Vaticano, Leone si è mangiato Francesco. Così il Papa ha debergoglizzato la Chiesa di Roma
Vaticano, Leone si è mangiato Francesco. Così il Papa ha debergoglizzato la Chiesa di Roma
Una pedina alla volta, Leone XIV sta ridisegnando i vertici della Chiesa di Roma. Dopo Gambetti, lo Ior, la Comunicazione, l’Elemosineria e i principali dicasteri, il ricambio è ormai arrivato a lambire il cuore della macchina curiale. Ora il prossimo dossier è la Segreteria di Stato

di di Giusy Iorlano    05/10/2026 20:00

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Senza fretta, senza strappi e soprattutto senza epurazioni plateali. È così che Leone XIV sta costruendo la propria squadra di governo. L’ultimo tassello lo ha spostato con il trasferimento a Chieti-Vasto del cardinale Mauro Gambetti, il francescano al quale Francesco aveva affidato il governo di San Pietro. Sulla carta è una normale nomina episcopale. Dentro le mura vaticane è invece il ridimensionamento di uno degli uomini più importanti dell’ultimo pontificato di Bergoglio.

Gambetti lascia San Pietro: il primo segnale

Gambetti era stato scelto nel 2021 ma la sua gestione è stata spessa considerata da alcuni troppo disinvolta e «manageriale», tra fondazioni, sponsor ed «eventi» vari. In cinque anni San Pietro è diventata un laboratorio di iniziative: videomapping, spettacoli, droni, grandi eventi, mostre, nuovi percorsi e servizi per i visitatori, fino al progetto diventato il simbolo delle polemiche, l’ampliamento del punto di ristoro sulle terrazze della Basilica, ribattezzato il «bistrot di San Pietro». Un modello più aperto ai grandi flussi turistici e alla valorizzazione economica del complesso, che ha prodotto nuove opportunità, ma ha alimentato forti perplessità negli ambienti ecclesiali.

Il problema, alla fine, non erano i droni o le sedie trasparenti. Era la domanda che quelle iniziative avevano fatto emergere: che cosa deve essere San Pietro? Una macchina efficiente capace di gestire milioni di presenze e offrire servizi, oppure il cuore liturgico della cristianità, dove tutto il resto deve rimanere subordinato alla dimensione religiosa? Su questo crinale la gestione Gambetti si è logorata. Alle polemiche si sono aggiunti gli episodi di profanazione dell'altare della Confessione, i contenziosi di lavoro, le tensioni interne e soprattutto lo scontro con il Capitolo di San Pietro, l’antichissima istituzione dei canonici uscita fortemente ridimensionata dalla riorganizzazione degli ultimi anni. Anche la rottura di una consuetudine secolare, con la parrocchia di San Pietro non più affidata a un agostiniano ma a un francescano, è diventata un altro fronte di attrito.

Presi singolarmente, episodi diversi. Mettendoli in fila, raccontano una stagione che Leone ha deciso di chiudere.

Da San Pietro a Chieti-Vasto

Gambetti lascia, dunque, San Pietro per Chieti-Vasto, una sede di peso e visibilità assai inferiori rispetto al governo della Basilica. Succede a Bruno Forte che a 77 anni ha già superato di due anni l’età di pensionamento. Il passaggio di consegne è previsto a fine novembre, mentre il successore di Gambetti a San Pietro non è ancora stato indicato. La partita sarà delicata: servirà un uomo capace di amministrare una struttura enorme e, soprattutto, di ricucire i rapporti con il Capitolo, i dipendenti della Fabbrica e gli ambienti ecclesiali che hanno contestato una gestione giudicata troppo sbilanciata sulla dimensione organizzativa e turistica.

È circolato già il nome di Guido Marini, già maestro delle celebrazioni liturgiche; si sente con maggiore insistenza anche quello di Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia. Ma sulle nomine, in questo pontificato, l’unica certezza è la discrezione.

