La repubblica dei bonus: storia (e illusioni) delle mance elettorali
La repubblica dei bonus: storia (e illusioni) delle mance elettorali
Fa discutere la scelta del governo Meloni di sospendere il bollo auto. Ma sotto elezioni la mossa acchiappa-voti è scattata con Prodi, Berlusconi, Renzi e De Luca. E non è stata sempre vincente. Ecco perché

di di Sergio Rizzo 19/09/2026 12:00

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«Abbiamo vinto perché abbiamo dato il segno di come cambiare il Paese, non per gli 80 euro», replica alle malignità il presidente del Consiglio Matteo Renzi dopo il trionfo del Pd alle europee del 2014. Per quella operazione degli 80 euro in più nelle buste paga dei lavoratori, guarda caso sfornata proprio alla vigilia del voto, l’hanno crudelmente infilzato tutti. Anche a sinistra. E magari gli 80 euro non hanno deciso la sfida delle urne, però una mano di sicuro l’hanno data.

Nel Paese dove la clientela è la tecnica dei politici per ottenere il consenso, l’idea che con qualche regalino (o regalone) alla vigilia delle elezioni si possa far pendere la bilancia dalla propria parte non solo è considerata assolutamente normale. È la prassi. Da sempre. Così, quando l’opposizione attacca la presidente del Consiglio che ha appena annunciato l’abolizione (ma non per tutti) del bollo auto, Giorgia Meloni ha buon gioco a ribattere che assolutamente non l’ha fatto perché le elezioni sono imminenti e nei sondaggi il centrodestra zoppica un po’. Proprio vero.

Promesse elettorali

Anche se forse nell’immaginario di chi non ama le tasse non c’è nulla di più odioso del bollo auto: in quanto l’unica tassa che, di riffa o di raffa, non si può aggirare. E l’effetto placebo sul corpo elettorale che segue qualsiasi promessa di cancellare quel balzello risulta immediato. Ne era perfettamente consapevole un fuoriclasse del consenso come Silvio Berlusconi. Ospite della trasmissione Matrix sulla sua Canale5 la sera dell’11 aprile 2008, il Cavaliere spara a sorpresa: «Aboliremo gradualmente il bollo auto».

Mancano appena 32 ore all’apertura dei seggi, che lo incoroneranno vincitore per la terza volta. La sua promessa non sarà mai rispettata. E tutti i successivi richiami, cavalcati soprattutto da Matteo Salvini, cadranno nel vuoto. Ma poco importa. Intanto le elezioni sono vinte, e le promesse elettorali altro non sono che «voci dal sen fuggite».

Diverso è il discorso per le mancette e i bonus distribuiti prima del voto nella speranza di sovvertire un sondaggio nagativo. Quelle non sono promesse che possono restare sospese nell’aria. E a differenza loro non è detto che tutti i regalini funzionino come gli 80 euro di Renzi, che era sotto il 30 per cento prima delle europee e si è ritrovato dopo a quasi il 41. Qualche storia?

Una lunga storia di mance e bonus 

Per vincere le elezioni del 2001 il centrosinistra è pronto a mettere sul piatto un omaggio mai visto: la detassazione delle tredicesime nella finanziaria. Vale 10 mila miliardi di lire, l’equivalente di 8 miliardi e mezzo di euro attuali. Ma è inutile. Berlusconi stravince lo stesso. Cinque anni dopo tocca al Cavaliere, che non ci pensa su due volte. Dopo aver tagliato un po’ le tasse ai redditi medi l’anno prima, nella speranza di risalire nei sondaggi che invece continuano ad andare male, spara le residue cartucce nell’ultima finanziaria.

Dove piazza un bonus di mille euro una tantum per chi fa un figlio. Non serve a niente, perché sia pure faticosamente torna il centrosinistra. Ma il secondo governo di Romano Prodi è un disastro, e dopo nemmeno due anni è alla frutta. La sorte è già segnata quando scatta la mossa della disperazione: l’abolizione del canone Rai per gli ultra settantacinquenni, ma che non guadagnino oltre 516 euro al mese. Nessuno di loro se ne accorge e le successive elezioni del 2008 sono una mattanza ampiamente prevista.

Alle politiche del 2013 ci porta Mario Monti e non c’è trippa. Invece cinque anni dopo a palazzo Chigi è installato Paolo Gentiloni e il Pd prova a frenare la marea gialla dei 5 stelle con qualche invenzione. Si pensa a escludere dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni alcune categorie. Ma i beneficiati sarebbero pochissimi ed è una risposta troppo debole all’offensiva salviniana che propone quota 100. L’idea poi nemmeno passa, impallinata dai sindacati. Allora non restano che gli spiccioli, come lo sgravio di 350 euro al mese concesso alle cooperative sociali che assumono immigrati titolari di protezione internazionale. Una mancia insignificante, incapace di frenare lo tsunami grillino.

Il caso De Luca in Campania

Avrebbero dovuto chiedere consiglio a Vincenzo De Luca. Correva l’anno 2020, il mondo intero è devastato dalla pandemia di Covid-19. La presidenza della Regione Campania è in scadenza e le elezioni sono previste per il mese di settembre. De Luca, che ricopre quell’incarico, è deciso a correre per la riconferma. Ma la pandemia rende la situazione ancora più complicata. Ecco allora l’idea: sfruttare la pandemia. Nel senso di alleviare le difficoltà anche economiche causate dal Covid-19 alle categorie più disagiate.

Per farlo si possono usare i fondi europei destinati a interventi nel sociale. E ce n’è abbastanza per far lievitare le pensioni basse di 170 mila campani ai fatidici mille euro al mese. Soltanto per un paio di mesi, però. Maggio e giugno, che com’è noto sono a una distanza temporale da settembre che non mette in crisi la memoria. De Luca rivince le elezioni regionali sfiorando il 70%. Cinque anni prima aveva superato a malapena il 41. (riproduzione riservata)