Si parla sempre del Nasdaq. Ma anche a Piazza Affari esiste un manipolo di titoli tecnologici, una cinquantina in tutto, che cercano di tenere alta la bandiera tricolore del settore.
Alcune società, una decina in tutto, sono sul listino da oltre 20 anni. Certo, dall’avvento dell’informatica al boom del web dei primi anni Duemila fino alla rivoluzione AI che stiamo vivendo le cose sono cambiate parecchio.
E molte di queste hanno dovuto affrontare trasformazioni profonde, piani di rilancio e riorganizzazioni. Alcune, come Stm, sono nate dalla fusione di due storiche realtà: l’italiana Sgs Microelettronica e la francese Thomson Semiconducteurse. Qualcuna ha scelto la strada del delisting. Sta di fatto che anche il piccolo comparto dell’innovazione italiana brilla in borsa e punta ora a crescere con la spinta dell’intelligenza artificiale.
Esprinet è nata nel 2000 occupandosi di distribuzione all'ingrosso di tecnologia, informatica ed elettronica di consumo. Ma negli anni ha diversificato puntando anche su data center e cybersecurity con la divisione V-Valley e sulla transizione ecologica con Zeliatech. «Abbiamo creduto nell’innovazione e nella necessità di evolvere da distributore puro a consulente dei nostri clienti», dice il ceo Giovanni Testa. Nel primo trimestre i ricavi sono saliti dell’11% arrivando sopra il miliardo, dopo un 2025 chiuso con un fatturato di 4,29 miliardi (+4%) e 20 milioni di utile.
«L’anno è partito bene. Siamo concentrati sulla crescita nell’ovest Europa, mentre un mercato a cui guardiamo con interesse è quello africano, dove abbiamo già una presenza in Marocco», continua Testa. Da marzo ha lanciato Innovexya, la piattaforma che gestisce i servizi del gruppo offrendo un supporto ai clienti e ai rivenditori. «Siamo convinti che il solo prodotto fisico non sarà più sufficiente e diventerà al pari di commodity e che il passaggio sarà l'integrazione», conclude Testa. In un anno il titolo è già cresciuto del 68%, ma il consensus degli analisti vede un ulteriore rialzo del 18% collocando il prezzo a 7,8 euro.
Eurotech progetta soluzioni integrate di hardware, software e cybersecurity per permettere ai dispositivi di elaborare dati con l’integrazione dell’intelligenza artificiale. È quello che si chiama Edge Computing. Fondata nel 1992, dopo gli ultimi anni un po’ tormentati, segnati da perdite record e un aumento di capitale da 17,5 milioni, nel primo trimestre ha visto i ricavi tornare crescere a 10,7 milioni di euro (+29%) e il risultato si è chiuso a -2,6 milioni, dimezzando la perdita rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
«Siamo in linea con il nuovo piano industriale. L’innovazione ha sempre bisogno di execution. Vogliamo diventare un abilitatore dell’infrastruttura AI su alcuni settori verticali come trasporti, in particolare per il mondo ferroviario, energy e difesa», premette il ceo Massimo Milan. Il piano prevede il ritorno a un ebitda positivo da quest’anno e di raggiungere la sostenibilità nel 2027. E se occorresse per crescere la società ha già deliberato un altro aumento di capitale da 20 milioni.
«Il segreto sta nella specificità. I grandi clienti chiedono soluzioni sartoriali. Andare a competere in una logica di prodotto a scaffale ha poco senso. Questo è un settore che richiede un focus. Bisogna saper innovare i propri prodotti in portafoglio prodotti e ogni tanto avere anche il coraggio di cambiare totalmente direzione», aggiunge Milan. Il consensus degli analisti indica un target price a 1,18 euro per azione, circa +20% rispetto alle attuali quotazioni di 0,98 euro.
Itway è stata fondata nel 1996 ed è specializzata in soluzioni per la cyber security, intelligenza artificiale, cloud computing e big data. «Il settore dell'informatica ogni 10 anni fa dei salti quantici e bisogna essere in grado di intercettare il cambiamento», premette il presidente e ceo Andrea Farina. «Il futuro che vediamo è quello di una convergenza sempre più spinta sui AI, big data e sicurezza, con l’AI che diventa una nostra alleata perché tanto ci sarà sempre l’umano a dover fare il lavoro di discernere».
