Leonardo, parla l’ad Cingolani: Europa mai così in pericolo. Ecco cosa faremo
Leonardo, parla l’ad Cingolani: Europa mai così in pericolo. Ecco cosa faremo
Leonardo Parla il ceo Roberto Cingolani: Europa mai così in pericolo, bisogna accelerare sulle grandi alleanze e rafforzare il peso nella Nato. Vogliamo essere un grande player della sicurezza globale. E se e quando finiranno le guerre, guai ad abbassare la guardia. Il titolo? Restiamo competitivi come piace al mercato.

di di Angela Zoppo 16/01/2026 20:00

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Il giorno in cui è diventato amministratore delegato di Leonardo, il 9 maggio 2023, l’invasione russa dell’Ucraina era in atto da poco più di un anno. Altri quattro mesi e poco più, e sarebbe scoppiato un altro conflitto, con la risposta israeliana agli attacchi di Hamas del 7 ottobre, portando a 59 il numero delle guerre in corso nel mondo. Oggi, mentre si moltiplicano le voci di un mandato bis al vertice del gruppo, Roberto Cingolani deve aggiornare quella contabilità, dal Venezuela decapitato alla polveriera Iran. Quanto impatta questo contesto su Leonardo? E quali possono essere le conseguenze sulle scelte strategiche e sul rendimento del titolo, arrivato ormai in zona 60 euro? Ecco cosa ha risposto a MF-Milano Finanza.

Domanda. Il 2026 ha avuto una partenza ad altissima tensione. Come si sta muovendo Leonardo?

Risposta. Muoversi è ovviamente piuttosto complicato, perché c’è un’imprevedibilità di fondo che credo tutti percepiscano e che richiede la capacità di adattarsi e saper affrontare in tempo reale le criticità che si presentano. Per questo stiamo lavorando con molto impegno alle grandi alleanze internazionali, perché è importante che l’Europa si rafforzi sia per una maggiore simmetria in ambito Nato, sia perché bisogna superare la frammentazione degli investimenti tra 27 Stati membri, ciascuno con la sua idea di difesa. Non sottovaluterei, come invece mi sembra faccia qualcuno, la recente minaccia di avere missili nucleari balistici piazzati dalla Russia in Bielorussia, che in pochi minuti possono raggiungere le più importanti città europee. Questo è un fatto, il resto sono chiacchiere. Sono missili a testata multipla, non controbilanciati da sistemi identici che almeno potrebbero garantire un po’ di mutua deterrenza. Noi quella ancora non possiamo permettercela, possiamo solo sperare che chi ha piazzato i missili decida di non lanciarceli addosso.

D. Senza mutua deterrenza cosa si può fare?

R. Unire le forze, che è quello che stiamo facendo. Ma serve un altro passaggio: bisogna che le aziende della difesa europea potenzino i rapporti con le istituzioni per poter fornire prima possibile soluzioni di difesa che siano modellate sulle richieste dell’esercito, dell’aviazione, della marina. Non possiamo veramente più perdere un giorno. C’è un senso di urgenza che fino a poco tempo fa non c’era. Le alleanze quindi rimangono un’architrave della strategia, non solo di Leonardo ma dell’Europa.

D. Questo senso di urgenza però si è tradotto in qualcosa di concreto, in una corsa al riarmo.

R. La corsa al riarmo è una questione semantica. Bisogna sempre valutare quali sono le minacce. Insisto, non so se ci si è resi conto di quello che sta succedendo al confine dell’Europa. I missili in Bielorussia, ma anche truppe e mezzi di attacco e di invasione al confine con la Finlandia. Il nostro confine orientale non è mai stato così a rischio. L’Ucraina sembra già dimenticata. Sa cosa mi chiedo? Se un giorno le cose dovessero ulteriormente degenerare, le future generazioni come giudicheranno la nostra inerzia, cosa ci diranno: davanti ai missili che facevate voi europei, mandavate le lettere dell’antitrust?

D. Per questo lei dice di temere anche la pace apparente? Perché intanto c’è chi si organizza per attaccare?

R. Ed è quello che è successo. Decenni di pace ci hanno fatto abbassare la guardia, mentre altri Paesi lavoravano in economia di guerra. Dopo tutta questa conversione di industrie meccaniche in militari, alla Russia non interessa finire una guerra, perché poi si ritrova con l’apparato produttivo inutilmente trasformato. Lo ha fatto anche la Cina, ma non ha la stessa voglia di attaccare qualcuno, ed è cresciuta in molti settori. L’Europa invece ha perso tanti treni, rischia di rimanere esposta anche a una guerra ibrida, che è altrettanto pericolosa di una condotta con missili e carri armati.

D. A marzo, intanto, dovrebbero arrivare le prime tranche dei piani Safe dei Paesi europei. L’Italia ha chiesto circa 15 miliardi di euro. Qualcosa ci farà. Leonardo è coinvolta?

