Il 17 luglio la Commissione Europea ha presentato il piano per rendere il sistema bancario dell'Unione più competitivo. È importante chiarire subito di che cosa si tratta: non è ancora una nuova legge, ma una roadmap politica. Le vere proposte legislative sono attese per il primo trimestre del 2027.
La diagnosi della Commissione parte da tre problemi. Il primo è che, nonostante l'Unione bancaria, capitale e liquidità delle banche continuano a essere in parte bloccati entro i confini nazionali. Il secondo riguarda le regole internazionali, che secondo Bruxelles non sempre vengono applicate tenendo conto delle caratteristiche del sistema bancario europeo. Il terzo è la crescente sovrapposizione di requisiti e controlli, che ha reso il sistema molto complesso.
Le proposte di semplificazione non sono marginali. La Commissione vuole eliminare alcune duplicazioni nei requisiti patrimoniali, semplificare le regole che le banche devono rispettare in caso di crisi, ridurre il numero di riserve di capitale e rendere più omogenee le regole tra i diversi paesi. Vuole inoltre dimezzare il numero di dati che le banche devono comunicare alle autorità e introdurre regole più proporzionate per gli istituti piccoli e meno complessi.
Sul fronte dell'integrazione transfrontaliera Bruxelles stima che una gestione più libera delle risorse all'interno dei gruppi bancari europei potrebbe rendere disponibili fino a 230 miliardi di euro di capitale e liquidità. Il dibattito sulla competitività bancaria europea non nasce oggi. I rapporti Letta e Draghi avevano già posto il problema nel 2024 e i governatori delle principali banche centrali dell'area euro nel febbraio 2025 hanno chiesto una ricalibrazione delle regole.
Nel frattempo però altre regole stanno già entrando progressivamente in vigore. È il caso dell'output floor, la norma che pone un limite al vantaggio che le grandi banche possono ottenere utilizzando i propri modelli interni per calcolare il capitale necessario: la sua applicazione aumenterà gradualmente fino al 2030.
La questione è particolarmente importante per l'Europa perché la Commissione non ha ancora chiarito come dovrà combinarsi con le altre riserve di capitale già richieste. Secondo le stime dell'industria, l'effetto complessivo potrebbe tradursi in un aumento di circa il 12% delle attività ponderate per il rischio delle grandi banche europee e in una minore capacità di credito per 450–600 miliardi. Quando il nuovo pacchetto legislativo arriverà nel 2027, questa transizione sarà già in corso.
C'è un'altra contraddizione. La stessa Commissione riconosce che il quadro normativo è diventato una sorta di «bersaglio mobile»: dal 2015 le principali regole bancarie e quelle sulla gestione delle crisi sono state modificate oltre trenta volte. E il processo continua: alcune riforme appena approvate non saranno pienamente applicabili prima del 2028, mentre Bruxelles sta già preparando nuovi interventi sulle stesse materie.
Tra il 2027 e il 2029 le banche dovranno gestire l'entrata in vigore di numerose modifiche. Una semplificazione che produce continuamente nuove norme rischia, almeno nella fase di transizione, di generare ulteriore complessità.
Da qui al pacchetto legislativo del 2027 saranno soprattutto tre i punti da seguire. Il primo è proprio l'output floor e il modo in cui verrà coordinato con gli altri requisiti patrimoniali. Il secondo riguarda la possibilità per i grandi gruppi bancari di spostare più facilmente capitale e liquidità tra le proprie controllate nei diversi Paesi europei: è da queste condizioni che dipende buona parte dei 230 miliardi indicati dalla Commissione. Il terzo, e forse più politico, riguarda chi decide le riserve di capitale e quindi la governance del sistema. Nel frattempo, alcune decisioni potrebbero essere prese altrove. La riforma della vigilanza sui mercati finanziari sta già discutendo un rafforzamento dei poteri dell'Esma, l'autorità europea dei mercati, compresa la possibilità di attribuirle un obiettivo legato alla competitività. Se questo principio venisse introdotto per l'Esma ma non per le autorità di vigilanza bancaria, si creerebbe un precedente difficile da ignorare.
Resta infine una cautela essenziale. Bce ed Eba sostengono la necessità di semplificare, ma pongono una condizione: bisogna eliminare la complessità inutile senza ridurre la capacità delle banche di resistere alle crisi. È una distinzione fondamentale. L'obiettivo non dovrebbe essere semplicemente avere meno regole o meno capitale, ma avere regole più chiare, coerenti e proporzionate.
Il giudizio sulla Comunicazione può quindi essere sintetizzato così: è una risposta tecnica convincente a un problema che rimane soprattutto politico. Ma difficilmente basterà a risolvere il problema alla radice. La vera sfida è costruire un mercato bancario realmente europeo, nel quale non siano soltanto le regole a essere comuni, ma anche il modo in cui vengono interpretate, applicate e fatte rispettare. E su questo terreno la Commissione, almeno per ora, ha scelto di procedere con maggiore cautela. (riproduzione riservata)
*Professore a contratto Università Cattolica del Sacro Cuore Milano