Il ricambio silenzioso della Curia

Il caso Gambetti è però soltanto l'ultimo tassello di un ricambio più ampio. In poco più di un anno Leone ha modificato progressivamente gli equilibri della Curia. Al Dicastero per i Vescovi ha chiamato il canonista Filippo Iannone; alla Comunicazione, dal primo novembre, arriverà la manager americana Maria Montserrat Alvarado al posto di Paolo Ruffini, nonostante l’ex prefetto avesse chiesto al Papa di poter rimanere altri due anni. Non è stato accontentato. Una scelta che ha anche un evidente risvolto economico: il sistema dei media vaticani, da Vatican News a Radio Vaticana, dall’Osservatore Romano alla Tipografia e alla Sala Stampa, è uno dei comparti più onerosi della Santa Sede.

Prima ancora Leone ha promosso suor Alessandra Smerilli alla guida del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, confermato suor Raffaella Petrini e suor Simona Brambilla in ruoli di vertice, cambiato il prefetto della Casa Pontificia con il nunzio Petar Rajic e nominato Paolo Rudelli Sostituto della Segreteria di Stato, destinando Edgar Peña Parra alla nunziatura in Italia. Anche l’Elemosineria è stata ridisegnata, con il cardinale Konrad Krajewski tornato in Polonia e l’agostiniano Luis Marín de San Martín al suo posto.

Sul fronte finanziario il ricambio è stato altrettanto metodico. Leone ha completato il riassetto della governance dello Ior con la nomina di Giovanni Boscia a direttore generale dal primo ottobre, al posto di Gian Franco Mammì, dopo undici anni di mandato. Nei mesi precedenti erano arrivati François Pauly alla presidenza del Consiglio di Sovrintendenza e Marina Natale nel board. Un riassetto che combina continuità interna e nuove competenze manageriali.

Il prossimo dossier è il Fondo Pensioni

Tra i corridoi d’Oltretevere si vocifera come prossimo terreno di intervento il Fondo Pensioni, commissariato da Francesco nel novembre 2024 e affidato al cardinale Kevin Farrell, come amministratore unico, per affrontare un grave squilibrio finanziario strutturale. Il problema è quello di un sistema previdenziale con un forte squilibrio demografico tra lavoratori attivi e pensionati e passività prospettiche molto rilevanti. Negli anni sono circolate stime che arrivano a centinaia di milioni, fino al miliardo di euro e oltre, ma il Vaticano non ha mai ufficializzato una cifra univoca. La riforma del sistema, ad oggi ancora ferma, resta quindi uno dei dossier economici più delicati sul tavolo di Leone.

Lo spoils system soft di Prevost

Il quadro che emerge, dunque, è quello di uno spoils system soft: non una restaurazione e nemmeno una resa dei conti, ma una sostituzione progressiva degli uomini nei punti strategici. Prevost ascolta, lascia sedimentare i dossier e poi decide.

La stessa logica vale per la macchina economica. Leone non ha smantellato la riforma finanziaria di Francesco: Segreteria per l’Economia, Ior e Apsa restano al centro della governance. Ha però corretto alcune scelte di gestione, come nel caso degli immobili del Capitolo di San Pietro, riportati sotto la responsabilità dell’Apsa. È un modo, questo, per rafforzare il controllo centrale sul patrimonio senza mettere in discussione l’architettura finanziaria costruita negli anni precedenti.

Lo stesso è avvenuto con il Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini, nato negli ultimi mesi del pontificato di Francesco e sostenuto anche da Padre Enzo Fortunato e Gambetti, prima ricondotto al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e poi soppresso.

Il Papa americano, dunque, sta progressivamente mettendo mano all’eredità degli uomini collocati da Bergoglio nei punti nevralgici della macchina ecclesiastica. Restano ancora caselle importanti da sistemare, a cominciare da alcuni vertici dei dicasteri e, più avanti, dagli equilibri della stessa Segreteria di Stato. Ma la direzione è ormai evidente.

Gambetti è il caso più evidente. Francesco lo aveva preso da Assisi, lo aveva fatto cardinale e lo aveva portato al vertice della Basilica più importante della cristianità. Con il Papa venuto da Chicago la sintonia invece non era mai scattata. Tanto che per lunghi mesi, dopo il Conclave, Leone non lo ha neppure ricevuto. Una sorta di preavviso giunto a compimento il 3 ottobre con lo spostamento in Abruzzo. Un’operazione chirurgica. Pezzo dopo pezzo, Leone si sta mangiando Francesco. (riproduzione riservata)