Nuova e clamorosa svolta nello scontro per il controllo di Delfin. A poco più di una settimana dall’assemblea del 30 giugno, Leonardo Maria Del Vecchio rompe il silenzio con una lunga lettera pubblicata online venerdì 19 da QN, il giornale nel quale è appena diventato editore, e porta allo scoperto una nuova tensione che nelle ultime settimane riguarda sempre la holding della famiglia Del Vecchio ma ora fra lui e il consiglio di amministrazione composto da Francesco Milleri (presidente), Romolo Bardin (ceo), Mario Notari, Giovanni Giallombardo e Aloyse May.
Il quarto figlio del fondatore di Luxottica conferma di non voler fare alcun passo indietro sul progetto che lo avrebbe portato a rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola Del Vecchio, pari complessivamente al 25% di Delfin, salendo così dal 12,5% al 37,5% della cassaforte familiare e diventandone il primo azionista individuale. Conferma la disponibilità a completare l’operazione ma rivela che l’iter si è interrotto, almeno per il momento, e chiama direttamente in causa il board della holding.
Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, al centro dello scontro c’è una progressiva richiesta del cda dopo che le banche finanziatrici (per il riassetto) di Del Vecchio jr hanno voluto una sorta di lettera di patronage alla società a cui il board ha risposto chiedendo al socio prima una manleva e poi l’approvazione della lettera con maggioranze via via più elevate, fino ad arrivare agli otto ottavi.
È una condotta che Leonardo Maria definisce «un muro» che complica se non mette una pietra tombale sull’impianto dell’operazione com’era stata originariamente concepita e cioè con un sistema di garanzie che prevede un ruolo anche di Delfin. «Voglio capire perché, nel momento in cui si poteva finalmente voltare pagina, qualcuno abbia scelto di alzare un muro», scrive.
«Ci sono momenti in cui parlare non è una scelta, ma un dovere. E oggi sento la responsabilità di farlo. In questi mesi si è scritto molto di successione, quote, equilibri. Analisi e ricostruzioni che però non riescono a trasferire ciò che per me conta davvero. Il centro di tutto, per me, è sempre stato il rispetto della parola data», esordisce nella lettera.
La disputa ruota attorno a un finanziamento di 11 miliardi di euro da concedere a Leonardo Maria Del Vecchio per poter acquistare le quote del 12,5% a testa di Delfin dai fratelli Luca e Paola: inizialmente costruito con un pool di banche guidato da Unicredit e Crédit Agricole insieme con altri istituti internazionali ma dal quale Bnp Paribas si è sfilata, come rivelato da MF-Milano Finanza.
Del Vecchio rivendica di essersi esposto personalmente per dare una soluzione a un assetto proprietario rimasto sostanzialmente immutato dalla scomparsa del padre: «Ero disposto a diventare il primo azionista di Delfin con un ruolo chiaro, assumendomi un debito molto rilevante, per dare alla holding ciò che le mancava da quattro anni: una governance stabile, una direzione, un punto di riferimento». Nella ricostruzione dell’imprenditore, il progetto sembrava aver ottenuto il sostegno necessario all’interno di Delfin.
«Quella parola sembrava essere stata raccolta. Pensavo che stessimo andando nella stessa direzione: il 27 aprile sei soci su otto avevano approvato il trasferimento delle quote, sette la nuova politica dei dividendi. Il giorno dopo, davanti all’assemblea di EssilorLuxottica, Francesco Milleri disse: “Semplificare è sempre una cosa buona” — richiamando l’insegnamento di mio padre. Era esattamente ciò che speravo di sentire. Poi qualcosa si è complicato».
A complicarsi è stato il contesto attorno all’operazione. Il riassetto è maturato mentre Delfin era coinvolta, attraverso le sue partecipazioni in Generali, Mps e Unicredit, nel pieno del risiko bancario italiano. Tanto che alcune indiscrezioni hanno ipotizzato anche la cessione delle quote bancario-assicurative di Delfin a Unicredit, nell’ambito di questa operazione di finanziamento.
LVDM lo spiega così: «Il finanziamento è finito nel pieno del risiko bancario italiano, in un momento in cui gli stessi soggetti potevano trovarsi, a seconda del tavolo, finanziatori, partecipate, controparti, potenziali acquirenti. Non sono mai esistiti, né sarebbero mai potuti esistere, elementi che sollevassero il benché minimo rapporto improprio tra il finanziamento Lmdv e le partite del risiko».
