Le privatizzate? Tornano allo Stato
Le privatizzate? Tornano allo Stato
Il governo Meloni puntava a cessioni di aziende pubbliche per 20 miliardi in tre anni. Per Mps il processo è stato virtuoso. Per altri gruppi invece la strada è a ritroso. Tornando indietro di 30 anni

di di Sergio Rizzo 27/03/2026 22:00

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Messaggio chiaro di Giorgia Meloni: «Ridurre la presenza dello Stato dove non è necessaria e affermarla dov’è necessaria». Gennaio 2024, il suo governo ha appena fatto approvare una finanziaria che prevede un incasso monstre dalla vendita delle azioni di imprese pubbliche. Sono 20 miliardi. «In tre anni si può fare», dice la presidente del Consiglio. Ma con una premessa: «Sulle privatizzazioni la mia impostazione è lontana anni luce da quanto accaduto in passato con regali miliardari a imprenditori ben inseriti».

Giudichino i lettori se quella «impostazione» sia stata poi seguita alla lettera, per esempio con la privatizzazione del Monte dei Paschi di Siena. Sapendo però che in politica la coerenza non sempre è considerata una virtù.

Quanto a ridurre la presenza dello Stato «dove non è necessaria» per affermarla dove invece lo è, di sicuro ha finora prevalso decisamente la seconda parte della frase. In epoca meloniana le società statali spuntano come funghi dappertutto. Acque del Sud spa, per gestire le risorse idriche della Basilicata. Porti d’Italia spa, perché mai dimenticare che oltre ai Poeti e ai Santi siamo anche un popolo di navigatori. Autostrade dello Stato spa, per custodire le concessioni pubbliche. A ricomprare le Autostrade vere dalla famiglia Benetton, e a carissimo prezzo, ci avevano già pensato i predecessori. L’acciaio dell’ex Ilva ormai decotta, quello l’abbiamo già di nuovo (senza speranze) sul groppone. Pure nelle costruzioni lo Stato ha rimesso un bel piedone, con la Cassa depositi e prestiti nel capitale del gruppo onnipresente Webuild. Per non parlare delle banche. Il Monte dei paschi è andato, e sappiamo come: però il Mediocredito centrale, quello non si tocca.

Il dossier Tim per Poste

Ma si potevano lasciare i telefoni al loro destino? Niente paura, a quelli ci pensa Poste italiane. È una specie di gioco di prestigio. Prima lo Stato colloca in borsa l’azienda postale, e centinaia di migliaia di risparmiatori ci mettono i soldi. Poi con le Poste e i soldi che ci hanno messo i suddetti risparmiatori si riprende Tim. Il costo si aggira sui 10 miliardi, considerando l’inflazione è un terzo di quanto il Tesoro ha incassato trent’anni fa con la privatizzazione di Telecom Italia. E secondo qualcuno sarebbe addirittura un affarone.

Peccato soltanto che l’erede della compagnia telefonica pubblica non è neppure lontanamente un terzo di ciò che era Telecom Italia allora. Nel 1999 si parlò di una fusione alla pari fra la società italiana e la tedesca Deutsche Telekom mentre oggi la proporzione è di uno a dieci. Tim fattura 13 miliardi e spicci con un utile di 519 milioni dopo quattro anni in rosso; il giro d’affari di Deutsche Telekom supera invece 120 miliardi e i profitti sfiorano 10 miliardi.

Ma non c’è da sorprendersi. La verità è che la stagione delle privatizzazioni in Italia si è risolta in un fuoco di paglia. Aperta nel 1993 con la crisi finanziaria alle porte e la moneta unica già in gestazione, ci volle non poco coraggio e forse una certa dose di incoscienza. Quel che è certo, non sarebbe neppure iniziata se i partiti della cosiddetta Prima repubblica non fossero stati messi all’angolo dagli scandali di Tangentopoli.

