Per anni è stata soprattutto il fianco sud-orientale della Nato, un alleato spesso scomodo ma militarmente indispensabile. Ora la Turchia vuole diventare anche uno dei fornitori principali dell’Alleanza. Lo ha messo bene in chiaro lo scorso luglio, quando proprio ad Ankara si è svolto l’ultimo vertice dell’Alleanza Atlantica.
La trasformazione, comunque, è iniziata un po’ prima ed è visibile già dai numeri: l’industria turca della difesa e dell’aerospazio ha chiuso il 2025 con esportazioni superiori ai 10 miliardi di dollari, in crescita del 48% sull’anno precedente. Nei primi sette mesi del 2026, le vendite all’estero hanno raggiunto circa 5,8 miliardi, con un aumento di oltre il 26% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Su base annua, a giugno, l’export aveva già superato per la prima volta gli 11 miliardi di dollari.
È il risultato di una politica industriale costruita nell’arco di oltre vent’anni. Ankara ha investito per ridurre la dipendenza dall’estero e creare una filiera nazionale capace di produrre droni, missili, radar, sistemi elettronici, veicoli corazzati e navi. Nel 2002 le esportazioni della difesa valevano appena 248 milioni di dollari, nel 2024 erano arrivate a 7,15 miliardi. La dipendenza da fornitori esteri è scesa dall’80% a circa il 20%.
Il simbolo di questa svolta sono i droni prodotti da Baykar, ma il settore ormai va ben oltre i velivoli senza pilota. Aselsan, il più grande gruppo turco della difesa, produce radar, sistemi di guerra elettronica, avionica, sistemi elettro-ottici, comunicazioni e sistemi per la difesa aerea. Roketsan si è specializzata in missili e munizioni, Turkish Aerospace Industries negli aerei e nell’aerospazio, mentre Stm (Savunma Teknolojileri Mühendislik ve Ticaret) nella cantieristica militare. Cinque società turche sono entrate nella classifica 2024 di Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) relativa alle prime cento aziende mondiali della difesa.
Il cambio di passo si vede soprattutto osservando la geografia di destinazione delle armi. Per lungo tempo i mercati di riferimento per l’export turco sono stati Medio Oriente, Africa e Asia. Adesso la Turchia sta entrando con maggiore decisione in Europa, sfruttando una combinazione competitiva per Ankara: prezzi bassi, tempi di consegna rapidi e prodotti già testati sul campo.
Nel 2025 – secondo la Ssb, l’Agenzia turca per l’industria della difesa – l’Europa è diventata il principale mercato dell’industria turca della difesa, con 4,3 miliardi di dollari di esportazioni. Secondo i dati nazionali, riportati dal quotidiano Handelsblatt, una quota rilevante dell’export è ormai diretta verso Europa, Paesi Nato e Stati Uniti.
Gli accordi raccontano una nuova fase di rapporti con il mercato europeo. La Spagna ha scelto il caccia da addestramento Hürjet di Turkish Aerospace Industries: il contratto prevede la consegna di 30 velivoli e ha un valore di circa 2,6 miliardi di euro, con i primi aerei che dovrebbero entrare in servizio spagnolo dal 2028. C’è poi il fronte navale.
Stm ha ottenuto un contratto per la fornitura di navi logistiche alla Marina portoghese, proprio mentre la Turchia sta aumentando la propria presenza nei programmi navali destinati ai Paesi europei. Sul versante elettronico, Aselsan ha conquistato commesse in Polonia per sistemi di guerra ibrida e ha ottenuto dalla Nato un contratto triennale per sistemi di identificazione destinati alla difesa aerea portatile.
E c’è anche l’Italia. La joint venture tra Leonardo e Baykar, diventata operativa proprio in questi giorni, porta la collaborazione con l’industria turca direttamente dentro la filiera italiana della difesa. La nuova società, con sede a Villanova d’Albenga (SV), mette insieme le competenze tecnologiche italiane con quelle industriali turche. Il primo progetto è l’Astore: un sistema derivato dal TB3 turco e destinato all’Aeronautica italiana.
La partita, però, non è soltanto commerciale. La Turchia resta un alleato della Nato con cui sia l’Europa sia gli Stati Uniti hanno un rapporto complesso. Ankara ha acquistato dalla Russia i sistemi di difesa aerea S-400, provocando sanzioni americane e l’esclusione dal programma F-35. Una contraddizione che racconta la nuova leadership turca, guidata da Recep Tayyip Erdogan, sempre più autonoma sul piano militare ma ancora distante dall’Europa sui diritti. (riproduzione riservata)