«La AI è un rischio ma il lavoro non scomparirà se c’è formazione costante. Vi spiego come». Parla Gabriele Fava, presidente Inps
«La AI è un rischio ma il lavoro non scomparirà se c’è formazione costante. Vi spiego come». Parla Gabriele Fava, presidente Inps
Il Paese corre a due velocità: dove il sistema produttivo è dinamico e la formazione è reale, la tecnologia crea opportunità e valorizza il capitale umano. Per questo serve un grande Piano Marshall per l’Intelligenza artificiale. L’istituto è in equilibrio ma servono aggiustamenti costanti. Bene la previdenza integrativa fin da giovani

di di Roberto Sommella 06/03/2026 19:49

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«Ha letto quella sentenza?». Il presidente dell’Inps Gabriele Fava si è appena seduto per l’intervista a Milano Finanza e dà la prima notizia: un Tribunale del Lavoro in Italia ha dato ragione a un’impresa che nel difendere un licenziamento ha sostenuto che è sostituibile quel posto di lavoro con l’intelligenza artificiale. La minaccia che teme Wall Street è arrivata anche qui?

Domanda. Presidente Fava, negli Usa comincia a farsi largo la paura che l’AI impatti sulla finanza ma anche sul lavoro. È un rischio concreto?

Risposta. Il rischio esiste e sarebbe poco realistico negarlo. L’AI è già una forza che attraversa l’economia globale e che ha introdotto nuovi equilibri tra capitale umano e tecnologia. Alcune attività saranno sostituite, molte verranno trasformate e altre nasceranno. Siamo davanti a un cambio di paradigma.

D. Per l’Inps che significa?

R. Per un istituto previdenziale questo cambiamento non è astratto e si manifesta nella qualità dell’occupazione e nei flussi contributivi. L’adozione dell’AI in Inps con oltre 70 progetti, di cui la metà già operativi, ci permette di vedere prima, di capire meglio, di intervenire con precisione. Gli effetti dipendono da come la governiamo.

D. In Italia sta facendo discutere la sentenza del Tribunale del Lavoro che avalla la possibilità di licenziare per sostituire il lavoro umano con l’AI. È l’inizio di una nuova era; è preoccupato?

R. Siamo già da tempo nella nuova era. Non la inaugura una sentenza. I precedenti storici ci insegnano che ogni rivoluzione tecnologica ha generato paure analoghe. Tuttavia il lavoro non è mai scomparso, si è trasformato. La questione decisiva non è l’AI in sè ma è il contesto in cui la inseriamo e come la utilizziamo. Per questo ho proposto un grande Piano Marshall dedicato all’Intelligenza artificiale, una necessità strategica per il Paese.

D. Che cosa vuol dire Piano Marshall nel concreto?

R. Servono infrastrutture adeguate, centri di competenza diffusi, filiere formative che inizino dalle scuole dell’obbligo e si estendano alla formazione continua nelle imprese. L’AI è una leva che, se usata bene, permette di restituire ai cittadini ciò che chiedono da anni: semplicità, rapidità, efficienza.

D. Da tempo l’Inps sta monitorando come i sistemi digitali stanno impattando sull’occupazione. Che situazione emerge?

R. Emerge un Paese che corre a due velocità. Dove il sistema produttivo è dinamico e la formazione è reale, la tecnologia crea opportunità e valorizza il capitale umano. Non è il digitale a generare disparità, sono le fragilità pregresse a renderlo asimmetrico. Nell’ultimo Osservatorio sul mercato del lavoro registriamo una crescita costante nelle professioni del terziario avanzato, quelle legate alla produzione di software, consulenza informatica e attività connesse, che ricomprendono i lavori del digitale. Dati che raccontano una trasformazione profonda, non temporanea.

D. C’è da ben sperare per la crescita.

R. L’impatto non è uniforme: varia per settore, livello di competenze e area geografica. Il fattore decisivo non è la tecnologia in sé ma la capacità di adattamento con riqualificazione professionale e aggiornamento continuo.

D. Passando al tema delle pensioni, lei pensa che sia necessario collegare il mondo giovanile a quello della previdenza. Come si può farlo?

R. È necessario e urgente. La previdenza vive se esiste un patto tra generazioni. Quando i giovani entrano tardi nel lavoro o con retribuzioni deboli, quel patto si incrina. Per questo sin dal primo giorno ho messo i giovani al centro del nuovo corso dell’istituto; si tratta di una scelta strategica per il Paese e non solo per il sistema previdenziale.

