Cinque anni, e finalmente ce l’hanno fatta. «Estensione della flat tax per le partite Iva fino a 100 mila euro di fatturato», testuale, era uno dei punti del programma di governo di Fratelli d’Italia per la campagna elettorale del 2022. Tanta acqua da allora è passata sotto i ponti, con la Lega di Matteo Salvini a battere sempre su due tasti: questo e l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni. Ma ora è arrivato il momento di stringere i bulloni e almeno sulla flat tax non ci sono differenze di vedute. La manovra è l’ultima occasione per dare una spinta al consenso di una categoria, quella dei lavoratori autonomi, mai ostile ai partiti dell’attuale maggioranza, che il prossimo anno potrà fare la differenza alle urne per il centrodestra.
Un’operazione di puro calcolo politico, con riflessi non esattamente trascurabili sui conti pubblici. E più in generale, anche sulla tenuta sociale e della crescita economica.
Il primo problema è quello del bilancio dello Stato. L’aumento da 65 mila a 85 mila euro di fatturato della flat tax, misura con cui ha debuttato a fine 2022 il governo di Giorgia Meloni, è già costata all’Erario 281 milioni l’anno. Trasformando il buco aperto quando la tassa piatta del 15% per gli autonomi è stata introdotta, dal primo governo di Giuseppe Conte con la maggioranza M5S-Lega, in una voragine. Almeno 3,5 miliardi di gettito perduto e adesso la voragine si allarga ancora di 260 milioni l’anno.
Più grave tuttavia è l’impatto sulla collettività. L’aumento delle disuguaglianze può aprire ferite profonde in un Paese che già soffre di scarsa tenuta sociale. Tanto è palese la contraddizione con una Costituzione secondo cui i cittadini italiani dovrebbero essere tutti sullo stesso piano. Dice tutto il conto che ha fatto l’economista Tito Boeri alla trasmissione «Otto e mezzo» giovedì 29 ottobre. Secondo il suo calcolo, un libero professionista che vive a Milano e fattura 100 mila euro l’anno, con un reddito lordo di 78 mila euro pagherebbe circa 8.500 euro di tasse contro i 21 mila euro a carico di un lavoratore dipendente con identico reddito. La contropartita per i lavoratori dipendenti, sui quali grava quasi l’intero costo dei servizi pubblici, sarebbe l’innalzamento di 5 mila euro della soglia della seconda aliquota Irpef: che si tradurrebbe in un vantaggio di appena 42 euro al mese per chi guadagna più di 55 mila euro. Una miseria.
Per non parlare delle conseguenze sul sistema economico. Per una piccola o piccolissima impresa la flat tax con un limite di fatturato è un potentissimo disincentivo alla crescita dimensionale. Accentuando in questo modo il nanismo del nostro sistema produttivo e professionale, considerato da tutti gli economisti il nostro principale difetto. Un freno poderoso soprattutto alla competitività dell’economia.
Dall’altro lato rappresenta anche un incentivo all’evasione fiscale. Chi arriva ai fatidici 100 mila euro di fatturato ha tutto l’interesse a non superarlo: oppure, per superarlo, lo fa semplicemente in nero. Elementare. Per quanto sia ingiusto generalizzare, bisogna aspettarselo. Non si può non immaginare che questo comportamento si verifichi, e in modo massiccio, alla luce della nota e purtroppo assai diffusa avversione italiana alle tasse.
La manovra dovrebbe poi prevedere modesti sgravi fiscali per gli aumenti di retribuzione. Vedremo di quale entità e in che modo verranno applicati. Ma anche questa sembra un’operazione di puro calcolo politico in vista delle elezioni, per la sua prevedibile scarsa portata economica. Difficilmente compatibile, però, con il medesimo principio generale sancito dalla nostra carta costituzionale. Cioè l’uguaglianza. (riproduzione riservata)