La Germania si riarma da sola: l’Europa predica la difesa comune, Berlino spende (e decide) per sé
La Germania si riarma da sola: l’Europa predica la difesa comune, Berlino spende (e decide) per sé
Il governo di Merz conta di investire il 3,5% del pil in difesa già nel 2029, anticipando il target Nato del 2035. La strategia è autarchica: stop al caccia franco-tedesco e niente prestiti Safe. Intesa con Parigi solo per l’Ipo del gruppo Knds

di di Anna Di Rocco 25/06/2026 21:00

Ftse Mib
51.782,91 17.40.00

+0,28%

Dax 30
24.994,83 23.30.18

+1,03%

Dow Jones
51.920,62 23.26.12

+0,14%

Nasdaq
25.344,48 23.30.00

-0,46%

Euro/Dollaro
1,1374 23.16.52

-0,11%

Spread
73,66 17.29.55

+1,10

A parole la Germania partecipa ai vertici europei, come quello dell’E5 ospitato proprio a Berlino prima del meeting della Nato ad Ankara per rinforzare la collaborazione nella difesa comune, ma nei fatti si muove da sola. Un vecchio vizio come ai tempi dell’eurocrisi, quando esportava automobili e rigore fiscale, pur avendo avuto un ruolo chiave nel fallimento della Grecia. Oggi accade qualcosa di analogo: predica bene ma razzola male in un settore cruciale come quello della sicurezza con una guerra in corso in Ucraina da oltre quattro anni. I fatti sono da mettere insieme per avere un quadro completo.

Tutto parte da un aumento della produzione di armi e dalla modifica della Costituzione per spendere «senza limiti» in difesa. E prosegue con due scelte delle ultime ore: l’abbandono del progetto di costruzione di fregate europee e il diniego dei fondi Safe, che tanto fanno discutere anche in Italia. Così, la nuova Germania, che Olaf Scholz ha lasciato in eredità a Fredrich Merz, sta realizzando lo Zeitenwende, il cambio epocale annunciato subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. A tradurre quella strategia in realtà è Boris Pistorius, ministro della Difesa tedesco nonché il politico più popolare in Germania da tre anni a questa parte.

Il risultato è un Paese che punta a diventare il principale attore militare in Europa posizionandosi un gradino al di sopra del continente stesso. «Vogliamo rinnovare l’Alleanza e rafforzare il pilastro europeo», ha dichiarato due giorni fa Merz dopo il vertice E5 ospitato a Berlino. «Anche Francia, Gran Bretagna, Italia e Polonia fanno massicci investimenti» ma la Germania raggiungerà «già nel 2029» l’obiettivo di destinare il 3,5% del pil alla difesa, in linea con gli accordi presi in sede Nato.

La svolta di Merz e Pistorius: l’obiettivo è l’esercito più forte d’Europa

Mentre Bruxelles prova a costruire una politica industriale della difesa attraverso programmi comuni come Safe, Berlino ha scelto un’altra strada: finanziare il riarmo con risorse proprie e rafforzare la propria base industriale. La prima scelta è stata politica. Dopo aver modificato la Costituzione per escludere dal calcolo del deficit 500 miliardi di spese militari nei prossimi 12 anni, il ministro Pistorius ha presentato la prima riforma militare della storia della Repubblica federale per trasformare la Bundeswehr nel più forte esercito convenzionale d’Europa.

Il progetto ha l’ambizione di aumentare i soldati dagli attuali 186 mila a circa 260 mila, affiancati da 200 mila riservisti, riattivando la leva volontaria nel 2026; se non dovesse bastare, il governo non ha escluso il ritorno alla coscrizione obbligatoria (abolita ne 2011). Strategia politica che diventa anche finanziaria: il bilancio della Difesa, che nel 2022 era attorno a 50 miliardi, punta a superare 150 miliardi entro pochi anni.

Dall’auto ai blindati: la scelta industriale senza i fondi Ue

E qui entra in gioco la seconda parte della strategia, quella industriale. Se negli anni ‘50 la Germania trasformò le fabbriche di armi in fabbriche di automobili, oggi il processo si sta invertendo. La crisi dell’auto e la crescita della domanda militare stanno spingendo competenze, impianti e forza lavoro verso la difesa. Con le grandi aziende dell’automotive si stanno affacciando al mondo della sicurezza per produrre blindati, componenti militari e munizioni. E quelle che producono già armamenti si stanno rafforzando. Condividendo però poco con gli altri Stati membri.

Tra le eccezioni c’è Knds, il produttore di carri armati nato dall’integrazione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, la cui governance sarà riequilibrata con una partecipazione paritetica del 40% tra i due Paesi in vista del processo di quotazione a Francoforte e Parigi. Oppure lungo le filiere strategiche, come dimostrato dall’incontro di ieri tra l’ambasciatore tedesco in Italia Thomas Bagger e la famiglia Pasini, avvenuto nell’azienda Feralpi per un confronto «sulle prospettive del partenariato industriale, tra concorrenza delle importazioni extra-Ue».

Ma non abbastanza per fare della Germania un Paese che si riarma insieme. Berlino non ha intenzione di ricorrere ai tanto discussi fondi del programma europeo Security Action for Europe che fornisce prestiti fino a 150 miliardi per aiutare gli Stati membri ad aumentare rapidamente gli investimenti nel settore della difesa mediante appalti comuni. E il governo tedesco sta anche progressivamente prendendo le distanze da alcuni progetti comunitari già avviati.

Prima il cancelliere Merz ha interrotto il progetto di sviluppo congiunto con i francesi del caccia di sesta generazione Fcas, poi ha cancellato il programma navale F-126, sostituendolo con l’ipotesi di acquistare otto fregate più piccole (classe Meko A200) prodotte dal gruppo tedesco Thyssenkrupp Marine Systems. Per Bruxelles il riarmo dovrebbe essere un moltiplicatore dell’integrazione industriale europea, per Berlino sta diventando un acceleratore della propria economia. (riproduzione riservata)