La Lovaglio story, una vicenda in cui è in gioco il futuro della banca più antica del mondo
La Lovaglio story, una vicenda in cui è in gioco il futuro della banca più antica del mondo
Peggiore esempio non potrebbe essere offerto al mercato in generale, a quello bancario e dei risparmiatori, del trattamento riservato al ceo lucano di Mps

di di Paolo Panerai 27/03/2026 19:30

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Peggiore esempio non potrebbe essere offerto al mercato in generale, a quello bancario in particolare e ai cittadini tutti che depositano i propri soldi in banca. L’esempio è ovviamente quanto sta accadendo a Siena, a Mps, la più antica banca del mondo ancora in attività.

Qui non si intende difendere uno o attaccare l’altro, ma dare al lettore la fotografia di questa inqualificabile vicenda nella quale, appunto, è in gioco il futuro della banca più antica del mondo (27 febbraio 1472) ancora in attività.

La lunghissima storia di Mps

Nella sua lunghissima vita, Mps ha ovviamente attraversato momenti splendidi e altri quasi tragici, non riferendomi solo al dirigente precipitato o fatto precipitare dalla finestra della storica sede per ragioni ancora da chiarire, ma alla soglia del quasi fallimento di non molti anni fa. Nel tentativo di salvarla si sono cimentati grandi banchieri come Alessandro Profumo, che aveva reso grande Unicredit, ma anche figure meno nobili.

Nell’ultima grande crisi di pochi anni fa, è arrivato alla guida della banca senese un sessantenne, minuto, con due baffetti contenuti e gli occhi che sprizzano intelligenza e sapere. Il suddetto, di origine lucana ma laureatosi a Bologna, aveva all’attivo una lunga e brillante carriera nel gruppo oggi denominato Unicredit ma prima Credito Italiano, una delle ex tre Bin.

Il rilancio del Credito Valtellinese

Da ultimo aveva sviluppato la banca controllata da Unicredit in Polonia e poi era stato chiamato (di fatto) da Bankitalia a salvare e rilanciare il Credito valtellinese: missione compiuta con il risanamento, lo sviluppo, e la vendita ai francesi di Credit Agricole, desiderosi di crescere in Italia nello spirito di banca cooperativa più grande d’Europa. Proprio per il salvataggio e il rilancio di Credito Valtellinese, il baffuto banchiere fu nominato dalla giuria di questo giornale Banchiere dell’anno nel 2023.

È pleonastico dirlo, ma mi riferisco al minuto ma tutto energia Luigi Lovaglio. E deve essere stato proprio per tutte le vittorie che aveva ottenuto in Italia e all’estero che nel 2022 (17 febbraio), il governo condotto dal grande banchiere Mario Draghi, lo fece andare a Siena a cercare di salvare la più antica banca italiana. Il governo Draghi aveva titolo a fare la nomina, perché da alcuni anni era lo Stato che stava sostenendo la banca senese, sull’orlo del fallimento.

L’ad Lovaglio non ci mise molto a prendere in mano la situazione, comprendendo rapidamente quali fossero i manager interni che potevano aiutarlo, a cominciare dal bravissimo grossetano-senese Maurizio Bai, che non a caso con Lovaglio è diventato vicedirettore generale vicario e ora, nella tempesta in atto, è stato chiamato a sostituire pro tempore proprio il suo valorizzatore.

Chi ha concorso al salvataggio della banca

Oltre allo stato per il tramite del bravo, serio e sempre misurato ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, hanno concorso al salvataggio di Mps, con l’apporto di mezzi per l’aumento di capitale, due imprenditori, uno padrone, e l’altro manager. Il padrone è l’ingegner Francesco Gaetano Caltagirone, che già si era interessato a Mps anche anni prima fino ad assumerne le funzioni di vicepresidente, e l’altro, il super manager, Francesco Milleri, impegnato a continuare lo sviluppo di Luxottica-Essilor (Essilux) ma anche a eseguire il legato ricevuto dal grandissimo imprenditore e suo capo, Leonardo del Vecchio.

Pur con caratteristiche e principi ben diversi, il padrone e il super manager hanno trovato un cemento nella volontà di regolare i conti con Mediobanca, per arrivare a Generali. Milleri per il legato di prendere la rivincita su Mediobanca, che nella persona dell’ad Alberto Nagel aveva negato a Del Vecchio il diritto di diventare il maggior benefattore dell’ospedale dei tumori, lo Ieo, a cui l’ex-martinitt e straordinario imprenditore degli occhiali, voleva fare una donazione da 500 milioni di euro, da destinare anche al controllato (dallo Ieo) Ospedale Monzino, specializzato in cardiologia.

La partita per le Generali

Queste sono cose sicuramente note ai nostri lettori, ma le ho ripetute per completezza e comprensione dei paradossi di questa vicenda.

