La scalata al potere di Leonardo Maria, tra Delfin e media
La scalata al potere di Leonardo Maria, tra Delfin e media
Il quartogenito del fondatore di Luxottica cerca finanziamenti per ottenere il controllo di Delfin, rilevando quote degli altri eredi. E ha investito anche nei giornali, riaprendo il tema del legame tra ricchezza e influenza sull’informazione

di di Paolo Panerai 24/04/2026 19:30

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Può bastare chiamarsi Leonardo Maria, nonostante la riduzione in Leonardino, cioè mezzo nome del grande padre, per poter ottenere 10 miliardi di crediti da primarie banche italiane e straniere al fine di diventare l’azionista di riferimento dello straordinario gruppo Essilor-Luxottica?

E soprattutto può bastare quando già, grazie al nome e alla potenziale eredità di almeno 5 miliardi, cioè quanto viene valutata la sua attuale quota del 12,5% in Delfin, la società controllante di Essilor-Luxottica, egli ha già ricevuto sostanziali finanziamenti da varie banche, fra cui Intesa Sanpaolo (500 milioni) e Unicredit (pare 750 milioni)?

Il ruolo nella guerra per il controllo di Mps

Non voglio certo dire che quei finanziamenti, questa volta miliardari, se erogati, siano sproporzionati rispetto al valore di altre due quote del 12,5% di Delfin, che potrebbero essere cedute a Leonardino dai fratelli (anche se di diversa madre) di nome Luca e Paola, permettendogli così di arrivare al 37,5% e quindi al potenziale controllo o almeno comando di tutto il gruppo creato da quello straordinario imprenditore che è stato il padre di tutti, con l’aiuto fondamentale del manager che tuttora gestisce il gruppo e cioè Francesco Milleri.

Come se non bastasse, si è appena conclusa la guerra per il controllo di Mps, nel quale la stessa Delfin è stata parte decisiva a favore della professionalità e del buon senso del manager risanatore della banca senese. E ora il figlio che porta il nome (più diminutivo) di quello straordinario Martinitt che era Leonardo del Vecchio opera per riaprire la partita di controllo di Delfin, la finanziaria lussemburghese, capolavoro di ingegneria legale non foss’altro per tentare che figli di tre letti diversi litigassero il meno possibile fra loro.

Ma appunto nonostante l’architettura straordinaria del gruppo costruita dal fondatore, con l’aiuto decisivo di un manager straordinario, lo ripeto, come Milleri, ora il figlio che porta il nome del padre vuole diventare il comandante del gruppo grazie alla disponibilità di due fratelli a vendere ciascuno il loro 12,5%.

La complessità degli eredi

Nonostante tutte queste manovre fossero già in atto, Milleri, nominato cavaliere del lavoro pochi mesi prima dal Presidente Sergio Mattarella, ha organizzato, come ho già scritto, la cena di Natale 2025 dei cavalieri del lavoro lombardi proprio nella sede di Essilor-Luxottica a Milano, meravigliando un po’ tutti per la straordinaria tecnologia che dominava ogni angolo della sede.

Poi, non molte settimane fa, c’è stata l’assemblea nazionale dei cavalieri del lavoro a Firenze. In questo evento, a me e a Piero Antinori è capitato di essere per la cena al tavolo con Claudio Del Vecchio, il figlio che prima della discesa in campo di Leonardino aveva mostrato più intraprendenza e capacità manageriale, fino al punto di essere, come il padre, appunto nominato cavaliere del lavoro. Naturalmente non siamo entrati nelle vicende familiari, tuttavia è apparso chiaro che il ruolo di manager assoluto assegnato dal fondatore a Milleri era condiviso almeno dai fratelli più anziani.

Ma a rendere complessa la situazione di uno dei gruppi italiani più ammirati nel mondo e fra i pochi italiani che hanno il primato assoluto mondiale di alcuni settori, è proprio la complessità degli eredi, di tre mogli-compagne diverse, con l’aggiunta che l’ultima moglie ha ottenuto di far entrare nel nucleo degli eredi il figlio di un precedente matrimonio. Ora, in una situazione familiare così complessa si sono inserite le crescenti ambizioni di Leonardino, sicuramente alimentate dal portare egli il nome del padre sia pure con l’aggiunta di Maria.

Il ruolo di Francesco Milleri

In un contesto così complesso, avete mai letto o sentito una qualsiasi parola stonata da parte del gestore, il bravissimo Milleri? Anzi, non con le parole ma con i fatti, come nell’ultima vicenda di Mps, egli, in silenzio, ha compiuto gli atti più positivi per il futuro di Mps e dei manager che lo hanno risanato, schierandosi appunto a loro difesa nella feroce battaglia per il potere partita da Roma. E del resto, era più che legittimato a fare tutto questo essendo il gestore della quota più importante in Mps, cioè il 17,5%.

