L’industria italiana della difesa accelera ancora. Nel 2025 il valore complessivo delle autorizzazioni per esportazioni, importazioni e transito di materiali d’armamento ha raggiunto 11,141 miliardi di euro, in aumento contro gli 8,44 miliardi dell’anno precedente. È un salto che certifica non soltanto la crescita del comparto militare nazionale, ma anche il mutamento degli equilibri geopolitici e industriali che stanno ridefinendo il mercato globale della difesa
A trainare il comparto è l’export, che con 9,164 miliardi di euro registra un balzo del 19% rispetto all’anno precedente. «Una crescita che mostra la solidità dell’industria italiana nel settore internazionale», ha detto il direttore della Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) della Farnesina, Giorgio Aliberti, in Senato. «È bene sempre guardare i dati negli anni: la somma dei valori delle autorizzazioni 2021-2025 è in calo rispetto al quinquiennio precedente», ha precisato Aliberti.
Il settore, comunque, si conferma un terreno per pochi grandi attori. Nonostante operino sul mercato 159 diverse aziende, la ricchezza prodotta è concentrata nelle mani di un ristretto gruppo. Le prime 15 società esportatrici pesano infatti per il 90,44% dell’intero valore finanziario autorizzato. Al vertice si trova Leonardo: con 416 autorizzazioni e un valore di oltre 4,17 miliardi di euro, il colosso nazionale controlla da solo il 54,09% dell’intero mercato dell'export italiano. Dietro il gruppo controllato dal Mef si collocano Iveco Defence Vehicles (7,44%), Rwm Italia (4,62%), Mbda Italia (3,17%) ed Elettronica (3,16%).
Il quadro mostra un settore sempre più polarizzato attorno ai grandi campioni nazionali ed europei della difesa. Accanto a Leonardo crescono infatti Rheinmetall Italia, Knds Ammo Italy, Thales Alenia Space Italia e Northrop Grumman Italia, segno della crescente integrazione continentale e atlantica delle filiere militari. Parallelamente aumenta il numero delle imprese iscritte al registro nazionale della difesa: a fine 2025 sono 498, contro le 433 del 2024. Le nuove iscrizioni salgono a 75 in un solo anno.
Un dato industriale particolarmente interessante riguarda la natura della produzione. Sebbene la vendita di materiali (bombe, veicoli, aeromobili) resti la voce principale, il 2025 ha visto un’impennata clamorosa dei servizi (pacchetti complessi di manutenzione, assistenza e formazione) che sono passati dal pesare il 3,38% del totale nel 2024 a un impressionante 34,71% (pari a 2,68 miliardi di euro).
Dietro i numeri della Relazione annuale sul commercio di armamenti, emerge un sistema industriale sempre più concentrato, globalizzato e legato alle grandi piattaforme tecnologiche: aeromobili, missili, elettronica, software militare e servizi avanzati. Il dato più sorprendente riguarda il Kuwait. Nel 2025 il piccolo emirato del Golfo diventa il primo destinatario dell’export militare italiano con 2,591 miliardi di euro autorizzati, contro appena 243 mila euro del 2024.
Dietro il Kuwait si collocano Germania (526 milioni), Stati Uniti (363 milioni), Ucraina (349 milioni), Francia (346 milioni) e Regno Unito (345 milioni). Crescono anche Turchia, India e Brasile, mentre crolla l’Indonesia, che nel 2024 era stata il primo mercato con oltre 1,2 miliardi e nel 2025 scende a 189 milioni. «Questo incremento dell’import import significa che l’industria della difesa è integrata con industrie di armi di alcuni Paesi partner chiave», ha aggiunto direttore della Uama, ricordando che «la catena valore è complessa e include molti Paesi sia in entrata, sia in uscita».
Il risultato è una trasformazione radicale delle aree di destinazione. Per la prima volta il Medio Oriente e il Nord Africa diventano il principale sbocco dell’industria bellica italiana: l’area Men rappresenta il 37,03% dell’export totale, contro il 12,86% dell’anno precedente. L’Europa Ue-Nato, che nel 2024 assorbiva quasi il 40% delle esportazioni, scende al 31,73%. La relazione sottolinea esplicitamente che le autorizzazioni verso Kiev «confermano l’impegno dell’apparato produttivo italiano verso quel Paese».
Anche sul lato delle importazioni cambia la mappa degli approvvigionamenti italiani. La Svizzera diventa il primo Paese di provenienza con 596 milioni di euro, seguita dagli Stati Uniti con 575 milioni e dal Regno Unito con 281 milioni. Nella top ten compaiono anche Israele, India, Turchia, Cina e Corea del Sud. Le autorizzazioni individuali di importazione sono state 556, contro un valore complessivo vicino ai 2 miliardi di euro. (riproduzione riservata)