R. Sì, ma non posso entrare nel dettaglio perché si tratta di progetti ai quali stiamo lavorando con le Forze Armate. Abbiamo un elenco per priorità col ministero della Difesa e la più urgente è proteggerci dalle minacce, soprattutto quelle aeree sotto forma di droni e missili. Prima regola, non prenderle, quindi difendersi da chi ha già dimostrato di sentirsi libero di invadere altri Paesi.

D. Quindi uno dei progetti centrali è il vostro scudo antimissile, il Michelangelo Security Dome?

R. Il Michelangelo è un progetto con sue risorse, una tecnologia che abbiamo ideato e stiamo sviluppando. È molto innovativo, interessa già ad altri Paesi, ed è pensato non per comprare nuove armi, ma per mettere quelle che ci sono in una rete che ci consenta di orchestrare tutti gli asset di difesa e bloccare una minaccia. Detto ciò, non è tanto il Michelangelo Dome che viene finanziato, quanto tutte le tecnologie di natura digitale, militare, ecc. che ne compongono l’architettura. Faccio un esempio: se ci arrivasse un attacco massiccio dal cielo, non avremmo sufficienti missili per rispondere. Al più, fermeremmo la prima ondata, ma non la seconda. Quindi serve uno scudo per difendersi.

D. Crede che sia altrettanto realizzabile il Golden Dome da 175 miliardi che vuole Trump? C’è interesse a partecipare anche dalla vostra controllata Leonardo Drs.

R. Gli Stati Uniti vogliono difendersi e rispetto a noi hanno il vantaggio che possono subire attacchi solo dal cielo. Il progetto è ambizioso e ha costi molto alti, ma se mettessimo insieme tutti i singoli investimenti necessari nei prossimi 10 anni nelle tecnologie indispensabili alla difesa – cybersecurity, intelligenza artificiale, esplorazione dello spazio, radar, etc. – arriveremmo comunque a quelle cifre. Un progetto così coinvolgerà tantissimi attori, Leonardo Drs vuole essere della partita.

D. Gli Usa sono per voi mercato domestico, dopo l’Italia, e avete appena annunciato l’accordo per l’acquisizione di Enterprise Electronics Corporation, che fa strumenti radar per il settore militare e civile. L’amministrazione Trump porterà la spesa per la difesa a 1.500 miliardi nel 2027, un aumento del 50%. Siete ben posizionati per approfittarne?

R. Gli Stati Uniti sono il nostro secondo mercato domestico. Con Drs stabiliremo sempre maggiori sinergie, con il nuovo amministratore delegato John Baylouny stiamo cercando di svilupparle al meglio, per evitare duplicazioni. Drs è fondamentale, è la nostra porta sul mercato americano, e viceversa Leonardo lo è per darle accesso al mercato europeo. L’Italia in questo momento ha un approccio collaborativo con gli Stati Uniti. La nostra forte presenza americana ci aiuta moltissimo. Abbiamo delle collaborazioni con grandi aziende statunitensi e intendiamo portarle avanti in modo da ottimizzare i risultati. Questo è fuori discussione. Io credo molto all’alleanza atlantica, credo molto alla Nato. Vorrei un’Europa forte anche nell’ambito Nato, non che gli americani paghino per la nostra sicurezza: partecipiamo in misura maggiore e diventiamo più forti nella cornice dell’alleanza.

D. Il titolo Leonardo ha ancora margini per crescere? Gli analisti sono divisi, con target price tra 60 e 63 euro.

R. Ci sentiamo molto responsabili verso il mercato, che cerca la valorizzazione degli investimenti. Ma in un’economia di guerra è altrettanto importante che le grandi aziende come Leonardo, che hanno anche lo Stato nel capitale, siano estremamente equilibrate. Da una parte dobbiamo rassicurare i mercati che stiamo lavorando con una logica altamente competitiva per massimizzare i ritorni, dall’altra dobbiamo pensare a garantire la sicurezza nazionale. Bisogna trovare un equilibrio, perché ci possono essere delle scelte più difficili industrialmente ma che vanno prese lo stesso. Un doppio impegno comporta una doppia responsabilità.

D. Tutto questo come si disporrà nell’aggiornamento del piano, a marzo?

R. Leonardo continuerà a riposizionarsi come gruppo della sicurezza globale, che comprende tutto, anche la difesa. Se guardo alle promesse e alle aspettative che avevamo col primo piano industriale, posso ben dire che le abbiamo superate oltre ogni previsione. Ovvio che il Michelangelo Dome, con tutte le tecnologie che integra, sarà un po’ il fil rouge, integrando e aggiornando il digitale, l’AI, la cybersecurity. Prendiamo molto sul serio le minacce di guerra ibrida, sono convinto che ce ne saranno addirittura di più qualora finissero le guerre convenzionali. Dobbiamo trovarci pronti a sviluppare prodotti e soluzioni.

D. Vi rientra anche il cloud di Stato?

R. Stiamo lavorando molto bene con Poste, Tim e il ministero dell’Economia e delle Finanze sulle soluzioni tecnologiche del Polo Strategico Nazionale. A breve ci saranno un po’ di novità positive. Il Psn è anche uno degli asset fondamentali per garantire sicurezza in caso di crisi. (riproduzione riservata)