Sebbene i mercati si siano convinti che la Fed possa alzare i tassi d’interesse prima della fine dell’anno, appare evidente che sarà molto difficile poterlo fare, dato che la strategia della banca centrale e del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti è quella di mantenere tassi reali negativi sui Treasuries per svalutare un debito senza limiti e in costante aumento. Questa narrazione dei «tassi in rialzo» ha procurato danni parziali al trend rialzista dell’oro e ha inflitto una correzione a euro e mercati emergenti, tuttavia sembra altamente probabile che gli Stati Uniti faranno più o meno come BoJ: ha annunciato rialzi dei tassi da due anni ma è rimasta costantemente dietro la curva in modo molto pronunciato, procurando una caduta dei titoli di Stato giapponesi e dello yen.
Le due economie (Usa e Giappone) hanno lo stesso problema, il debito, e la stessa strategia: svalutarlo in termini reali, afferma Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy. È quindi opportuno che i dati sul pil vengano calcolati in modo da produrre una crescita nominale superiore all’inflazione e che i dati sull’inflazione vengano calcolati in modo da produrre un’inflazione che non sale. Guarda caso sta succedendo proprio questo: in Giappone l’inflazione non sale nonostante lo yen debole e i prezzi di food & energy importati siano alle stelle, in Usa l’inflazione non sale più di tanto nonostante l’impennata dei prezzi di energia e componenti tech.
«La narrazione del consenso si è affrettata a dire che la componente energia non è più così importante come una volta in un’economia sempre meno dipendente dal petrolio, ma ha evitato di spiegare come mai», spiega Novelli. «Forse a non tutti è chiaro che siamo in piena repressione finanziaria, prima implementata con il Qe pluriennale per sopprimere artificialmente il costo del credito, e ora implementata tramite la manipolazione dei dati macro e una narrazione estremamente controllata. Un sistema fallito deve ricorrere anche a questo per evitare una crisi che è comunque inevitabile».
Nel frattempo, le insolvenze su carte di credito e su commercial real estate hanno toccato percentuali mai viste neanche durante la crisi del 2008, confermando che stiamo entrando in una crisi del credito. Le insolvenze aumentano, ma le banche non segnalano le perdite su crediti, avverte l’esperto di Lemanik. Esattamente come nel precedente ciclo del credito 2005-2007 (fonte: Ny Fed Survey).
Si discute, quindi, di quanti rialzi dovrà fare la Fed se volesse veramente sopprimere definitivamente questo sistema economico e finanziario emerso dalle ceneri della crisi del 2008. «È certamente logorante misurarsi ogni giorno con queste «narrazioni», dove si prende per buono tutto quello che questo sistema vuole farti credere per sostenersi, senza che nessuno si faccia delle domande, probabilmente perché le risposte non sono in linea con quello che si è costretti a credere o a raccontare», continua Novelli.
L’esposizione al mercato azionario americano da parte di investitori privati è in salita costante dal 2020. «Ma facendo qualche calcolo non si riesce a capire da dove arriverebbero i soldi, dato che tale racconto va avanti da oltre 5 anni, con il debito a margine per acquistare titoli che sale sempre e con il tasso di risparmio che scende sempre di più», osserva il gestore. «Sembrerebbe, quindi, che la maggior parte della popolazione americana non abbia i soldi per pagare le rate, ma sia piena di soldi per acquistare azioni. Prima di ogni correzione si evidenzia che il retail detiene il record di esposizione equity ma dopo la correzione sarebbe sempre il retail che acquista ancora, sborsando centinaia di miliardi di dollari per spingere l’indice su nuovi massimi. In realtà è ormai certo che il buy on dip è fatto dal Ministero del Tesoro e che Wall Street è una questione di Stato e di fatto nazionalizzata».
Il fatto che l’indice S&P500 sia sui massimi non cambia i fondamentali di quello che ci sta sotto: un sistema che per produrre 1 dollaro di pil ne fa 4 di nuovo debito ogni anno. Il pil Usa, in valori nominali, vale oggi circa 30 trilioni di dollari, ma per produrre tale risultato il sistema ha accumulato 120 trilioni di dollari di debito pubblico e privato. Un ulteriore problema, indica Novelli, è che oltre il 20% di tale debito è di natura speculativa (da B- a CCC o senza rating), in carico a banche, mutual funds, fondi di private credit e shadow banking system, in particolare fondi pensione e assicurazioni.
