Divisi da enormi differenze, Donald Trump e Joe Biden hanno una cosa in comune: un nemico di nome Cina. E il territorio di scontro di questa guerra commerciale tra i due colossi mondiali è diventata l’Italia. Al di là del caso Pirelli-Sinochem, all’attenzione del governo Meloni per stabilire un nuovo assetto di governance in casa di Marco Tronchetti Provera, e su cui il Comitato Golden Power propenderebbe per la soluzione italiana di creare un blind trust per segregare le quote di controllo dei cinesi, si sono aggiunti due fronti caldissimi di sicurezza nazionale. Entrambi fondamentali per la collocazione del nostro paese nel complesso scacchiere internazionale.
Il primo fronte riguarda il regime doganale e la futura autorità europea, per cui si è appena candidata Roma ad ospitarne la sede centrale. Il secondo attiene al veto americano su alcune aziende cinesi operanti nel settore degli scanner.
Partendo dal primo fronte, è stato proprio il precedente presidente americano, il democratico Biden, a porre con forza l’esigenza di una stretta sui rapporti commerciali europei extra Ue. Il predecessore di Trump addebitava a Bruxelles, subito dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, una certa lassezza nei controlli degli scambi commerciali di alcuni Paesi (come Ungheria e Moldova ma non solo) che a suo dire continuavano ad avere rapporti con la Russia di Vladimir Putin, a dispetto delle stesse sanzioni della Commissione europea e della comunità atlantica.
La pressione di Washington sulle istituzioni comunitarie è arrivata al punto da spingere l’Unione a varare rapidamente l’Autorità europea doganale, che a parere degli americani potrà centralizzare meglio dati, controlli ed eventuali ammende nei confronti dei Paesi membri che non rispettano le regole, anche in un’ottica anti-cinese.
La riforma del sistema doganale europeo, ormai giunta alla fase conclusiva, introdurrà perciò una trasformazione profonda della governance dell’Unione, incentrata sulla creazione della nuova Autorità Doganale Europea (Euca). Tale organismo, destinato a diventare il fulcro del coordinamento operativo e strategico delle dogane europee, avrà la responsabilità di garantire un’applicazione uniforme della normativa, rafforzare il contrasto alle frodi, tutela degli interessi economici dell’Unione (ma anche dell’alleato americano)) e contribuire alla sicurezza dei cittadini e delle imprese.
L’Euca sarà inoltre incaricata di elaborare standard comuni, fornire supporto tecnico e formativo agli Stati membri, coordinare controlli congiunti e sviluppare raccomandazioni operative che sosterranno il funzionamento integrato del sistema doganale europeo. A queste funzioni si affiancherà però anche un compito di rilevanza strategica, come ha potuto sottolineare la delegazione italiana in missione al Parlamento europeo per promuovere la sede di Roma (guidata dal direttore dell’Agenzia delle Dogane Roberto Alesse, dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri e dal sottosegretario all’Economia Federico Freni), ovvero la gestione progressiva del nuovo Data Hub dell’Unione: è la piattaforma digitale che centralizzerà tutte le informazioni relative alle merci in ingresso nel territorio europeo e che, dal 2028, l’Euca gestirà congiuntamente alla Commissione, assumendone la piena responsabilità in una fase successiva. Un centro di importanza strategica che diventa essenziale controllare, anche per la parte relativa ai rapporti transnazionali Usa-Ue-Cina.
Il Data Hub consentirà di raccogliere, incrociare e analizzare dati provenienti da tutti gli Stati membri, permettendo controlli selettivi più accurati, analisi del rischio evolute basate su intelligenza artificiale, una cooperazione amministrativa più rapida ed efficiente e una considerevole riduzione degli oneri a carico degli operatori economici.
