Le 10 azioni e i 10 Etf sottovalutati su cui puntare oggi
Le 10 azioni e i 10 Etf sottovalutati su cui puntare oggi
Per 7 settimane consecutive le azioni value hanno fatto meglio di quelle growth. Per gli analisti è sintomo di una caccia alla qualità a prezzi ragionevoli. Ecco come investirci oggi

di di Marco Capponi 20/02/2026 21:00

Ftse Mib
46.472,98 6.58.53

+1,48%

Dax 30
25.260,69 23.30.22

+0,87%

Dow Jones
49.625,97 3.48.48

+0,47%

Nasdaq
22.885,06 23.50.58

+0,90%

Euro/Dollaro
1,1826 3.58.55

+0,32%

Spread
60,22 17.29.12

-0,49

Tempi di vacche grasse per i cacciatori di sconti in borsa. Nelle ultime sette settimane, calcola il market analyst di eToro Gabriel Debach, il fattore di investimento value (azioni sottovalutate) ha sempre sovraperformato la sua controparte growth (titoli ad alta crescita): per ritrovare una sequenza simile bisogna risalire al marzo dello scorso anno ma, se la striscia dovesse continuare, si assisterebbe a una sovraperformance che non si vedeva dal 2013 (e prima ancora dal 2002).

L’interpretazione è abbastanza semplice, ma dalle implicazioni potenti: gli investitori stanno alleggerendo le loro posizioni sui titoli tecnologici e dell’AI e stanno cercando «qualità a prezzo ragionevole», spiega Debach.

La corsa degli Etf value

La dinamica è ben visibile nel mondo degli Etf value, di cui la tabella in basso riassume i primi dieci disponibili in Europa per masse in gestione. Un fondo-indice sull’Msci World Value nell’ultimo anno ha reso sei volte tanto rispetto a un Msci World classico: +27,2% contro +4,1%. E attualmente l’indice value, si legge nel prospetto del provider Msci, tratta a 16 volte gli utili attesi, contro le oltre 20 di quello generalista.

Tanto dipende anche dalla composizione degli indici: quello value infatti ha quasi il 20% di Stati Uniti in meno rispetto al generalista. Per effetto della composizione geografica l’investitore in euro può quindi ridurre il peso del dollaro debole in portafoglio.

Anche a livello settoriale la composizione cambia. Prendendo come riferimento l’indice americano Russell 1000, Debach spiega che «il peso delle prime dieci posizioni nell’indice value, pari al 18,8%, è decisamente inferiore rispetto al growth, dove le sole Nvidia e Apple pesano per il 24,1%». Il settore tecnologico inoltre nel growth «pesa quasi la metà dell’indice, mentre nel value è secondario rispetto a finanziari, industriali e healthcare». Morale della storia: «Nel growth il destino dell’indice è fortemente legato a poche mega cap tecnologiche», evidenzia l’analista. «Nel value la performance è più diffusa e meno dipendente da singole storie».

In Europa a sconto

Per i cacciatori di sconti in borsa l’Europa costituisce ancora un Eldorado (anche se a costo di rinunciare ad alcuni segmenti ad alta crescita del mercato). L’indice Msci Europe Value, che include anche le borse di Regno Unito e Svizzera, tratta a poco più di 12 volte gli utili attesi, e nell’ultimo anno ha reso più del 30%.

Ancora più a buon mercato è l’indice Msci Emu Value, comprensivo di soli titoli dell’Eurozona e quindi non esposto direttamente al dollaro debole: attualmente tratta a un p/e atteso di poco superiore a 11. La tabella in basso riunisce i primi 10 titoli dell’indice per capitalizzazione. Insieme a una corposa presenza di banche e assicurazioni (Santander, Allianz, Bbva, Bnp Paribas, Intesa Sanpaolo) si va da utility come Iberdrola ed Enel a Sanofi (healthcare), TotalEnergies (energia) e perfino un titolo industriale, la tedesca Siemens.

Non tutti i titoli sono a buon mercato in base al parametro del p/e atteso: se la media dei dieci è un ragionevole 12,7, un’azione come Siemens tratta a circa 22,5 volte i profitti stimati. Un errore di calcolo? In realtà no. Come spiega Msci nel suo sito, la metodologia dell’indice combina tre metriche standardizzate: rapporto valore contabile su prezzo, rapporto p/e atteso e dividend yield.

E infatti, un investitore che volesse optare per uno stile value avrebbe dalla sua anche la possibilità di intascare generosi dividendi. Il rendimento da dividendo attuale dell’Msci Emu Value è pari al 4,1%, ma anche un indice globale come l’Msci World Value ha attualmente un dividend yield del 2,4%: niente male, se si considera che l’Msci World classico è fermo poco sopra l’1,5%.

Abbandonare il tech?

I numeri parrebbero giustificare la scommessa sulle azioni a sconto. Come ricorda Fabio Fois, responsabile investment research & advisory di Anima sgr, «da inizio novembre il segmento value globale ha sovraperformato in termini relativi la controparte growth di ben 13 punti percentuali». Un contributo rilevante, aggiunge, «è venuto dalla parte più difensiva del value, come beni di base, tlc e utility, caratterizzati inizialmente da un posizionamento scarico, che hanno quindi beneficiato dalla rotazione degli investitori fuori dal comparto tech».

Il punto ora è proprio questo: è il momento di abbandonare la nave della tecnologia? Qui il giudizio degli analisti è più sfumato. Fois per esempio, pur ammettendo che «gli investitori sembrano non aver gradito i piani di spese in conto capitale annunciati dagli hyperscaler (dell’AI, ndr), soprattutto alla luce della possibilità di monetizzazione nel breve termine di questi investimenti», a fianco a una posizione di sovrappeso su settori value ciclici «come bancari e materiali» resta investito «anche in un settore growth come quello dei semiconduttori, che rimane la colonna portante della tematica dell’intelligenza artificiale».

Concorda Debach: «I grandi fondi stanno riducendo l’esposizione ai nomi più affollati dell’AI trade ma non stanno smantellando la crescita di qualità». La vera linea di frattura «non è growth contro value in senso classico: è tra growth affollato e growth sostenibile», conclude l’analista. (riproduzione riservata)