Mediobanca: la stanza di Enrico Cuccia è ancora lì, nella merchant bank
Mediobanca: la stanza di Enrico Cuccia è ancora lì, nella merchant bank
Ottant’anni dopo la fondazione Piazzetta Cuccia riscopre il legame tra finanza e imprese. Ma il suo futuro è a un bivio: dipende dell’esito del risiko e dalla sfida tra Intesa e Monte. Che cosa accadrà?

di Camilla Conti 02/10/2026 20:00

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La scrivania di Enrico Cuccia è sempre lì, come se non se ne fosse andato mai. Alle spalle della poltrona, una grande mappa occupa la parete. Accanto, la libreria, il caminetto e pochi oggetti ordinati sul piano di legno. La stanza di via Filodrammatici è rimasta com’era: inviolata. E nonostante tutto quello che è successo negli ultimi anni, tra scalate e tentativi di resistenza. Plastica dimostrazione di quello che (forse) sarebbe stata la reazione del taciturno fondatore ma ben dotato di umorismo. I nuovi inquilini hanno osato una sola cosa, rimuovendo una pianta grassa che ormai faceva da palo ad un’assenza.

Quando la banca fu costituita e Cuccia era già presente, il 10 aprile 1946, l’Italia era uscita dalla guerra da meno di un anno e non aveva ancora scelto la Repubblica. Nell’atto di nascita si chiamava Banca di Credito Finanziario. Mediobanca era il nome breve che avrebbe finito per imporsi.

Dietro quella porta c’era un progetto preciso. Nata per iniziativa di Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia, con Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma come azioniste, Mediobanca doveva colmare una lacuna: finanziare a medio termine la ricostruzione delle imprese, in un Paese dove il mercato dei capitali era ancora troppo debole. Nel tempo, al credito si affiancarono partecipazioni, collocamenti e consulenza. La banca diventò il crocevia degli equilibri del capitalismo italiano, qualcuno disse il centro del vero potere, il salotto buono.

La sua storia comprende però anche un laboratorio finanziario, meno raccontato dei patti di sindacato e delle grandi famiglie. Già dalla fine degli anni Cinquanta, aderendo all’Eurosyndicat, Mediobanca partecipò ai primi esperimenti europei di fondi di investimento: un’industria destinata a svilupparsi in Italia dalla metà degli anni Ottanta. Negli anni Sessanta sperimentò anche il Fondo Patria, affrontando problemi giuridici e fiscali quando ancora mancava una disciplina italiana dei fondi comuni.

Lo stesso filo attraversava altri mestieri. Progredi, avviata nel 1951, faceva consulenza alla media impresa; Compass, dal 1960, portò il prestito personale nelle famiglie italiane. Collegavano risparmio, consumi e produzione. Più tardi Banca Esperia nacque per gestire anche la liquidità degli imprenditori generata dalle operazioni straordinarie seguite dalla banca d’affari. Quel rapporto fra il bilancio dell’azienda e il patrimonio di chi la possiede è il punto in cui il passato incontra il progetto attuale.

Ottant’anni dopo, per capire che cosa sopravvive di quel modello bisogna uscire dalla stanza di Cuccia e seguire il risiko.

Il risiko bancario e il futuro di Mediobanca

Il progetto all’esame degli azionisti Mps prevede che l’attuale Mediobanca, oggi guidata da Alessandro Melzi d’Eril, venga incorporata nel Monte e tolta dal listino. A una nuova società non quotata, controllata da Siena e chiamata Mediobanca SpA, andrebbero il corporate & investment banking, il private banking per i grandi patrimoni, parte della gestione dei risparmi di Mediobanca Premier, le sedi estere e la partecipazione in Generali. La rete dei consulenti finanziari Premier confluirebbe invece in Widiba. D’altro canto però, non è un mistero che se dovesse prevalere invece l’opas di Intesa sul Monte, il ceo di Ca’ de Sass Carlo Messina ha intenzione di bloccare la fusione Siena-Milano, per implementarne il ruolo antico insieme a Banca Imi. Insomma, Mediobanca non è più un crocevia ma il suo futuro stesso è ad un bivio.

