Per oltre tre anni il Cremlino ha indicato la forza della tenuta dell’economia come la prova che le sanzioni occidentali, isolamento finanziario e costi del conflitto non erano riusciti a piegare la Russia. La crescita del pil, sostenuta dalla spesa militare e dalla riconversione industriale, sembrava confermare questa narrativa. Oggi, però, i principali indicatori macroeconomici raccontano una storia diversa. Il ritmo dell’espansione rallenta, il credito resta costoso, gli investimenti privati perdono slancio e la fiducia delle famiglie inizia a deteriorarsi.
Il segnale più evidente arriva dallo stesso governo. Mosca ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del prodotto interno lordo: per il 2026 l’espansione attesa è stata ridotta dall’1,3% allo 0,4%, mentre per il 2027 la previsione è scesa dal 2,8% all'1,4%. Nel primo trimestre dell’anno l’economia si è inoltre contratta dello 0,3%, registrando la prima flessione congiunturale dal 2023.
Il vicepremier Alexander Novak ha definito questa fase una normale correzione dopo gli elevati tassi di crescita degli anni precedenti. Ma una parte crescente del mondo imprenditoriale russo descrive un quadro più complesso, con margini in contrazione, investimenti rinviati e difficoltà di accesso al credito.
Alla base del rallentamento c’è il progressivo esaurimento degli effetti espansivi dell’economia di guerra. Lo stesso meccanismo che dal 2022 sosteneva la produzione bellica, ha progressivamente sottratto lavoratori e capitali all’economia civile. La scarsità di personale, aggravata dal reclutamento militare e dall'emigrazione di centinaia di migliaia di cittadini, ha ridotto la capacità produttiva di molti settori non legati alla difesa. Ciò ha comportato una crescita sempre più dipendente dalla spesa pubblica e dalle prosecuzioni dello sforzo bellico.
Secondo un’indagine realizzata da Gallup su 1.010 persone attraverso interviste telefoniche, il 60% dei russi valuta in peggioramento la situazione economica della propria città o regione. Solo il 27% osserva un miglioramento, mentre il 9% non segnala variazioni. Si tratta del dato peggiore dall’inizio della serie storica nel 2006 e di un incremento di 21 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione. Ancora più marcato il giudizio sul tenore di vita. Il 56% degli intervistati afferma che le proprie condizioni economiche sono peggiorate, contro il 29% che registra un miglioramento e il 14% che non rileva cambiamenti.
Ad aggravare ulteriormente il quadro è intervenuta la crisi dei carburanti. Gli attacchi ucraini contro raffinerie e infrastrutture energetiche hanno ridotto la capacità di produzione nazionale, lasciando l’offerta di benzina inferiore ai consumi interni. In alcune stazioni di servizio indipendenti, il prezzo ha superato per la prima volta i 100 rubli al litro, arrivando in alcuni casi tra 120 e 140 rubli.
Il presidente Vladimir Putin ha riconosciuto che gli attacchi alle infrastrutture petrolifere hanno contribuito alle carenze e il governo sta valutando misure straordinarie, tra cui limitazioni alle esportazioni, possibili importazioni di carburante e un temporaneo allentamento degli standard qualitativi per aumentare l’offerta sul mercato interno. Ma in un Paese vasto come la Russia, il carburante rappresenta una componente fondamentale dei costi di trasporto, logistica e produzione agricola. Con il rischio che i rincari si trasferiscano sull’intera economia. (riproduzione riservata)