D. Come funziona questo nuovo corso?

R. Il primo passo è garantire loro condizioni dignitose: stabilità, competenze e retribuzioni coerenti con la produttività. Il secondo è rendere la previdenza comprensibile. Stiamo lavorando affinché ogni giovane possa leggere la propria storia contributiva in modo immediato, capire gli effetti delle scelte di lavoro e vedere il proprio futuro con dati reali. E allo stesso tempo promuoviamo la cultura e l’educazione previdenziale nelle scuole. La consapevolezza è la forma più alta di partecipazione.

D. Questo per il futuro. Ma qual è la situazione dei conti pensionistici alla luce delle recenti misure inserite nella manovra?

R. La sostenibilità del sistema italiano poggia su due meccanismi automatici: la modifica dinamica dell'età pensionabile in base all'aspettativa di vita e la modifica dinamica del coefficiente di trasformazione utilizzato per convertire in pensione i contributi maturati. Le misure inserite nella legge di bilancio non alterano questo impianto; rispondono a esigenze sociali circoscritte senza mettere a rischio l’equilibrio complessivo.
 

D. Ma il sistema pensionistico è in sicurezza o servono ancora correttivi?

R. I dati indicano una fase di stabilità. Oggi il sistema previdenziale è solido. I conti degli ultimi due bilanci sono positivi, il patrimonio netto cresce, anche quest’anno i contributi registrano un incremento significativo del 6%. Dati che derivano dall’aumento degli assicurati. Ma sarebbe imprudente considerare raggiunta una meta. L’Italia invecchia rapidamente, interi territori perdono popolazione attiva. La previdenza richiede una manutenzione costante, intelligente e selettiva. L’Inps ha il dovere di difendere l’equilibrio finanziario e di fornire al decisore pubblico scenari realistici.

D. Per le donne come si può riequilibrare il sistema che finora le ha viste svantaggiate?

R. Il sistema previdenziale con il metodo contributivo riflette le condizioni del mercato del lavoro. Se una donna ha carriere discontinue o retribuzioni inferiori, si troverà con una pensione più bassa.

D. Soluzioni?

R. Serve un ecosistema che sostenga la genitorialità, renda accessibili i servizi per l’infanzia e permetta alle donne di crescere professionalmente senza dover scegliere tra lavoro e cura. Anche la semplificazione amministrativa fa parte di questa equità. E la digitalizzazione facilita l’accesso alle prestazioni. Va in questa direzione il nuovo portale Inps per la famiglia e la genitorialità che abbiamo lanciato a metà febbraio ed è accessibile anche tramite app.

D. Lo Stato da solo però con questi tassi demografici non ce la fa. Come si può migliorare l’apporto della previdenza integrativa alla previdenza generale?

R. Sono favorevole a forme di previdenza integrativa, soprattutto in un mercato del lavoro che non è più lineare. Per valorizzarla servono tre fattori: regole chiare, strumenti trasparenti e una cultura finanziaria più diffusa. L’Inps è pronto a collaborare con tutti gli attori per costruire un ecosistema che unisca solidità pubblica e capacità di integrazione privata.

D. Da tempo c’è il dibattito sul contributo che possono dare gli immigrati al sistema previdenziale. Può fare un punto su questo tema?

R. È un tema che richiede equilibrio e rigore. Il contributo degli stranieri regolarmente occupati è rilevante. Dall’ultimo Osservatorio Inps risulta che dei 4,6 milioni di cittadini stranieri l’86,3% sono lavoratori attivi, l’8,2% pensionati e il 5,5% percettori di prestazioni a sostegno del reddito. In un Paese con forte calo demografico affinché questo contributo rimanga sostenibile è necessaria un’immigrazione governata e qualificata, favorendo percorsi regolari e contrastando ogni forma di sfruttamento.

D. Dopo Glovo anche Deliveroo è stata commissariata per caporalato. Il lavoro ha una via d’uscita in quest’epoca digitale?

R. Una via d’uscita c’è sempre. La tecnologia non crea lo sfruttamento ma lo rende più trasparente. Se un modello economico poggia su zone grigie, la piattaforma diventa un amplificatore. Se invece è fondato su trasparenza e regole chiare, la tecnologia può migliorare la qualità del lavoro. Dimostrare che innovazione e dignità possono convivere è una delle sfide centrali del nostro tempo. (riproduzione riservata)