La vita di Mps, pre e post assemblea, segnala che la legge Capitali va cambiata subito
La vita di Mps, pre e post assemblea, segnala che la legge Capitali va cambiata subito
Ha introdotto dinamiche estranee alla governance delle società quotate, dando vita a schieramenti nei cda: ecco perché bisogna intervenire sul testo normativo per eliminare le anomalie

09/05/2026 11:37

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La cronaca dei lavori del cda di Mps è ormai simile ai retroscena post-elettorali in cui si anticipa chi diventerà ministro, quanti posti vengono rivendicati dai partiti di governo e quali scontri notturni si accendono tra i leader politici. È il frutto avvelenato della legge Capitali, che in teoria doveva regolare la cosiddetta Lista del cda, ma che è stata concepita per consentire ad alcuni azionisti forti, oggi impropriamente definiti minoranze, sottraendo un termine storicamente e giuridicamente riferito ad azionisti privi di peso elettorale o comunque non interessati a concorrere per la gestione della società, di condizionarne la definizione.

Nella conferenza stampa di fine anno 2024, rispondendo a una domanda su questa legge, il presidente del Consiglio spiegò la sua posizione sui motivi alla base della norma: «Credo che la lettura che è stata data non sia corretta. Cioè, quella per la quale si rischia di rendere ingovernabile la società ... Quello che questa norma fa, di fatto, è limitare il meccanismo attraverso il quale, in alcuni casi, si perpetuano all’infinito i cda a prescindere dai soci. E chiaramente al mercato, normalmente, una previsione che rafforza il peso degli azionisti, piace».

L’esempio eclatante di Mps

La norma fu concepita nell’estate del 2023 prevedendo tetti azionari, percentuali e modalità applicabili, in pratica, a un numero minuscolo di società quotate, due delle quali erano Mediobanca e Generali. Il risultato è stato l’aver creato un modello nuovo, sconosciuto alla buona governance e contestato fin da subito da investitori, operatori nazionali e internazionali, e dalla dottrina indipendente: un modello che sostituisce la normale dialettica tra consiglieri con quella tra schieramenti, di maggioranza e minoranza (o addirittura di opposizione, come si è letto in questi giorni).

Il caso Mps offre l’esempio più eclatante. Dopo l'assemblea in cui si è consumato lo scontro tra i diversi azionisti del Monte, i consiglieri eletti non vengono descritti come singoli individui senza vincolo di mandato, indipendenti di giudizio, come la legge e gli statuti richiedono a chi vuole sedere nel cda di una banca o di una compagnia di assicurazione. No: sono diventati esponenti di due schieramenti compatti e contrapposti, che la legge Capitali, a cui si è aggiunta la spericolata introduzione del sistema proporzionale puro nello Statuto di Mps, è riuscita a trasformare in due quasi-maggioranze. I voti finiscono sistematicamente 8-7 (sono 15 i consiglieri della banca) su praticamente ogni punto sensibile all’ordine del giorno.

Poiché le decisioni dovrebbero essere assunte in modo autonomo e indipendente da ciascun membro del board, sorprende, almeno dal punto di vista statistico, la costante uniformità di vedute dei consiglieri di minoranza di cui si legge sulla stampa.

Il significato dei consiglieri di minoranza

La sorpresa aumenta se si considera che la lista «di minoranza» è stata presentata dal cda uscente del Monte. I consiglieri, da qualsiasi lista siano tratti, devono agire, come detto, nel solo interesse della società, ma ciò è ancor più vero per quelli espressi dalla lista del cda, che per sua natura non fa riferimento ad alcun azionista, come la stessa Consob fino dal 2022 si è premurata di rimarcare, ponendo una serie di paletti per scongiurare i possibili rischi di autoreferenzialità. Chi ha partecipato ai lavori, ricorda che alcune versioni iniziali del testo legislativo raccoglievano quanto suggerito dai proponenti non parlamentari della legge, e cioè di non assegnare alla lista del cda alcun seggio qualora fosse arrivata seconda in assemblea.

Qual è allora il significato autentico di consiglieri di minoranza? Sono normalmente espressione del voto dei fondi (non a caso è Assogestioni a presentare candidati) e occupano al massimo il 20 per cento dei seggi in cda (ben oltre il minimo previsto dalla legge, che è di un solo consigliere), oltre ad avere la presidenza dell’organo di controllo. Questa naturale impostazione, fatta di una lista prevalente che esprime una visione della società e il management, affiancata da due o tre consiglieri con le funzioni di garanzia, è stata sovvertita con l'emanazione della legge Capitali (e non è stata sanata dall'appena emanato decreto legislativo di ampia modifica delle norme del Tuf), dando vita a un unicum privo di eguali nei Paesi a economia avanzata.

Eliminare le anomalie

Tornando al caso Mps, ai consiglieri è stata consegnata una maglia di un colore preciso, un ruolo assegnato nel campo di gioco e tifoserie sugli spalti che si aspettano che ciascun giocatore segni nella porta avversaria, anziché giocare tutti nella stessa squadra, talvolta senza riguardo per l'aderenza dei curricula dei candidati ai criteri necessari per sedere nei cda in cui vengono candidati. Sono state introdotte dinamiche estranee alla governance delle società quotate, estremizzando logiche persino oltre la politica stessa. Infatti, nominare i consiglieri in modo proporzionale ai voti ottenuti in assemblea dai soci in un ambiente di liste contrapposte e concorrenti, è come nominare nel governo, votato dalla maggioranza, una serie di ministri scelti dall’opposizione.

Inevitabilmente, questa dialettica maggioranza-minoranza si riversa tout court sul management, che non viene più percepito come l’asset chiave della società, da cui dipendono i risultati aziendali, ma come il rappresentante di una parte e dunque delegittimabile se non è incline ad assecondare i voleri di quei consiglieri espressione di quell’azionista. Il confronto fisiologico tra consiglieri e management, che in caso di dissenso su singoli punti trova soluzione nella buona fede e nello spirito di collaborazione, viene sostituito da una logica di pura appartenenza, nella quale i cosiddetti consiglieri di minoranza finiscono per astenersi o votare contro, quando ciò avviene, in modo compatto.

Il presidente della principale banca italiana, Gian Maria Gros-Pietro, intervenendo in un dibattito Assonime a Milano lo scorso febbraio, commentò la legge Capitali ringraziando enfaticamente gli azionisti della banca per non aver adottato la lista del cda nello Statuto, riferendosi al caos che essa avrebbe generato nella governance. I fatti dimostrano da subito che aveva ragione e che occorre superare l’estate del 2023 e guardare avanti, intervenendo sul testo normativo per eliminare le anomalie segnalate sin da subito e a più riprese da autorevoli esperti e operatori di mercato, italiani e internazionali, e restituire le aziende alle migliori prassi di mercato. (riproduzione riservata)