Nella sua straordinaria capacità gestionale, Milleri aveva anche il legato da parte di Del Vecchio di acquisire un ruolo significativo in Generali, sia diretto sia per il tramite di Mediobanca, da sempre, con il 13,1%, maggior azionista della grande ed efficiente compagnia triestina. Ed è stato proprio in Mediobanca, con obbiettivo Generali, che è nata l’intesa fra Delfin, la finanziaria di Del Vecchio, e le varie società di Caltagirone.

Ma guarda caso, anche nella visione molto concreta di Lovaglio c’era l’idea e il progetto di sviluppo di Mps attraverso la presa di controllo di Mediobanca, con la coda inevitabile di Generali. Da sempre, infatti, Lovaglio era convinto che per far tornare agli splendori del passato la più antica banca ordinaria italiana era necessario integrare l’attività classica da banca ordinaria con l’attività di banca d’affari, visto che anche la prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, aveva prima preso il controllo di Imi (banca d’affari) per integrarla poi come una divisone e non più come entità separata.

Lo sviluppo dell’acquisizione di Mediobanca

È criticabile e condannabile Lovaglio per aver pensato di ricostruire il modello del primo gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo, con dentro la divisione Imi?

Ma per ottenere questo risultato non era forse necessario avere degli alleati altrettanto motivati allo stesso obbiettivo anche se per ragioni, temperamentali e di trasparenza diverse?

Solo un uomo della capacità e della determinazione di Lovaglio poteva concepire, dopo il rilancio di Mps sul piano ordinario, anche lo sviluppo con l’acquisizione di Mediobanca. Sapeva del resto, che la sua bravura e determinazione erano apprezzate dal mercato, cioè da investitori di diversa natura che del resto possiedono tuttora fino al 60% di Mps. E quel 60% si era formato sia in sede di aumento di capitale di Mps, per uscire dalla crisi, sia nella convinzione degli investitori che la strategia e lo spessore secolare di Mps avrebbero prevalso. E così è stato. Il disegno di incorporare Mediobanca è stato realizzato di fronte allo stupore (ingiustificato) di chi non aveva capito di che pasta è fatto Lovaglio.

La voracità di Caltagirone

Ma quel disegno era anche funzionale, da un altro punto di osservazione, agli obbiettivi di adempimento del legato lasciato da Del Vecchio a Milleri. E peraltro c’era anche la voracità, per arrivare alle Generali, dell’ingegnere Caltagirone. È tutto ciò qualificabile come concerto contro le norme di buona condotta del settore finanziario-bancario?

Sì, forse, ma per ragioni profondamente diverse: per Lovaglio per rilanciare la più antica banca italiana; per Milleri per adempiere al legato di Del Vecchio di condizionare Mediobanca, che si era opposta alla volontà del re degli occhiali di sviluppare Ieo e Monzino e rafforzare Delfin, la finanziaria dove è concentrata la ricchezza della famiglia, per altro assai disunita; per l’onnivoro Caltagirone, per arrivare alla conquista di Generali via Mediobanca.

La procura di Milano, nella sua piena autonomia e nel rispetto del ruolo, ha individuato in queste convergenze delle tre componenti quello che si chiama concerto e quindi ha emesso avvisi di reato per tutti e tre: Lovaglio, Milleri e Caltagirone.

Il più grande regaolo all’ingegnere

E’ stato questo il più grande regalo che poteva essere fatto a Caltagirone, che con la tradizionale abilità e spregiudicatezza si era ben prima tirato fuori dal consiglio di Mps facendo entrare al suo posto il bravo figlio, Alessandro; dal lato suo, Milleri, che non è mai stato in consiglio di Mps, aveva come sua unica rappresentante Barbara Tadolini; chi non poteva uscire era unicamente Lovaglio, non solo perché amministratore delegato e direttore generale di Mps, ma anche perché il suo obbiettivo continuava a essere quello di salvare e sviluppare la banca senese nel disegno preciso di acquisizione a Siena di tutta la professionalità e le relazioni di Mediobanca. Insomma, il modello Intesa Sanpaolo.

È più che probabile che alla fine delle indagini la procura debba cancellare il reato di concerto per Lovaglio, perché i fatti dimostrano che ha operato solo per il salvataggio di Mps, valore assai superiore a qualsiasi altro, e che invece quantomeno Caltagirone voleva, come in realtà sta avvenendo, far fuori il risanatore di Siena per sostituirlo con Fabrizio Palermo, un uomo sicuramente capace ma legato a Caltagirone fin dai tempi in cui era ad di Cdp e poi, appunto diventato, con l’appoggio dell’ottavo re di Roma, amministratore delegato della romanissima Acea.

Lovaglio può essere onestamente criticato?