Fusione e scissioni sono all’ordine del giorno dell’assemblea Mps del 29 ottobre: il disegno industriale è stato tracciato dall’amministratore delegato del Monte, Luigi Lovaglio, ma il voto e il completamento delle operazioni devono ancora arrivare. Il nome Mediobanca resterebbe dunque legato ai servizi alle imprese, ai grandi patrimoni e alla gestione degli investimenti, mentre una parte delle attività sviluppate dal gruppo prenderebbe un’altra strada. Per misurare la riuscita dell’operazione occorrerà capire quanto valore conserverà ciascun perimetro e quanto ne produrrà l’integrazione. La quota in Generali è l’eredità più rilevante della Mediobanca delle grandi partecipazioni ed è anche al centro dei diversi scenari di risiko bancario. Mantenere, ridurre o valorizzare quella quota potrà essere decisivo per il futuro di Piazzetta Cuccia. Da quella scelta dipenderà infatti il contributo della compagnia ai risultati della banca, con risorse importanti per rafforzare la consulenza alle imprese e la gestione dei patrimoni, facendo crescere i ricavi e le commissioni.

Il paradosso è che questa fase di evoluzione arriva dopo la migliore semestrale della storia di Mediobanca.

I risultati finanziari della semestrale

Di cui gli abitanti del palazzo sul retro della Scala vanno fieri. Nei primi sei mesi del 2026 l’utile netto ha raggiunto 711,2 milioni, in aumento del 5,9% nonostante la maggiore tassazione e la normalizzazione del costo del rischio. I ricavi sono saliti del 6% a quasi 2 miliardi, il risultato operativo del 12% a circa 1,2 miliardi. Il rendimento del patrimonio netto tangibile, il Rote, si è attestato al 14,96%. Nel secondo trimestre, con ricavi superiori al miliardo e un utile di 388,5 milioni, è stato soprattutto il corporate & investment banking a spingere con risultati record: le sue commissioni sono cresciute del 31% rispetto al trimestre precedente.

Quei risultati riportano al centro il mestiere di Mediobanca: una merchant bank con una presenza internazionale e un patrimonio di competenze che può trovare nuovi sbocchi. Dalla ricapitalizzazione delle aziende alle operazioni straordinarie delle medie imprese, fino alla gestione della liquidità degli imprenditori, il collegamento fra banca d’affari e patrimoni è il terreno su cui il progetto può produrre valore. È una relazione che accompagna l’impresa e chi la possiede in momenti diversi: quando occorre finanziare la crescita, aprire il capitale, vendere un’attività o affrontare un passaggio generazionale.

Il wealth management è già una componente importante di questo modello. Le masse del comparto raggiungono 117 miliardi, pur in una fase di stabilizzazione dell’attività. Anche il credito al consumo contribuisce ai risultati, con erogazioni record. I conti misurano però un gruppo più ampio del perimetro che conserverà in futuro il nome Mediobanca: offrono una base per l’integrazione, ma resta da distribuire il valore fra le attività. La redditività raggiunta oggi sarà quindi il termine di confronto per valutare gli assetti di domani.

Preservare quel patrimonio richiederà più della continuità del nome. Per una banca che vende competenze e relazioni, trattenere persone e clienti pesa quanto mettere in comune sistemi e strutture. La forza del marchio può aprire una porta ma la qualità del servizio decide se il cliente rimane. Di certo, per decenni Mediobanca è stata definita il salotto buono, poi è diventata un fortino, oggi è tornata a fare il suo lavoro, ovvero la merchant bank: torneranno le antiche poltrone dove si sedevano ansiosi gli imprenditori italiani in cerca di sostegno? (riproduzione riservata)