La Germania, il pericolo della Cina, il risiko bancario e la Bce: «L’Italia può fare di più». Parla Paolo Gentiloni
La Germania, il pericolo della Cina, il risiko bancario e la Bce: «L’Italia può fare di più». Parla Paolo Gentiloni
La vittoria di Afd in Germania? Un fatto enorme. L’Ue deve mostrarsi più forte perché governa il caos. Il risiko bancario è positivo e il sistema è più forte ma niente ingerenze del governo

di Roberto Sommella 12/09/2026 02:00

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Presidente del consiglio, ministro degli esteri, commissario europeo. Paolo Gentiloni ha nel suo ruolino di marcia il dna giusto per interpretare il momento difficile che sta passando l’Unione. E, dopo la vittoria di Afd in Germania mette tutti in guardia. «L’unica scelta è rafforzare l’Europa, altrimenti i venti nazionalisti avranno il sopravvento», afferma in questa intervista esclusiva a Milano Finanza.

Domanda. Presidente Gentiloni, che significato ha la vittoria di Afd nel Land della Sassonia-Anhalt?

Risposta. La vittoria di Alternative fur Deutschland è un fatto enorme. Si tratta del primo partito nei sondaggi, sbaglia chi pensa che sia solo un partito dell’est.

D. È un partito ormai pienamente tedesco?

R. Sì, anzi, nasce ad Ovest, per iniziativa di alcuni imprenditori tedeschi che si opponevano all’euro e alla supremazia del diritto europeo su quello nazionale, tanto da portare il tema davanti alla Corte Costituzionale.

D. Che gli diede torto, ma pare non sia bastato.

R. Non è bastato perché Afd è un movimento che è nato sulle basi appena descritte e poi dopo si è molto rafforzato ad Est, nei sedici anni successivi alla sua fondazione, a seguito della scelta del governo di Angela Merkel di accogliere i profughi siriani. La lotta all’immigrazione ha fatto dell’Afd un partito nazionale.

D. Allora è ancora peggio di quello che sembra il ritorno del neo nazismo in tutta la Germania.

R. In Sassonia Anhalt, tra l’altro, gli immigrati sono pochissimi, è il vento di protesta diffuso che deve impensierire tutti e vedremo tra dieci giorni cosa accadrà a Berlino e soprattutto nel Meclemburgo.

D. L’Europa che fa? Sembra immobile.

R. C’è una grande attenzione a livello europeo, perché sta iniziando un ciclo elettorale che coinvolgerà da qui al prossimo anno metà dei cittadini europei con sovranisti e nazionalisti di vario genere che si affacciano sulla scena politica, dalla Polonia alla Francia e alla Spagna per finire con l’Italia.

D. L’attenzione non basta.

R. Infatti l’Unione deve preparare delle risposte che vadano in due direzioni. La prima è molto politica, non bisogna inseguire l’estremismo nazionalista sul suo terreno. C’e una solida maggioranza europeista al parlamento europeo. Aprire le porte a queste formazioni estreme le rafforza, non bisogna farlo. Afd sta appunto cercando subito una sponda in Germania nella Cdu.

D. La seconda risposta è più pragmatica?

R. Dobbiamo mostrare la forza europea e rendere l’Unione più integrata. Il mondo che abbiamo intorno a noi è nel caos, ci impone di difenderci e di stare uniti. Solo così si impedisce la crescita del nazionalismo. Se regge questo cordone sanitario, come stanno provando a fare in Germania, queste forze estremiste faranno fatica. Come è accaduto in Olanda e come è accaduto in Italia con Fratelli d’Italia che una volta andato al governo si è spostato su posizioni meno euroscettiche e più atlantiste. Tra l’altro l’economia europea va meglio del previsto, sarebbe sbagliato mollare.

D. Per ora però fa fatica soprattutto il cancelliere Merz, è a rischio?

R. Le sue reazioni appaiono timide. In Germania potrebbe accadere ciò che non è mai avvenuto dal dopoguerra ad oggi: un cambio di premier all’interno della Cdu e qualche esponente di quel partito ne sta già parlando.

D. Come sta avvenendo da qualche anno in Gran Bretagna.

R. Sì. E come è avvenuto in Italia nella legislatura in cui si sono alternati a Palazzo Chigi Enrico Letta, Matteo Renzi e il sottoscritto.

D. Come la prenderebbero i tedeschi questo cambio di leadership?

R. Sarebbe uno shock.

D. Lei conosce bene, perché ci ha lavorato, Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione, da tedesca, non è preoccupata per l’avanzata di Afd nel suo Paese?

R. Credo sia più preoccupata di dare una linea all’Unione Europea, come cercherà di fare nel suo discorso sullo stato dell’Ue e di fortificare la sua unità.

D. Non pensa che il Green Deal che mette al bando i motori termici debba essere rivisto? L’automotive è in ginocchio e forse ha avuto un ruolo nella crescita di Afdin Germania.

