La lezione del premio Nobel Günter Blösch: la crisi idrica si vince così
La lezione del premio Nobel Günter Blösch: la crisi idrica si vince così

di Angela Zoppo 18/09/2026 20:00

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Quando dalla Svezia hanno provato a comunicargli che aveva vinto lo Stockholm Water Prize 2025, il Nobel dell’acqua, il professor Günter Blöschl era alle Galápagos, alle prese con immersioni e visite alle tartarughe. «Ci sono volute ore prima che lo sapessi. Quando sono tornato, il telefono era pieno di messaggi. È stata una grandissima emozione: ho accolto il premio con orgoglio, ma anche con umiltà». L’understatement lo contraddistingue anche nell’incontro con MF-Milano Finanza, a margine dell’evento «Le forme dell’acqua», organizzato da Acea. Arrivato in moto da Vienna, prima di ripartire per Napoli Blöschl ha risposto alle domande sugli studi che gli sono valsi il riconoscimento e sulle implicazioni economiche della crisi idrica e climatica.

Domanda. Professor Blöschl, secondo i dati della sua presentazione, alluvioni e cicloni provocano danni per 388 miliardi di dollari l’anno. Come si sta reagendo, anche dal punto di vista economico?

Risposta. Sono cifre enormi, che incidono sui bilanci degli Stati e delle amministrazioni locali, fino ai comuni più piccoli. La scienza può individuare le soluzioni più economiche e robuste, ma poi bisogna attuarle: qui entrano in gioco le scelte politiche, perché parliamo di molti soldi. Quasi tutti gli interventi richiedono inoltre spazio e chiedere a un proprietario di vendere il proprio terreno non è mai semplice. Ma se non facciamo qualcosa, i costi per la società e l’economia saranno ancora più alti. L’Austria è un buon esempio: negli ultimi quarant’anni ha speso per la protezione appena il 10% dei danni evitati. Ha affrontato tre grandi alluvioni, nel 2002, nel 2013 e nel 2024, ma i danni sono stati ridotti grazie ad argini e casse di laminazione. Nel lungo periodo ne vale la pena: questi interventi si ripagano dieci volte.

Domanda. Siccità e alluvioni vengono normalmente considerate fenomeni opposti. Qual è il legame e quali saranno gli effetti dell’aumento delle temperature?

R. Sono fenomeni collegati, anche se non così strettamente come si potrebbe pensare, perché entrambi dipendono dal ciclo idrologico. Nell’Europa centrale l’evaporazione è aumentata di quasi il 20% negli ultimi quarant’anni e questo incide soprattutto sulle siccità, ma anche sulle alluvioni. Le misure, però, sono diverse: contro la siccità (diventata ormai anche un tema di mercato, ndr)si interviene su agricoltura, irrigazione, stoccaggio e colture; per le alluvioni servono interventi strutturali e non strutturali. Alcuni invasi possono essere usati sia per accumulare acqua sia come casse di laminazione, ma la sovrapposizione resta limitata. Il collegamento più evidente è nei bilanci di un comune o di una nazione, perché le diverse misure competono per le stesse risorse. Quanto al caldo, tutti gli scenari indicano aumenti di due, tre o anche cinque gradi. L’acqua disponibile è la differenza tra precipitazioni ed evaporazione, e una parte deve rimanere alla natura. In futuro questa differenza diminuirà: dovremo quindi usare l’acqua in maniera più prudente.

D. I suoi studi approfondiscono anche il cosiddetto paradosso degli argini: le difese contro le inondazioni possono finire per accrescere i danni. Come accade?

R. È un effetto contro-intuitivo, perché dipende non soltanto dall’idrologia, ma dalla risposta della società. Quando un’area viene protetta da un argine, si aprono nuovi spazi per costruire. Aumentano così gli insediamenti e il valore dei beni esposti: se l’argine viene superato, il danno può essere molto maggiore. Per gestire bene l’acqua dobbiamo considerare questo legame con la società. Tra l’Ottocento e il Novecento i fiumi furono regimati soprattutto per la protezione idraulica; oggi vengono rinaturalizzati, con costi anche dieci volte superiori. Non fu necessariamente un errore degli ingegneri: era diversa la prospettiva della società. Oggi i fattori ambientali hanno un peso maggiore.

D. Anche l’Italia deve cambiare approccio? Si discute di dissalatori per le isole e di un uso più efficiente delle risorse del bacino del Po.

R. Non esiste una soluzione unica, perché dipende dal contesto. La dissalazione può funzionare nelle isole per produrre acqua potabile, ma è troppo costosa per le grandi quantità richieste dall’irrigazione e consuma molta energia. È il nesso acqua-energia-cibo: per affrontare davvero il problema dobbiamo considerare insieme sicurezza idrica, alimentare ed energetica. Saranno tra le maggiori sfide dei prossimi decenni.

D. Secondo uno studio del World Economic Forum con Acea e l’Università di Cambridge, entro il 2040 il gap mondiale di investimenti nelle infrastrutture idriche sfiorerà 6.500 miliardi di dollari. Come si possono attrarre più capitali?

R, Sono scelte politiche, ma anche economiche e industriali. Fondamentale è la governance: il sistema può essere pubblico, privato oppure misto, come in Italia. Dal mio punto di vista, una combinazione tra pubblico e privato non è sbagliata. In Austria l’approvvigionamento idrico è interamente pubblico e ne siamo orgogliosi. Il pubblico può sostenere più facilmente investimenti con orizzonti molto lunghi; il privato può avere meno incentivi, perché non sa quanto dureranno una concessione o un progetto. Il settore pubblico, invece, può ragionare su cento anni: con ogni probabilità, lo Stato esisterà ancora. Ma anche i capitali privati sono importanti e strumenti come i blue bond possono aiutare a realizzare gli investimenti necessari.

D. In Italia oltre il 40% dell’acqua immessa nelle reti viene disperso. Ridurre le perdite è compatibile con tariffe relativamente basse?

R. Ridurre le perdite è una priorità. Tecnicamente si può scendere al 20% o anche al 10%, ma costa. È però un investimento che ripaga nel lungo periodo: non bisogna valutarlo su un anno, ma su dieci o vent’anni. Quanto alle tariffe, le differenze tra un Paese e l’altro dipendono da molti motivi. Per me, però, l’acqua non è un bene come gli altri: il suo accesso fa parte dei diritti umani, perché è legata alla sopravvivenza. Per questo mantenere tariffe relativamente basse ha senso. (riproduzione riservata)