Settembre non parte con il piede giusto per i listini finanziari. L’aumento del prezzo del petrolio e, soprattutto, il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato hanno infatti appesantito le borse martedì 1. «L’intensificarsi delle tensioni Usa-Iran, il conseguente rialzo delle quotazioni petrolifere e l’atteggiamento hawkish di Warsh al simposio di Jackson Hole, si stanno traducendo in un sell-off globale dei bond governativi» affermano gli strategist di Mps. Fattori che hanno spinto il rendimento medio dei titoli governativi globali sui livelli più elevati dal 2008.
Sul fronte geopolitico gli Stati Uniti sono tornati a colpire l’Iran. «Gli attacchi fanno seguito ai recenti tentativi di aggressione da parte del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie contro il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz e contro il personale militare statunitense nella regione», ha comunicato l’Us Central Command. In mattinata due petroliere erano state attaccate mentre cercavano di attraversare la via marittima. Come riportato dalla Cnbc, qualche ora prima dei raid il presidente Usa Donald Trump stava valutando un piano del Centcom per impedire all’Iran di ricostruire le capacità radar e missilistiche indispensabili per prendere di mira le navi che attraversano lo Stretto. In questo contesto, il prezzo del petrolio alle 19 era in forte rialzo: il Wti veniva scambiato a 89,5 dollari al barile (+4,4%) e il Brent a 94 dollari (+3,8%).
Petrolio e titoli di Stato hanno penalizzato anche Piazza Affari. La borsa milanese ha chiuso a 51.915 punti in calo dell’1,3%, la perdita maggiore tra i principali listini europei. Era da fine luglio che il Ftse Mib non scendeva sotto quota 52 mila punti. Tra le blue chips, solamente tre titoli hanno chiuso in rialzo la seduta: Tenaris (+1,9%), Eni (+1,5%) e Iveco Group (+0,4%). Tra le società che hanno accusato flessioni più elevate figurano invece Poste Italiane (-3,8%) e Telecom Italia (-3,6%).
Lo spread Btp/Bund è rimasto invariato a 84 punti, con il rendimento del decennale italiano che si è attestato al 4,18%.
Sul fronte dei dati macro, il Pmi manifatturiero dell’Eurozona elaborato da S&P Global è aumentato ad agosto al livello più alto dal maggio del 2022 a 52,7 punti, dai 51,9 di luglio. Un contributo significativo a tale miglioramento è derivato dalla principale economia dell’area euro, la Germania, che ha registrato il miglior mese di crescita del settore manifatturiero da oltre quattro anni. Anche la Francia ha sostenuto il tasso complessivo di espansione, sebbene ciò sia stato in parte compensato da una contrazione dell’economia manifatturiera italiana. Intanto, l’inflazione annua nell’Eurozona è salita al 3,3% ad agosto dal 2,9% di luglio, secondo le stime preliminari pubblicate da Eurostat (si legga articolo a pagina 3). In questo contesto, anche le altre principali borse europee hanno chiuso in netto calo: il Ftse 100 di Londra ha perso lo 0,3%, il Cac 40 di Parigi lo 0,4% e il Dax di Francoforte l’1,1%.
Anche dall’altra parte dell’Oceano pesa il rialzo del petrolio e l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato. A metà seduta i listini Usa erano in rosso: il Dow Jones cedeva lo 0,7%, l’S&P 500 lo 0,6% e il Nasdaq lo 0,8%. Gli investitori valutavano contemporaneamente il rischio di un’inflazione persistente, l’evoluzione dei deficit pubblici e il forte ricorso al mercato del debito da parte delle società impegnate a finanziare nuovi investimenti, compresi quelli legati all’espansione delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Ad appesantire i listini americani erano soprattutto i titoli tech, con Micron che calava dello 0,9% e Amd del 2,8%. Per quanto riguarda i Treasury, il rendimento decennale era salito a 4,78%, toccando i massimi di gennaio 2025. (riproduzione riservata)