, la Germania, la Francia, la Danimarca e i Paesi Bassi. Il modello scelto è quello francese: Parigi ha introdotto l'exit tax nel 2011, salvo poi alleggerirla nel 2019. L'Italia ne riprende la soglia degli 800 mila euro e il requisito dei sei anni di residenza negli ultimi 10, ma introduce condizioni più onerose per chi si trasferisce in un altro Paese europeo. In Francia il pagamento può essere sospeso automaticamente, la proposta italiana richiede invece un acconto del 50% e una garanzia. Si è scelto dunque di importare uno strumento già controverso, senza recepirne integralmente i correttivi. Da segnalare che, invece, i regimi fiscali particolarmente attrattivi per i super ricchi, quindi i principali competitor italiani, come Svizzera, Monaco e Dubai, non includono generalmente norme simili.

E non è l’unico segnale che rischia di raffreddare l’interesse degli investitori internazionali per il Paese. Sullo sfondo resta anche il dibattito sulla possibile tassazione degli extraprofitti delle imprese, a partire da banche e società energetiche. Un intervento che potrebbe penalizzare le valutazioni delle società quotate e ridurre l’attrattività di Piazza Affari rispetto alle altre borse europee. Il problema non è soltanto quanto si paga, ma soprattutto la prevedibilità delle regole: se un’impresa che realizza utili superiori alle attese rischia di essere colpita da un prelievo straordinario, gli investitori potrebbero incorporare questo rischio nei prezzi dei titoli o scegliere altri mercati.

I due nodi tecnici da sciogliere

L’attuale formulazione della Exit tax in manovra presenta principalmente due nodi da sciogliere, ha precisato a Milano Finanza, Stefano Schiavello, Partner di Sts Deloitte. Da un lato, l’attuale bozza del testo normativo non contiene un’esclusione esplicita per le attività estere dei soggetti che beneficiano della flat tax. Tuttavia, secondo una possibile lettura, tale esclusione sarebbe preservata dal riferimento alle «disposizioni ordinariamente applicabili» contenuto nella norma stessa e di conseguenza per i soggetti che beneficiano della flat tax la misura in esame troverebbe concreta applicazione solo con riferimento alle attività italiane.

Dall’altro lato, l’attuale bozza del testo normativo sembra includere anche le plusvalenze formate in epoca anteriore al trasferimento in Italia del contribuente che successivamente migra all’estero. Su questo punto in particolare, si rilevano «temi di incompatibilità con il sistema internazionale, penso in particolare al diritto unionale» e nondimeno «vi è il rischio di sovrapposizione con la potestà impositiva del Paese di residenza del contribuente al momento della cessione dell’asset».

Sulla stessa linea di pensiero, Domenico Ponticelli, partner di PedersoliGattai, che individua possibili «profili di incompatibilità con il diritto della Ue. Il caso più delicato riguarda chi arriva in Italia con un patrimonio maturato all'estero, vi risiede per almeno sei anni e poi si trasferisce nuovamente. Nella formulazione attuale, l’exit tax rischia di colpire anche le plusvalenze formatesi prima dell’ingresso in Italia. L'imposta, infatti, sarebbe calcolata sulla differenza tra il valore degli investimenti al momento dell’uscita e il loro costo di acquisto fiscalmente riconosciuto, senza distinguere adeguatamente la quota maturata prima della residenza italiana». Nelle conclusioni del 15 ottobre sulla causa polacca C-430/25, l'avvocata generale della Corte Ue Juliane Kokott ha contestato proprio la tassazione di plusvalenze precedenti all'acquisizione della residenza fiscale nello stato di uscita. Ponticelli segnala inoltre il mancato coordinamento esplicito con la flat tax dei neo-residenti e auspica «emendamenti mirati» in sede parlamentare.

Il rischio boomerang per capitali e talenti

L’Istituto Bruno Leoni parla di «patrimoniale mascherata» e avverte: «Una tassa sulle uscite è una tassa sulle entrate». Il ragionamento, d’altronde, è lo stesso che il governo ha concretizzato nel nuovo Testo Unico della Finanza (Tuf): per incentivare le quotazioni a Piazza Affari servono anche meccanismi facili per uscire dal listino, ossia per poter optare per il delisting senza complicazioni. Ecco che quindi l’introduzione dell’exit tax potrebbe produrre esattamente l'effetto opposto a quello voluto: anziché trattenere la ricchezza in Italia, incentiva a crearla all'estero.

Il rischio boomerang riguarda anche l'attrazione dei talenti internazionali. Pensiamo a un dirigente di Microsoft trasferito a Milano, remunerato anche attraverso azioni e stock option che non può vendere per diversi anni. Se dopo sette anni ricevesse una promozione a Francoforte, potrebbe trovarsi a dover pagare il 26% su plusvalenze mai incassate, magari ricorrendo a un prestito bancario per versare l'imposta. Non parliamo di milionari che si trasferiscono ai Caraibi per vivere di rendita, ma di manager, tecnologi, esperti di intelligenza artificiale e cybersecurity che si spostano continuamente per ragioni professionali. Proprio le competenze delle quali l'Italia ha più bisogno. Il rischio investe anche il settore finanziario, dove una parte significativa delle remunerazioni variabili viene corrisposta in azioni soggette a vincoli pluriennali. Come possiamo lamentare la carenza di specialisti nella sicurezza informatica e contemporaneamente introdurre una misura che rischia di scoraggiarne il trasferimento in Italia?, si chiedono i più critici. Il Paese ha bisogno di attrarre competenze per affrontare la rivoluzione tecnologica e la crescente minaccia degli attacchi cyber, non di costruire nuovi ostacoli fiscali alla mobilità internazionale.

Tutto questo per un gettito previsto di appena 3,37 milioni nel 2027 e 6,74 milioni annui negli esercizi successivi. Una cifra irrisoria rispetto ai possibili danni, senza considerare i costi amministrativi, la complessità dei controlli, gli investimenti che potrebbero non arrivare e i contribuenti che potrebbero anticipare la partenza. Gli effetti dell'incertezza si avvertono già nelle decisioni aziendali in alcune big firm dove la creazione di nuovi desk destinati all'Italia è stata per il momento congelata e alcuni professionisti stanno valutando di trasferirsi prima dell'entrata in vigore della norma.

Quanti i ricchi valgono per le casse dello Stato

Ma quanto pesano i contribuenti più ricchi sulle casse dello Stato? Secondo le elaborazioni sui dati del ministero dell'Economia, il primo 1% per reddito, circa 428 mila contribuenti con redditi complessivi superiori a 130 mila euro annui, versa 33,8 miliardi di Irpef, pari al 17,1% del gettito totale. Una quota quasi doppia rispetto al 9,2% del reddito dichiarato che fa capo a questa fascia. In altre parole, un contribuente ogni 100 garantisce quasi un euro ogni sei incassati dallo Stato attraverso l'Irpef. Restano escluse le imposte indirette, quelle immobiliari e gli altri tributi. C'è poi la ricchezza che arriva dall'estero. La flat tax per i neo-residenti, introdotta nel 2017 per attrarre grandi patrimoni internazionali ha avuto un impatto di 5,3 miliardi nel 2025, contando 2.468 beneficiari, secondo lo studio «Towards Italy» redatto da Assonime. (riproduzione riservata)