La Trump Organization, la società che gestisce le attività economiche del presidente degli Usa, nel 2025 ha realizzato 59,5 milioni di dollari di ricavi dalle concessioni in licenza immobiliari. Più del 60% dei proventi da licenze sono arrivati da progetti nei Paesi del Golfo.
Nel mondo esistono diversi hotel di lusso, golf club e branded residence che hanno il nome «Trump». Il presidente, o meglio la sua società, concede in licenza agli sviluppatori immobiliari il nome, per cui riceve un compenso. A questo introito si aggiunge a volte il pagamento per la gestione di quegli immobili.
Gli sviluppatori hanno interesse ad avere il nome Trump nell’insegna perché, come avviene per hotel a marchio Armani, per esempio, consente di proporre prezzi premium, in quanto i consumatori (o acquirenti) riconoscono il brand e si sentono più sicuri in merito al tipo di investimento che faranno o al servizio che andranno a ricevere.
I ricavi derivanti dalle licenze estere, compresi quelli relativi all’utilizzo del nome Trump su immobili in tutto il mondo, sono aumentati del 71% rispetto al 2024. La cifra è risultata quasi 10 volte superiore a quella del 2023, secondo un’analisi della Cnbc della dichiarazione finanziaria annuale di Trump.
La policy etica della Trump Organization vieta operazioni direttamente con governi stranieri ma non impedisce accordi con società private. La società, già al centro di forti critiche per gli investimenti finanziari sospetti in società strategiche nei settori più delicati dell’amministrazione pubblica, anche nelle licenze immobiliari si muove in una zona borderline, come si vedrà a breve. La spiegazione di chi amministra gli affari del presidente resta sempre immutata: «La Trump Organization opera completamente separata dalla presidenza, rispetta le leggi in materia di etica e conflitti di interesse e si avvale di un consulente esterno per le questioni etiche al fine di evitare conflitti», riporta la Cnbc.
Alla domanda sulle attività di Trump all’estero, un portavoce della Casa Bianca ha dichiarato che «l’unico interesse particolare che guida» le decisioni di Trump è «il miglior interesse del popolo americano» e ha indicato oltre 2.000 miliardi di dollari di impegni di investimento e accordi commerciali, nel settore della difesa, dell’aviazione e della tecnologia annunciati durante il viaggio del presidente nel Golfo nel maggio 2025.
Questo viaggio è infatti il fulcro dei dubbi sul conflitto di interessi in merito alle concessioni in licenza nel settore immobiliare.
I progetti legati agli Emirati Arabi Uniti hanno generato per Trump circa 22 milioni di dollari di ricavi da licenze nel 2025, seguiti dall’Arabia Saudita con 9 milioni di dollari e dal Qatar con 5 milioni di dollari. Gran parte di questi ricavi è transitata attraverso due sviluppatori immobiliari del Golfo: la società saudita Dar Al Arkan e la società con sede negli Emirati Damac.
Trump ha dichiarato 25,8 milioni di dollari legati a progetti che coinvolgevano Dar Al Arkan e la sua controllata internazionale con sede a Dubai, Dar Global. I progetti legati a Damac hanno generato altri 11,3 milioni di dollari.
E qui si arriva al possibile conflitto. Risultano due pagamenti da 5 milioni da parte di Damac per progetti immobiliari ad Abu Dhabi, lavori che non erano ancora iniziati. Una dinamica che è assolutamente normale in Medio Oriente, dove sono molto diffuse le operazioni «sulla carta», cioè che insistono su immobili ancora inesistenti. Il punto qui però è che i pagamenti sono arrivati mentre Damac, fondata dal miliardario Hussain Sajwani, perseguiva una significativa espansione negli Stati Uniti.
Nel gennaio 2025 Sajwani si unì all’allora presidente eletto Trump a Mar-a-Lago per annunciare piani di investimento di almeno 20 miliardi di dollari nei data center statunitensi. Trump elogiò l’impegno e dichiarò che le società che avessero investito almeno 1 miliardo di dollari avrebbero beneficiato di procedure accelerate per le valutazioni ambientali e regolamentari.
Sei mesi dopo, Trump firmò un ordine esecutivo che imponeva alle agenzie federali di accelerare le autorizzazioni per i data center idonei e per le infrastrutture energetiche a loro supporto.
La politica si applicava in modo ampio e Damac avviò presto un importante progetto di data center che avrebbe potuto beneficiare di procedure federali accelerate per le autorizzazioni e di altri sostegni previsti dall’ordine.
A dicembre, una controllata di Damac aveva pagato altri 36,5 milioni di dollari per un terreno vicino a Canton, Ohio, destinato a un progetto di data center, secondo i registri immobiliari della contea. Secondo gli stessi registri, il medesimo terreno, composto da otto particelle, era passato di mano per 8,55 milioni di dollari appena due giorni prima. (riproduzione riservata)