«Hanno stampanti 3D in cucina e producono pezzi per droni. Non c’entra nulla con la tecnologia di colossi come Lockheed Martin, General Dynamics o Rheinmetall», ha affermato Armin Papperger, amministratore delegato del gruppo tedesco Rheinmetall, liquidando i produttori ucraini di droni. Una dichiarazione che in molti hanno letto come sintomo del disagio dell’industria bellica europea di fronte a esemplari più economici, ma in grado di competere con gli armamenti più sofisticati, come riportato dalla testata francese Les Echos.
«Se ogni casalinga ucraina può costruire un drone, allora ognuna di loro potrebbe diventare amministratrice delegata di Rheinmetall», ha risposto in merito il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Si parla di «guerra low cost», quella che Kiev ha trasformato in un vantaggio strategico, dato che l’eliminazione di un nemico nella dinamica bellica viene a costare meno di mille dollari.
Anche i droni iraniani e russi, spesso dal valore inferiore ai 20 mila dollari, mettono in difficoltà le difese occidentali: i modelli usati per abbatterli costano centinaia di migliaia di euro l’uno, se non milioni. Un esempio sono i missili Mica impiegati dagli Emirati Arabi Uniti, dal valore di circa 600 mila euro ciascuno. I sistemi Patriot lanciano intercettori capaci di superare i 4 milioni di dollari per unità, mentre nel Mar Rosso le fregate europee impiegano missili Aster da oltre un milione di euro contro velivoli e missili relativamente economici.
I prezzi alti nell’industria della difesa sono un tema sul tavolo dei governi occidentali, anche se la situazione attuale è il risultato di decenni di scelte strategiche. Con la riduzione dei bilanci militari dopo la Guerra Fredda, molti Paesi hanno compensato la diminuzione del numero di uomini e mezzi, puntando su sistemi sempre più sofisticati e tecnologicamente avanzati.
Il calo delle commesse ha aggravato il problema: meno esemplari vengono prodotti, maggiore è il costo di ciascuna unità. In Francia, il numero di elicotteri d’attacco Tigre ordinati è sceso da 215 a 80, con un rincaro sul prezzo unitario di quasi l’80%.
Una strada diversa può essere quella intrapresa da Berlino, che sta puntando sul concetto di «massa a costo sostenibile»: produrre grandi quantità di armamenti per ridurre il costo unitario e accrescere la competitività sui mercati internazionali.
Anche l’aeronautica americana si sta muovendo in questa direzione, progettando l’acquisto di migliaia di missili da crociera a basso costo, meno costosi dei tradizionali Tomahawk.
In passato a mitigare la situazione erano state le aziende dell’industria civile, cioè fabbriche nate per produrre beni di consumo convertite alla produzione militare. Renault lo fa tutt’ora: il costruttore automobilistico collabora con società specializzate per industrializzare la produzione di droni tattici. Secondo alcuni analisti, la soluzione potrebbe risiedere proprio nelle industrie dual-use, capaci di produrre lavatrici in tempo di pace e componenti militari quando necessario.
In realtà la guerra moderna continua a pretendere qualità, perciò alcuni Paesi come la Russia combinano droni economici, esche, missili da crociera e missili balistici in un’unica strategia.
Il vero nodo starà dunque nel trovare l’equilibrio tra questi due approcci, dato che confidare esclusivamente nella superiorità tecnologica potrebbe rivelarsi un errore. (riproduzione riservata)