Il collocamento di Space X è stata una ulteriore conferma della «politica dirigistica» a cui siamo sottoposti, dato che è stato un «collocamento di sistema», dove tutto è andato come doveva andare e i compratori (Etf & C.) erano comunque obbligati a comprare al prezzo stabilito. Ulteriore conferma che, per ora, non è il mercato che stabilisce i prezzi.
«La Fed che vorresti avere (indipendente) non è quella che in realtà sei costretto ad avere, dato che il sistema non può permettersi una banca centrale che fa la lotta all’inflazione e stabilisce quindi il costo del debito nel sistema. Il costo del debito per un sistema che vive solo grazie al debito non può salire e l’inflazione anche», afferma l’esperto.
Le conseguenze di tale strategia saranno: massiccia svalutazione monetaria per alcuni e indesiderata rivalutazione per altri (Usa vs emergenti ed euro); ulteriore diversificazione delle riserve valutarie dal dollaro e riduzione dei flussi istituzionali verso il debito americano (dollaro vs oro e yuan cinese); banche americane che si sostituiscono alla Fed nel finanziamento del debito pubblico (ripresa del Qe in via indiretta); controllo della curva sul debito Usa (repressione finanziaria); ulteriore deglobalizzazione e inizio del capitalismo di Stato per questioni di sicurezza nazionale (nazionalizzazione delle società strategiche); controllo al movimento dei capitali (repressione finanziaria); soppressione del ciclo e cancellazione della recessione (dati macro politicizzati); svalutazione del debito e quindi del risparmio privato.
Le implicazioni di tali decisioni produrranno un generale e progressivo impoverimento del sistema economico occidentale e un’ulteriore accentuazione della concentrazione della ricchezza, con elevati rischi di tenuta sociale a termine. Questo imporrà ai governi in carica (di qualsiasi colore) di perseguire politiche fiscali espansive a supporto dell’80% della popolazione che non regge il modello economico imposto dal sistema finanziario.
«Il debito nel sistema crescerà oltre i livelli di sostenibilità e richiederà ulteriore repressione finanziaria (controllo al movimento dei capitali). Per impedire di sprofondare nella crisi da debito a sostegno di tale sistema sarebbe necessario tassare i grassi profitti delle società che sostengono il bull market, ma nessuno vuole scatenare un ribasso della borsa», avverte Novelli.
Il capitalismo di Stato sarà poi necessario per sostenere il capex insostenibile del settore privato e vedrà tecnologia, telecomunicazioni, energia, cybersecurity e materie prime, al centro di programmi di nazionalizzazione parziale o totale. Tali nazionalizzazioni accentueranno il trasferimento di capitale pubblico ai monopoli tecnologici impegnati nella competizione geopolitica con la Cina su AI, dato che i capitali privati cominciano ad essere insufficienti. Quindi il trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato è destinato ad aumentare peggiorando la situazione.
La deglobalizzazione accentuerà la frattura tra blocchi: Usa e alleati in opposizione a Cina e alleati. I controlli su export, tecnologia e capitali tra i due blocchi sono destinati ad accentuarsi e a generare una tale frammentazione dell’economia mondiale che peggiorerà il contesto macro. I Paesi non allineati avranno benefici come intermediari economici tra i due blocchi.
«In questo contesto l’Europa dovrà fronteggiare una decisione inevitabile: integration or disintegration. Prevedo che questo sarà il prossimo Big Move per i mercati, con evidenti ripercussioni per la circolazione dei capitali globali e per il dollaro», stima Novelli.
Attualmente l’Europa, assieme al Giappone, rimane il principale finanziatore del debito Usa e il principale investitore su asset finanziari americani. «Un eventuale processo di integrazione, con la creazione di un mercato unico dei capitali, provocherebbe certamente un parziale rimpatrio di capitali non gradito agli Stati Uniti. Lo scontro Usa-Ue è quindi destinato a intensificarsi», aggiunge Novelli, concludendo che i beneficiari di questo modello capitalista continueranno a essere sempre meno. Oro e mercati emergenti rimangono le vie di fuga da questo sistema, almeno fino a quando non verrà poi imposto un controllo al flusso dei capitali in uscita. (riproduzione riservata)