È in questo quadro che si inserisce la candidatura italiana per ospitare la sede dell’Autorità doganale europea, una proposta coerente con il ruolo che l’Italia ricopre da anni nella modernizzazione del sistema doganale della Ue ma che non vede ancora la convergenza degli altri Paesi membri, che dovrebbero decidere entro l’inizio della primavera con una riunione del Consiglio europeo.
L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e dei Monopoli è nota come uno dei riferimenti dell’Unione Europea per competenze digitali e analisi del rischio, insieme al contrasto alle frodi e all’utilizzo di tecnologie avanzate. E l’Italia è tra i pochi Stati membri già completamente allineati agli standard del Codice Doganale dell’Unione e ha sviluppato sistemi nazionali che anticipano molte delle logiche del futuro Data Hub. Ciò rende il nostro paese non solo un candidato credibile, ma un interlocutore in grado di contribuire sin dall’inizio alla piena operatività della nuova Autorità.
Ma sono doti che non bastano. La partita resta difficile perché l’antagonista più forte alla candidatura di Roma è Varsavia. La Polonia del presidente Donald Tusk, oltre ad essere un perno strategico nella guerra alla Russia di Putin, rappresenta un tassello fondamentale per la tenuta della maggioranza che sostiene la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. Sarà decisiva la scelta della Germania e un ruolo importante potrebbe averlo anche la premier Giorgia Meloni, reduce da un vertice pieno di buoni propositi con il cancelliere Friederich Merz.
Il secondo fronte riguarda sempre la gestione dei dati e vede coinvolti direttamente autorità europee, Cina e Italia, con sullo sfondo ancora una volta Washington. La Commissione europea ha avallato negli ultimi tempi una serie di gare nazionali per l’appalto dei sistemi di scannerizzazione dei controlli nei porti e negli aeroporti italiani. In molti casi queste gare hanno visto la vittoria di alcune aziende cinesi, soprattutto grazie alla loro leadership tecnologica, ma il risultato è stato messo in discussione, secondo quanto può rivelare «Milano Finanza», dalle Finanza, dalle società americane rimaste fuori.
Secondo queste ultime, le aziende della Grande Muraglia immagazzinerebbero milioni di dati personali e li spedirebbero a Pechino, come in un film di spionaggio internazionale. Ma qui ci si trova di fronte ad un fatto concreto, tanto che l’amministrazione americana ha chiesto formalmente all’Agenzia delle Dogane italiana di espellere tali società. Il caso è diventato un dossier di sicurezza nazionale ed è seguito da Palazzo Chigi e dal nostro sistema di intelligence in totale segretezza. Ma una piccola punta dell’iceberg è emersa.
Secondo quanto rivelato da Bloomberg nelle Bloomberg nelle settimane scorse, gli Stati Uniti avrebbero già esercitato pressioni dirette sull’Italia per ottenere la cancellazione di appalti pubblici assegnati a Nuctech, azienda cinese specializzata appunto in scanner per merci, bagagli e persone, ritenuta da Washington un rischio per la sicurezza nazionale. La preoccupazione statunitense riguarda esigenze di sicurezza nazionale ed atlantica volte a limitare la presenza cinese nelle infrastrutture critiche occidentali. L’eventualità che immagini e dati raccolti nei porti e nei punti di controllo doganali possano essere accessibili alle autorità cinesi rappresenterebbe un possibile fattore di rischio sull’integrità della sicurezza italiana e per quella degli alleati Nato. Nonostante l’impossibilità di cancellare bandi già aggiudicati, il governo ha introdotto restrizioni nelle norme sugli appalti pubblici, prevedendo una preferenza per aziende con sede in Italia, nei Paesi Nato o alleati.
Il caso Nuctech non sarebbe però isolato, tutt’altro. I prossimi mesi saranno decisivi per capire come l’Italia deciderà di accontentare l’amico americano, senza sconfessare le autorità europee che hanno effettuato le gare e soprattutto senza innervosire Bruxelles, che insieme a Berlino avrà una parola decisiva sull’assegnazione dell’autorità europea doganale. (riproduzione riservata)