Al bravo Lovaglio non è rimasto che seguire la strada che aveva tracciato per salvare Mps, anche perché il giudice potesse avere così la prova che egli aveva e ha operato su Mediobanca nel solo interesse di Mps e non per favorire Caltagirone; il quale. del resto, agli occhi del mondo, sta facendo di tutto per buttare a mare il manager avendo scelto per capo di Mps appunto un uomo a lui legato come Palermo.

Lovaglio, onestamente, può essere criticato e addirittura perseguito giudizialmente? Lo è unicamente perché chi ha utilizzato la sua professionalità prima per salvare Mps e poi per acquisire Mediobanca e quindi mettere le mani su Generali, ora sta operando per metterlo fuorigioco. Fuorigioco, facendogli togliere, come è avvenuto, le deleghe e sostituendolo almeno momentaneamente alla direzione generale, per fortuna di tutti, con una persona delle qualità e della lealtà di Bai.

La decisione del mercato

Ci si può poi meravigliare se il mercato, per iniziativa di piccoli azionisti, ben consapevoli della ricchezza che Lovaglio ha creato con grande professionalità a loro favore, lo riproponga come candidato alla carica di ad perché sia votato da tutti gli azionisti che hanno usufruito del valore creato dalla sua gestione?

Assolutamente no. E anzi c’è da auspicare, per una chiarezza assoluta e pulizia del mercato, che larga parte di quel grande flottante voti come amministratore delegato proprio Lovaglio, senza nulla togliere all’immagine e alla professionalità di Palermo.

Così, nella dialettica del mercato, si farebbe giustizia dei meriti indiscutibili di Lovaglio, per il quale non si potrebbe certamente più parlare di concerto (con Caltagirone e Milleri) perché a sceglierlo sarebbe stato il mercato, che per fortuna continua a essere sovrano. Del resto, se venisse eletto, certamente perseguirebbe una politica di profitti per tutti gli azionisti e non di vantaggi indiretti per chi è azionista all’11%. In altre parole, Lovaglio non è tipo di servire un padrone che, perché domina il consiglio, pretende disparità con i non partecipanti alla maggioranza.

In gioco ci sono le regole del mercato stesso

Ma il punto è proprio questo: c’è qualcuno, l’ingegner Caltagirone, che con l’11% o poco più, aspira a comandare a Siena e da Siena, per li rami in Mediobanca e quindi in Generali dove finora ha sempre perso, vista la limitazione percentuale del suo pacchetto.

In gioco, quindi, prescindendo da qualsiasi simpatia o antipatia, ci sono le regole del mercato. Chi volesse per forza comandare a Siena ha una scelta semplice da compiere: metta insieme il pacchetto azionario più grande; quindi, faccia un investimento superiore a quello di tutti gli altri. E oggi il pacchetto azionario più grande lo ha, come amministratore delegato di Delfin, il bravo Milleri, che del resto sta dando una lezione a tutti per la sua scelta di silenzio e di assenza dalle scelte strumentali finora compiute dal consiglio.

Cosa farà lo Stato?

Se per la carica di amministratore delegato di Mps vincessero i pacchetti a favore di Lovaglio, sarebbe il trionfo delle regole del mercato. Anche se poi lo stesso Lovaglio, come ha sempre fatto, dovrebbe lavorare nell’interesse di tutti.

Lo spettacolo finora è stato orrendo. C’è tempo, però, perché prevalgano le regole del mercato, senza nulla togliere alle capacità di Palermo e degli altri candidati. Non ci può essere un consiglio d’amministrazione palesemente condizionato da un solo 11%.

Lo Stato vorrà metterci bocca? Può farlo, perché ha ancora un 4,5% dei voti. Ma per fortuna la competenza è del mistero dell’economia Giorgetti, il quale fra tutti i ministri è quello non solo più competente e preparato, essendosi laureato alla Bocconi, ma anche il più riflessivo e attento a una problematica come questa dove il potere romano potrebbe voler prevaricare.

Post Scriptum: la Cina come interlocutore dell’Europa

Le numerose guerre esplose nel mondo fanno emergere, in tutta la sua dimensione e stabilità, la Cina come possibile interlocutore economico e commerciale dell’Italia e dell’Europa. A sottolinearlo è anche un professionista di grande livello come l’ex-ambasciatore italiano a Pechino, Vincenzo De Luca. In un articolo pubblicato anche dalla newsletter settimanale, Class Xinhua, edita da Class Editori con l’agenzia cinese Xinhua News, l’ambasciatore spiega le varie opportunità che nel nuovo contesto geopolitico possano essere offerte dalla Cina all’Italia e all’Europa. Ogni settimana sulla newsletter Classxhsilkroad.it. è possibile avere tutte le informazioni più importanti per sviluppare relazioni con il più grande mercato del mondo. (riproduzione riservata)