Asset strategici, all’Italia servono 30 miliardi di euro per metterli in sicurezza
Asset strategici, all’Italia servono 30 miliardi di euro per metterli in sicurezza
Le stime di McKinsey: il mercato italiano ha un gap di circa 3 miliardi di euro l’anno negli investimenti per le infrastrutture dual use, come reti energetiche, ferrovie, aeroporti, tlc e data center. 

di di Angela Zoppo 01/01/2026 20:00

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La rilettura dell’acronimo Esg in Energy, Security e Geostrategy sta portando in primo piano gli investimenti nelle cosiddette infrastrutture dual use, quelle che si rivelano fondamentali per la sicurezza di un Paese, In Italia, però, c’è più di un ostacolo da superare, come spiega a Nicola Sandri, senior partner di McKinsey, e responsabile globale del settore Infrastrutture, a MF-Milano Finanza.

Domanda. Quando si parla di infrastrutture dual use, quali asset sono davvero strategici? E dove siamo più esposti?

Risposta. Gli asset davvero strategici sono quelli che garantiscono continuità operativa e mobilità: corridoi ferroviari e stradali, porti e aeroporti, reti energetiche e di telecomunicazione, data center e dorsali in fibra e cavo. La maggiore esposizione si concentra dove esistono pochi percorsi alternativi e un’elevata interdipendenza digitale: singoli nodi che, se indisponibili o colpiti da eventi fisici o cyber, possono bloccare catene logistiche e servizi essenziali.

D. Qual è l’ordine di grandezza degli investimenti necessari nei prossimi anni per metterli in sicurezza?

R. In Europa parliamo di centinaia di miliardi nel prossimo decennio. La nuova agenda Ue punta a mobilitare fino a circa 800 miliardi di euro entro il 2030, includendo anche capacità infrastrutturali. In Italia, limitandosi alle infrastrutture, stimiamo un fabbisogno di circa 5,5–6,5 miliardi di euro l’anno fino al 2030, a fronte dei circa 2,8 miliardi oggi programmati: un gap superiore ai 3 miliardi annui.

D. Ma chi li finanzia? E quali modelli stanno funzionando meglio oggi?

R. Il finanziamento proviene da una combinazione di fonti: bilanci nazionali, strumenti europei – come grant Cef o prestiti Safe – e, potenzialmente, capitale privato. Esistono diversi modelli – Ppp, contratti di programma, schemi regolati per utility e concessionari – ma non c’è ancora un modello dominante. La vera sfida è rendere bancabile la componente «security» degli investimenti: definire come viene remunerata e allocata resta uno dei nodi centrali ancora da approfondire e risolvere. Anche l’impatto su tariffe e canoni dipenderà dalle scelte di finanziamento: sarà cruciale trovare un equilibrio tra risorse pubbliche, strumenti europei e capitale privato, evitando effetti indesiderati su cittadini e imprese.

D. Dal punto di vista dei gestori, in molti casi società quotate, qual è il principale collo di bottiglia?

R. L’esecuzione: autorizzazioni e permitting, procurement e coordinamento tra amministrazioni rallentano i progetti, soprattutto quelli transfrontalieri. A questo si aggiungono vincoli di capacità industriale: aumento dei costi di materiali ed energia, carenza di competenze tecniche e cyber; difficoltà a pianificare investimenti pluriennali in un contesto regolatorio non sempre stabile.

D. Cosa si rischia a non investire abbastanza in infrastrutture dual use?

R. Investire in infrastrutture dual use significa offrire servizi più affidabili: meno interruzioni, tempi logistici più certi, reti energetiche e digitali più resilienti e sicure. In molti casi si tratta di ammodernamenti attesi da anni, con effetti positivi su competitività e attrattività del Paese. Quindi, se non si investe, aumentano colli di bottiglia e vulnerabilità a shock esterni e attacchi cyber.

D. Guardando ai prossimi cinque anni, cosa l’Italia non può più rinviare?

R. Nei prossimi cinque anni l’Italia sarà chiamata ad accelerare sulle infrastrutture che integrano mobilità, energia e logistica, superando un approccio spesso ancora troppo frammentato. In questo quadro, la portualità assume un ruolo centrale. La posizione geografica dell’Italia lungo le principali rotte euro-mediterranee e il sotto-investimento storico nei porti rendono questo settore prioritario. Interventi su fondali, collegamenti ferroviari e stradali di ultimo miglio e sulla sicurezza fisica e digitale possono generare un duplice effetto: rafforzare la resilienza del sistema e migliorare in modo strutturale la competitività logistica del Paese. (riproduzione riservata)