Secondo Del Vecchio junior, gli impedimenti si materializzano quando le richieste delle banche si trasformano in una questione di governance: «Le banche hanno iniziato a chiedere, legittimamente, maggiore certezza sui dividendi, sulla stabilità del capitale, sul futuro di Delfin. Lo capivo e lo accettavo. Ma è qui che la questione ha smesso di essere finanziaria ed è diventata un tema di governance».
Il nodo dei dividendi non è secondario. In Delfin la distribuzione degli utili è da anni terreno di confronto tra gli eredi: in assenza di una maggioranza qualificata che decida sull’ammontare delle cedole, ai soci va per statuto solo il 10% degli utili.
Per le banche, invece, una politica di dividendi più prevedibile, oltre che più alta, avrebbe rappresentato una delle fonti di sicurezza per finanziare Leonardo Maria. È qui che il prestito è diventato, di fatto, un test sulla capacità della holding di assumere impegni condivisi e stabili. «Se le banche sollecitavano un impegno più forte da parte di Delfin, il board aveva il diritto e il dovere di rivalutarne i rischi», attacca Lmdv. «Ciò avrebbe però richiesto una posizione chiara, unitaria, trasparente: quali condizioni erano cambiate, quale rischio era emerso, quale maggioranza fosse realmente necessaria. Non è andata così. Il consiglio non si è allineato».
E ancora: «Alcuni componenti erano disponibili a procedere, altri no. Un parere legale è stato predisposto su presupposti contestati anche all’interno del board stesso. Informazioni rilevanti sono arrivate ad alcuni soci prima che ad altri. Nessuno ha assunto fino in fondo la paternità di una decisione. Dopo ogni step, l’asticella si alzava. Ad ogni passaggio, la responsabilità scivolava sempre altrove».
Dopo la morte di Leonardo Del Vecchio, gli otto eredi si sono ritrovati con quote identiche del 12,5% di Delfin, la cui governance è blindata nelle mani del board ed è scardinabile solo con l’accordo di praticamente tutti i soci. Del Vecchio sostiene che «se il timore era che io concentrassi troppo potere, la soluzione era a portata di mano: Delfin avrebbe potuto comprare direttamente le quote di Luca e Paola. Detenerle, ridistribuirle, inserirle in un progetto più ampio. Sarebbe stata la risposta più coerente alla tesi secondo cui il problema non erano le quote in uscita, ma il soggetto che le avrebbe acquistate».
L'imprenditore respinge anche l'idea che il blocco dell'operazione sia nato da una nuova frattura tra gli eredi. «C'è chi ha invocato la litigiosità familiare come spiegazione per lo stallo. Ma quella spiegazione non regge. Luca, Paola ed io avevamo trovato la strada verso un accordo. Tra molti di noi sembrava finalmente arrivato il momento di chiudere una stagione lunga e dolorosa. Non era solo un'operazione finanziaria. Era la possibilità che ci ritrovassimo, finalmente, dalla stessa parte. Qualcosa che mio padre avrebbe voluto vedere. E invece lo stallo è arrivato da altrove», ovvero dal progressivo irrigidimento della struttura chiamata ad accompagnare l’operazione.
È una lettura che sposta il baricentro dello scontro: non più soltanto una lite ereditaria, ma una contesa sul modo in cui Delfin deve decidere, su chi debba assumersi la responsabilità delle scelte, su quale grado di concentrazione del capitale sia compatibile con la stabilità della holding e sul ruolo del board stesso.
«Ora però questa sequenza di eventi mi impone di chiedere chiarezza. Alla prossima assemblea di Delfin, il 30 giugno, non mi presenterò per dichiarare una rinuncia, né per raccontare un ripensamento. La mia disponibilità a completare l'operazione rimane, purché vengano ripristinate chiarezza, coerenza e sostenibilità finanziaria».
Si profila uno scontro duro all’assemblea: «Il 30 giugno vorrò capire perché le cautele del board siano emerse soltanto dopo il voto favorevole e dopo dichiarazioni pubbliche che descrivevano il riassetto come un elemento di stabilità. Vorrò capire perché, nel momento in cui si poteva finalmente voltare pagina, qualcuno abbia scelto di alzare un muro».
Infine il passaggio che trasforma l'assemblea in qualcosa di più di una semplice riunione societaria. «Il 30 giugno non riguarderà i dividendi, il bilancio o il closing con Luca e Paola. Non riguarderà un'operazione votata, sostenuta pubblicamente, negoziata con le banche, e poi progressivamente svuotata. Il 30 giugno si affronterà qualcosa di più profondo: la natura stessa e il futuro di Delfin». (riproduzione riservata)