La lezione ancora attuale della grande crisi del XX secolo. Tante analogie (ma poco considerate)
La lezione ancora attuale della grande crisi del XX secolo. Tante analogie (ma poco considerate)

di Paolo Savona* 31/10/2026 15:44

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Tra tre anni cadrà il centenario della Grande crisi che prese avvio il 24 ottobre 1929, ricordato come il giovedì nero di Wall Street; si registrò un primo crollo dell’indice azionario (il Dow Jones) e nel giro di cinque giorni la perdita raggiunse il 45% del livello massimo pari a sei volte quello del 1922, quando ebbe inizio l’esaltazione finanziaria americana. La caduta si arrestò nel 1932 raccogliendo un’eredità di un indice ridottosi della metà rispetto a quello del 1922. Il boom prese avvio sospinto dallo sviluppo dell’industria automobilistica e dei settori a essa collegati, a cui si aggiunse un boom delle costruzioni, assecondati da gestioni azzardate delle banche e della finanza. Sull’importanza di queste due cause gli economisti si sono divisi, ma ben pochi si sono soffermati sul fatto che vi erano stati preavvertimenti provenienti da sei crisi minori iniziate nel secolo XIX, quasi tutte dovute a bilanci societari poco chiari o deliberatamente falsati. Il signor Moody ebbe l’idea di elaborare bilanci che rispecchiassero le reali condizioni delle imprese, creando la prima società di revisione, ma il riconoscimento legale dell’obbligo di certificazione esterna dei bilanci fu introdotto solo dopo la Grande crisi. Tutto questo mentre negli Usa il mese di ottobre è stato particolarmente turbolento per il comparto dell'intelligenza artificiale, con gli investitori sempre più concentrati sulle spese necessarie per sviluppare le infrastrutture del settore. Venerdì 30 il Nasdaq Composite, fortemente esposto al settore tecnologico, ha perso il 2,86%, chiudendo a 25.437 punti e registrando la peggiore performance giornaliera da giugno. L’indice si trova inoltre a circa l’8% al di sotto del suo recente massimo.

Cryptocurrency, intelligenza artificiale e rischio bolla

I parallelismi con la condizione che il mondo attuale attraversa a causa della diffusione di monete fiduciarie private, le cryptocurrency, e di tecniche AI sono tanti, ma poco considerati. Oggi si parla di bolla speculativa, perché concentrata su taluni aspetti specifici del mercato, ma i pericoli del ripetersi di una grave crisi non sono minori. I motivi sono due: la sproporzione tra lo stock di moneta e di finanza tradizionale e virtuale rispetto al PIL reale mondiale è cresciuta e si accompagna all’opacità delle tecniche AI più avanzate, impedendo la trasparenza indispensabile affinché gli operatori scelgano soluzioni razionali. Gli annunci plurimiliardari delle Ipo di grandi Big Tech americane confermano la possibilità che il mercato abbia perso cognizione delle basi fattuali del valore delle azioni che finiranno nei portafogli delle famiglie, spostando su queste il rischio dalle imprese high tech, sostenute da un impegno degli intermediari bancari e finanziari simile a quello mostrato nella crisi del 1929.

Si avverte la pericolosità dei codici AI più avanzati (detti di frontiera) per la sicurezza dello Stato e delle imprese, a causa di agenti-robot che si muovono autonomamente al di là delle istruzioni ricevute, per i quali non si intende stabilire regole comuni perché le grandi potenze cercano di raggiungere una superiorità geopolitica, soprattutto per i contenuti militari. Non a caso il Presidente Trump e i manager delle principali big tech americane hanno raggiunto di recente un White House Accord on Super Intelligence (questo è il nuovo nome attribuito alla Powerful AI), che all’art. 3 fa riemergere il problema affrontato dal Sig. Moody di certificare i bilanci, nella forma di certificazione esterna dell’uso degli algoritmi AI.

L'impatto del G7 e la certificazione dell'AI

Nonostante il G7 abbia sollevato il problema di quale ruolo svolgeranno i sei Stati non statunitensi partecipanti al consesso, non si conosce chi intervenga e come la materia possa evolversi congiuntamente; sono invece note alcune singole decisioni, come la proibizione del Regno Unito di fare uso del Codice Mythos di Anthropic e l’obbligo imposto dall’Olanda di dichiarare quali Codici vengono usati, anch’essa proibendone alcuni. In Italia un piccolo gruppo di ricercatori sollecitati dalla Fondazione Aval per la diffusione della cultura degli algoritmi ha messo a punto un metodo di certificazione dell’uso dell’AI, fornendo tre principali risposte: la validazione della natura e della conoscibilità degli algoritmi usati, il rispetto della legislazione vigente (compreso l’uso di dati altrui o deliberatamente alterati) e la loro rispondenza agli obiettivi perseguiti per evitare che si faccia ricorso a cannoni per cacciare uccellini, spendendo più di quanto necessario; ma soprattutto la certificazione esterna consente ai Board di banche e imprese o ai responsabili degli enti pubblici economici di assumere consapevolmente la responsabilità delle scelte in materia di AI fatte dagli Uffici competenti, di cui conoscono ben poco, ma comportano conseguenze giuridiche sui conti economici e sulle persone coinvolte, come già succede negli Stati Uniti.

La rilevanza di queste responsabilità allo stato attuale della legislazione vigente è stata esaminata nel corso di una Conferenza tenutasi a Firenze nell’aprile scorso, i cui Atti sono disponibili sul sito della Fondazione Cesifin Alberto Predieri al numero 9 dei Colloquia.

Le sfide geopolitiche ed economiche per il futuro

Il patrimonio di strumenti e di conoscenze che ha finora guidato gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il resto del mondo occidentale, ma anche potenze demografiche come l’India e la Cina, non consente di prevenire la crisi sociale ed economica mondiale che va maturando. Questa non può essere evitata trincerandosi dietro l’esistenza di un monopolio dell’AI di frontiera – privata e pubblica come negli Stati Uniti e solo pubblica come in Cina – o dietro una sequenza di autorizzazioni e sanzioni come in Europa, senza uno schema comune di accettabilità degli strumenti mobiliari, di gestioni trasparenti con contabilità elettronica, nonché di garanzie di conservazione e scambio. Viene il sospetto che per abbattere la sproporzione tra pil reale e moneta e finanza, oggi concentrata per comodità sui debiti pubblici e quindi sugli Stati emittenti, si voglia una crisi più grave di quelle vissute nei secoli XX e XXI, perché tale sarebbe lo sbocco.

Anche se, come già avvenne per la Grande crisi, i più abili sapranno cavarsela, ignorando ciò che avvenne dopo (due Guerre mondiali e l’emergere di ideologie antidemocratiche), tutti si dovrebbero chiedere cui prodest e cui solvet. È giunto il momento di chiedere a chi comprende la lezione della storia e reagisce alle superficialità della cronaca di mettere a disposizione le proprie capacità diagnostiche e propositive al servizio della collettività. Se non accadesse, non si dica che non avevamo capito, come risposero gli economisti inglesi alla Regina Elisabetta quando chiese perché non avessero previsto la crisi dei derivati del 2008. (riproduzione riservata)