Ora, davanti a Milleri si è aperta in maniera palese, per le mosse di Leonardo Maria, la partita, al limite, più difficile: cioè quella di riuscire a non far crollare la struttura azionaria definita con il fondatore e che ha permesso a Essilor-Luxottica e alla sua controllante al 100%, Delfin (omen nomen, riguardando gli eredi-delfini), di veleggiare sempre con maggiori successi tecnologici ed economici.

Una prerogativa assoluta del fondatore

Una delle assolute prerogative del fondatore, che partendo da Martinitt era stato capace di costruire sugli occhiali un impero mondiale, era appunto quella di trattare tutti i figli di tre letti allo stesso modo, preoccupandosi anche del figlio dell’ultima moglie, Rocco Basilico, cooptato comunque nell’asse ereditario. E aveva saputo scegliere, per guidare le vicende aziendali e inevitabilmente famigliari, un manager appunto della capacità e della riservatezza di Milleri. In questa almeno apparente serenità di gruppo ecco che scattano le ambizioni del così chiamato Leonardino.

Come è noto, Leonardo Maria si è lanciato in alcune attività nelle quali il gruppo non aveva alcuna esperienza, per esempio come nell’editoria facendo molte avance, che conosco bene, a vari soggetti per poi riuscire a concludere con la famiglia Monti-Riffeser, guidata da Andrea, che è anche presidente della Federazione degli editori. Voler controllare da miliardario, visto che comunque anche con la partecipazione attuale del 12,5% ciascun figlio ha un valore di portafoglio di almeno 5 miliardi, lascia intendere che Leonardino valuti di poter risanare un settore, quello dei giornali quotidiani, minacciati da più parti, dal digitale alla AI generativa.

Oppure pensa che, comunque, con i giornali possa aumentare il suo potere? Sia come sia, comunque coloro che gli hanno venduto o gli potranno vendere giornali non possono che dirgli grazie, visti i bilanci che non sono certamente floridi per tutto il settore. Ma bisogna anche capire perché un miliardario abbia questa sete anche di potere mediatico.

L’importanza di informazioni oggettive

È un tema, questo, che dovrebbe interessare tutti coloro che, semplici cittadini o ricchi cittadini, pensano che i giornali o più propriamente i media siano necessari per poter accrescere il loro potere. A pensarla così sono in tanti, troppi perché la democrazia non sia in pericolo, come in realtà lo è stata da sempre.

Una democrazia funziona bene, con equità verso tutti i cittadini, se gli stessi possono recepire e ragionare su informazioni il più possibili oggettive, cioè rappresentative della nuda realtà, non di una realtà vestita con colori od orpelli che servono a interessi di parte, anche se pagano i costi della produzione dell’informazione. Oggi più che mai a causa della facilità con cui le notizie o le interpretazioni, false o non corrette, possono essere prodotte con la AI.

Il potere nell’informazione

Ecco allora che chi, con chiara evidenza, ambisce ad avere un ruolo di potere crescente all’interno dell’azienda produttrice di enormi ricchezze per la sua famiglia e quindi di potere anche nella società civile, pensa in parallelo ad acquistare potere nell’informazione. Leonardo Maria Del Vecchio non è certo il primo a ragionare così e non sarà l’ultimo perché potere e informazione sono andate a braccetto da troppo tempo e solo in pochi casi non hanno generato sconquassi per la società civile.

Per comprenderlo, senza andare troppo indietro, basta pensare perché il fondatore della Fiat, nonno dell’Avvocato, si premurò di conquistare il primato dell’informazione in Piemonte e poi in altre parti d’Italia con La Stampa di Torino. E ora il nipote John Elkann ha veduto tutto il vecchio apparato e ha pensato di elevarsi al massimo, facendo crescere la sua quota in The Economist, il sistema che ruota intorno all’omonimo settimanale, che fattura circa 800 milioni di sterline, e che continua ad avere fortuna perché chi lo fondò ebbe l’accortezza di stabilire che, indipendentemente dalle azioni possedute, i voti non potevano essere in assemblea più del 20% e inoltre che un potere decisivo fosse in mano alle persone che lavorano nella casa editrice.

Cosa succede nei grandi giornali Usa

Non le stesse, ma con finalità identica, sono le regole nello statuto di The New York Times, nel quale la famiglia Ochs-Sulzberger di editori puri (cioè senza altri interessi economici rilevanti) possiede la maggioranza delle azioni di categoria B (non quotate), che permettano di garantire l’indipendenza editoriale e di impedire scalate ostili, in quanto le azioni di categoria A non danno poteri gestionali e sono quotate alla borsa di New York; esse sono possedute principalmente dal miliardario messicano Carlos Slim e da grandi fondi con l’obiettivo di ottenere il miglior rendimento finanziario possibile, e non possono interferire nella linea del giornale.