R. Alcuni obiettivi del Green Deal erano probabilmente troppo ottimistici. Contenevano “clausole di revisione”, ma fissare dei limiti così stringenti all’inizio è stato uno svantaggio per le imprese. Attenzione però, al netto degli errori dell’Ue, la competizione cinese sarebbe comunque arrivata e non avere delle politiche per la transizione ecologica avrebbe solo peggiorato la situazione.

D. E allora che atteggiamento si deve avere con la Cina?

R. Dobbiamo chiederci come negoziare le nostre relazioni commerciali con la Cina, prima che il deficit con Pechino, già a quota 300 miliardi, diventi ancora più grande.

D. In concreto che deve fare la Commissione?

R. Bisogna combinare le barriere tariffarie, in alcuni settori inevitabili, con un atteggiamento flessibile sugli investimenti e sui possibili accordi sulle terre rare. La Cina sa che oggi l’Unione Europea ha interessi diversi dagli Stati Uniti. Ma dobbiamo dimostrare in concreto che siamo autonomi: si può e si deve negoziare con la Cina. Peccato, venendo all’Italia, che BYD abbia deciso di fare i suoi investimenti in Spagna.

D. Chi sta perdendo posizioni sulla Cina è proprio la Germania. Non è preoccupato dal riarmo tedesco? La Germania fa da sola in un contesto di crisi e di debolezza della politica…

R. Il riarmo tedesco è effettivamente un problema, saremmo ancora in tempo ad affrontarlo. Non possiamo immaginare che di fronte a tsunami mondiali come le guerre in Ucraina e Medio Oriente non ci sia una spinta ad armarsi. Quando sento che la Germania spenderà 190 miliardi di euro nel 2029 penso che è un’operazione da grande potenza militare mondiale. E L’Italia farebbe bene ad essere più decisa su questo fronte.

D. Cosa intende?

R. Il nostro Paese deve essere più allineato all’Europa perché l’unica condizione per la pace è proprio la difesa comune.

D. Trova l’Italia troppo timida come il cancelliere Merz?

R. L’Italia è troppo alla finestra. Osservatore nel Board of Peace, osservatore nei Volenterosi per l’Ucraina, osservatore nel programma di difesa comune. Non è un ruolo adeguato. Mi appare un Paese un po’ svogliato, riluttante, che fatica ad aderire al programma Safe e al finanziamento comune della difesa. Abbandonata l’impostazione anti-europea e trumpiana mi pare che l’Italia sia rimasta a metà del guado.

D. Da dove nasce questa riluttanza?

R. Credo dal fatto che il governo Meloni cerca di far conciliare un’affinità ideologica con il movimento Maga con la necessità di affrontare le tensioni geopolitiche. Ma come si fa a coltivare l’affinità con gli Stati Uniti di Donald Trump avendo a che fare con l’annessione della Groenlandia o l’intervento in Iran e a Hormuz. La premier Giorgia Meloni tiene il piede in due staffe, questa ambiguità viene però messa a dura prova dalle posizioni sempre più radicali.

D. La premier Meloni in un’intervista a Milano Finanza che ha fatto molto discutere ha definito l’Italia più forte. È d’accordo?

R. Dal punto di vista della finanza pubblica sicuramente la tenuta dei conti è stata positiva e questo equilibrio ha influito sul giudizio dei mercati che ora rispettano di più il Paese. Dall’altro lato, la prospettiva della crescita è molto più debole e ormai sotto la media europea. E pensare che nei tre anni dopo il Covid l’Italia era cresciuta molto di più degli altri Paesi.

D. Sono invece 25 anni dall’11 settembre 2001. Cosa ha insegnato l’attacco alle Torri Gemelle di New York? L’età del caos è nata quel giorno?

R. La sfida del terrorismo islamico, quello di Al Qaeda e poi di Isis, è stata sconfitta. Ma il mondo che ha vinto oggi è dilaniato, il suo ordine messo in discussione dal Paese che lo aveva costruito. Non so se 25 anni dopo potremmo facilmente ripetere “siamo tutti americani”.

D. Il risiko bancario in Italia è effervescente, ci sono l’opas di Intesa Sanpaolo su Mps e quelle del Monte su Banco Bpm e Banco Generali. Lei che è stato premier durante la fase più critica del settore bancario, che giudizio dà di questa vitalità?

R. Le nostre banche hanno grandi potenzialità, se pensiamo appunto a dieci anni fa, la situazione è completamente cambiata in meglio. L’importante è che il governo resti neutrale qui e in generale in Europa. Non si devono ripetere errori come il Golden Power da noi e i veti del governo tedesco all’operazione di Unicredit su Commerzbank.

D. L’Italia può correre per la poltrona di presidente della Bce?

R. L’Italia ha sicuramente le qualità per concorrere a quella posizione e lo ha anche dimostrato in passato con un presidente come Mario Draghi. (riproduzione riservata)