La storia delle privatizzazioni

Di privatizzazioni si parlava da tempo nel Palazzo, ma si parlava e basta. Nessuno, in realtà, le voleva. Una prova inequivocabile c’era stata alla metà degli anni Ottanta quando la cessione della Sme a Carlo De Benedetti era stata bloccata dal presidente del Consiglio Bettino Craxi. La Sme sarebbe stata poi smembrata e ceduta negli anni seguenti in gran parte all’estero, vanificando l’idea di un grande polo nazionale dell’industria alimentare.

Così, mentre il vecchio ordine politico franava, per cominciare senza fare torti a nessuno si decise di sacrificare un’azienda dell’Eni socialista e una banca dell’Iri democristiano. Il Nuovo Pignone dell’Eni, comprato dalla General electric, oggi fa parte del gruppo americano Baker Hughes ed è in piena salute. Dal Credito Italiano dell’Iri, che aprì la fase dei grandi collocamenti azionari delle imprese pubbliche da privatizzare, è nato uno dei maggiori gruppi bancari europei: Unicredit.

Il tabù sembrava dissolto. La macchina delle privatizzazioni si era messa in moto e niente pareva più in grado di fermarla. Si vendette l’acciaio dell’Iri al gruppo Riva. Intanto l’Eni era stato trasformato in spa e si preparava il collocamento delle azioni sui mercati. Il ministero delle Partecipazioni statali appariva come un rudere ormai cadente e venne abolito.

Il pezzo forte, per la carica simbolica che portava con sé, erano i telefoni. Ma la privatizzazione di Telecom Italia, voluta dal governo di Romano Prodi e dal ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, se concretamente spianò la strada all’ingresso dell’Italia nell’euro, si sarebbe rivelata un grande errore per le modalità con cui venne condotta e le conseguenze che avrebbe avuto. Soprattutto, fu l’inizio della fine di un’esperienza in realtà brevissima. Terminata insieme ai governi dell’Ulivo e in coincidenza dell’arrivo in pianta stabile sulla scena politica di Silvio Berlusconi. Liberista nei propositi, statalista nella sostanza.

Fatto sta che dopo la cessione delle Autostrade (governo di Massimo D’Alema, fine anni Novanta), ora anch’esse nuovamente nell’alveo pubblico, le cosiddette privatizzazioni hanno obbedito a una regola fondamentale: lo Stato avrebbe venduto, ma rimanendo di fatto proprietario. In questo modo la politica conservava il potere di gestione e di nomina degli amministratori. Così è accaduto con l’Eni e l’Enel, poi con Finmeccanica (poi ribattezzata Leonardo), Fincantieri e Poste.

Così si era tentato di fare perfino con la Rai. E mentre quella parola perdeva pian piano il significato originario, lo Stato ricostruiva in silenzio il proprio predominio sull’economia. Chiuso e messo in liquidazione l’Iri nel 2000, il suo ruolo rivisto e corretto è stato affidato alla Cassa depositi e prestiti. Una banca pubblica posseduta all’84% dal ministero dell’Economia, con una partecipazione del 16% nelle mani di strutture parapubbliche quali sono le fondazioni bancarie.

L’ispirazione, come in molti casi si è verificato storicamente nelle scelte italiane, viene dalla Francia. È il modello francese della Caisse des Dépôts et Consignations (Cdc), omologa transalpina della nostra Cdp con cui il governo di Parigi controlla molte partecipazioni strategiche. Fra queste anche il pacchetto del 6,4% che fa dello Stato francese il terzo azionista di Stellantis dopo le famiglie Agnelli e Peugeot, detenuto attraverso Bpifrance, finanziaria pubblica controllata al 50 per cento da Cdc.

Ecco allora che anche gli ex telefoni di Stato, dopo mille peripezie, tornano a casa. Rientrando dalla porta principale della Cdp, che è il primo azionista di Poste italiane. Ma anche di Eni, Snam, Fincantieri, Autostrade… E non è finita lì. Perché si fa presto a parlare, ancora oggi, di privatizzazioni. (riproduzione riservata)