Lo scorso anno il fatturato ha chiuso con 70 milioni di euro (58,7 milioni del 2024), ma ha rinviato l’approvazione del progetto di bilancio per completare una «manovra di rafforzamento e supporto del circolante, che potrebbero produrre effetti patrimoniali, nonché impatti finanziari e strategici», come ha spiegato la società. Le previsioni per il 2026 sono in crescita, grazie anche al brevetto di Icoy, la soluzione AI per la sicurezza sul lavoro. Nell’ultimo anno il titolo ha perso il 10%. Oggi viaggia intorno a 1 euro e risente spesso di forti oscillazioni.
Txt e-solutions, nata nel 1989, è in borsa dal 2000. Nel primo trimestre ha registrato ricavi per 109,2 milioni (+18,5%) e un utile netto rettificato di 7,7 milioni (+17,4%).
«Siamo partiti come una software house focalizzata su mercati specifici e, nel tempo, ci siamo evoluti in un gruppo che opera come partner di trasformazione digitale in settori regolamentati e in forte crescita come Aerospazio e Difesa, Fintech e Public Sector. Il nostro modello si basa su un mix di m&a e crescita organica. Tale impostazione ci ha portato a raggiungere una dimensione intorno ai 400 milioni di ricavi annui», racconta il ceo Daniele Misani. «Guardando al futuro vediamo prospettive di crescita positive. Siamo ben posizionati in settori che presentano dinamiche di sviluppo favorevoli e l’AI ci consente di migliorare l’efficienza operativa nella realizzazione di progetti mission-critical e di sviluppare piattaforme e servizi a maggiore valore aggiunto».
In borsa il titolo ha guadagnato oltre l’80% in tre anni, anche se negli ultimi 12 mesi ha registrato una lieve flessione. Il consensus degli analisti vede ancora un potenziale rialzo del 20% con target price a 42 euro.
Exprivia ha scelto di uscire da Piazza Affari nel 2024 dopo quasi un quarto di secolo (si era quotata nel 2000). «A un certo punto i nostri multipli erano più bassi rispetto a quelli delle società che andavamo a comprare e questo ci ha convinto a uscire dalla borsa», argomenta il ceo Domenico Favuzzi. Una scelta che la società vede come un’opportunità per crescere. Dopo aver chiuso il 2025 con 354 milioni di ricavi e un utile di 15 milioni (+14%) punta a raggiungere 400 milioni entro quest’anno e agguantare la quota miliardo nel 2030 per poi tornare magari sul listino.
«La crescita passa dalla trasformazione tecnologia delle nostre attività, portando l'AI in tutte le soluzioni». Nel mirino ci sono due acquisizioni, per le quali ci sono anche dei fondi interessati a partecipare. «Siamo focalizzati sulla ricerca di aziende che operano nel settore dell’aerospazio, sanità, banche e utility. Ma è chiaro che per arrivare al miliardo di ricavi la componente internazionale sarà fondamentale», riprende Favuzzi.
Perché in Italia non sono nati veri colossi tech? «Perché in Italia, come in Europa, non c’è stata una politica industriale che ha facilitato la crescita di campioni. Ora vediamo tutti la necessità di recuperare una sovranità europea, perché condannarci a questa sudditanza perenne non è la prospettiva a cui ci possiamo rassegnare».
Il panorama delle veterane tech di Piazza Affari si conclude con Reply, Digital Bros e Olidata. La prima in particolare - nata nel 1996 come società di consulenza informatica - è diventata un colosso con una capitalizzazione di circa 3,9 miliardi, nonostante il titolo abbia accusato un calo di quasi il 30% in 12 mesi. Negli anni Reply ha riorientato il business concentrandosi su cloud e AI e nel primo trimestre ha ottenuto un fatturato di 645 milioni con un utile di quasi 100 milioni.
Olidata (-39% in un anno) è invece nata nel 1982 come produttore di computer. Ora, dopo una profonda crisi e il recente rilancio attraverso la fusione con Sferanet, ha cambiato pelle per diventare un system integrator focalizzato su cybersecurity, big data, AI e cloud. Il gruppo ha chiuso il 2025 con ricavi per 93,5 milioni.
B&C Speakers produce altoparlanti. Lo scorso anno, nonostante i ricavi siano rimasti stabili, i margini hanno subito una contrazione per l’aumento dei costi operativi. Il titolo ha pagato in borsa con un calo del 28% nell’ultimo anno.
Infine Digital Bros (-27% a un anno), quotata dal 2000, in origine era focalizzata sul mondo dei videogiochi. Nel tempo si è strutturata come player dell’intrattenimento digitale attraverso alcune acquisizioni. Tra gennaio e marzo ha registrato ricavi per 89,3 milioni (+34,4%) e un ebitda più che raddoppiato a 43,8 milioni. (riproduzione riservata)