Storia tutt’affatto diversa è quella di The Washington Post, che ebbe il merito con editore la grande Katharine Graham, di scoprire e denunciare prima le deviazioni della guerra in Vietnam con i Pentagon papers e l’anno dopo di offrire alla democrazia americana le rivelazioni sullo scandalo Watergate che costò le dimissioni a Richard Nixon. Per carenza di eredi con lo stesso spirito di editori puri, i Graham hanno ceduto il quotidiano della capitale a Jeff Bezos, fondatore di Amazon.com. E quanto sta accadendo negli Usa con la presidenza di Donald Trump è diretta conseguenza anche della mancanza di un giornale indipendente nella capitale americana.

Il perché del nostro rifiuto

Quindi, se volesse sperare di fare bene ma in maniera corretta il controllore di Essilor-Luxottica, Leonardo Maria farebbe bene a dimenticarsi di acquisire potere con i media, anche perché i giornali nella versione tradizionale sono finiti e la AI introduce, insieme ad alcuni indubbi vantaggi, problematiche enormi per la democrazia. Non fosse altro per la concentrazione del potere informativo in pochissime mani, che, sullo slancio del boom della AI, hanno raccolto centinaia e centinaia di miliardi, a cominciare da OpenAI.

Non è casuale, per tutto questo, che pur nella nostra dimensione, intendo quella di Class Editori, abbiamo rifiutato, sulla scia del New York Times, di vendere i nostri 40 anni di informazione e invece realizzare in maniera autonoma il nostro sistema di AI, MFGpt.

Caro Leonardo Maria Del Vecchio, le sarà pertanto, spero, tutto più chiaro del perché abbiamo, come azionisti e giornalisti di Class Editori, rifiutato le sue allettanti proposte. E ciò, anche perché Class Editori, quotato in borsa, ha azioni di categoria B, non quotate che garantiscano l’autonomia dell’informazione rispetto a chi penserebbe di sottometterla ai propri interessi economici o politici.

Il ruolo dell’Università Bocconi

Non è la prima volta che lo scrivo (e quindi me ne scuso con i lettori), ma questo assetto di Class Editori oltre che alla volontà di noi giornalisti è dovuto a chi ci ha aiutato nel far nascere la casa editrice e cioè l’Università Bocconi, guidata dal professor Luigi Guatri, primo presidente, e con uno statuto elaborato dal professore e notaio Piergaetano Marchetti, che prevede le azioni di categoria B come il NYT.

In parallelo, pensiamo quindi che i nostri lettori siano particolarmente interessati a seguire le evoluzioni, sia pure di una società privata come Delfin ma anche della controllata EssilorLuxottica, quotata alla borsa di Parigi. La straordinaria capacità imprenditoriale del fondatore Leonardo Del Vecchio e la sua scelta di un manager della efficienza e correttezza di Milleri rappresentano un esempio rarissimo, se non unico, nel panorama imprenditoriale italiano e quindi il suo destino futuro sarà più che significativo per la democrazia economica e bancaria italiana, come già lo è stata la scelta di Milleri di appoggiare, per l’affermazione, la linea dei bravissimi manager di Mps.

Cosa fa il ceo di Unicredit Andrea Orcel

Di carne al fuoco nel settore bancario, finanziario e assicurativo italiano ce ne è molta anche grazie al dinamismo, inarrestabile, del ceo di Unicredit, Andrea Orcel, che guarda, sornione, a Generali come a un obiettivo molto interessante, aumentando così la partecipazione di Unicredit di due punti, all’8,72%.

Ed è difficile dargli torto sulla bontà dell’investimento in Generali. Ma Generali è un’altra colonna fondamentale del sistema Paese Italia e non solo per essere di fatto la più radicata compagnia assicuratrice italiana nel mondo. Per anni in Generali ha comandato Mediobanca. Oggi Mediobanca ha come socio principale, con il 13,19%, Mps, per fortuna rimasta, da più antica banca del mondo, in mani professionali di altissimo livello. Ci potrà essere un’intesa in Generali fra chi, l’ex-Unicredit Luigi Lovaglio, che gestisce la quota maggiore della compagnia triestina e conduce con grande efficacia Mps, avendolo salvato da scalatori, e un banchiere come Orcel che conduce una banca ordinaria con lo stesso dinamismo di quando faceva il banchiere d’affari?

Penso che fra persone oneste e professionali l’intesa sia e debba essere possibile, preservando il sistema da chi ha altri scopi. Questi mesi di quasi terremoto per il sistema bancario e assicurativo italiano potrebbero, quindi, concludersi con l’affermazione della professionalità contro l’ingordigia da leone del Colosseo. (riproduzione riservata)