Il profit warning corredato da 22,2 miliardi di oneri lanciato da Stellantis venerdì 6 febbraio, che è costato al titolo un quarto della market cap, oltre che segnare una presa di distanza dalla strategia adottata dalla gestione Tavares è l’inequivocabile ennesimo segnale di fallimento del Green Deal europeo, che neppure il pannicello caldo della riduzione al 90% dell’obiettivo di taglio delle emissioni di Co2 al 2035, prima fissato al 100%, sembra in grado di compensare. Le dimensioni del warning sono effettivamente clamorose e sono un avvertimento per l’intero settore.
Del resto nei giorni precedenti anche il re - o ex re - dell’auto elettrica Elon Musk nel corso della presentazione dei conti di Tesla, ha annunciato l’interruzione a breve della produzione di due dei suoi modelli più storici - la Model X e la Model S - con l’obiettivo di concentrare la società sulla costruzione dei robot umanoidi Optimus. E che l’auto sia sempre meno centrale nella galassia Musk lo dimostra la fusione tra SpaceX e xAi, che sposta decisamente il business del tycoon verso lo spazio e l’ipertech.
L’ad di Stellantis Antonio Filosa è stato ancor più chiaro nella sua analisi.
Il 75% dei 22,2 miliardi di oneri derivano da una sovrastima del ritmo della transizione energetica: 16,8 miliardi, di cui 14,7 relativi sia al riallineamento dei piani di prodotto alle preferenze dei clienti sia alle nuove normative sulle emissioni negli Stati Uniti e legati alle aspettative ridotte per i modelli Bev (svalutazioni per 2,9 miliardi sui prodotti cancellati; per 6 miliardi sulle piattaforme per le riduzioni attese in termini di volumi e redditività; 5,8 miliardi di uscite di cassa stimate nei prossimi quattro anni, riferiti sia ai prodotti cancellati sia agli altri programmi Bev in corso, i cui volumi attesi risultano inferiori alle proiezioni precedenti) e 2,1 miliardi per il ridimensionamento della supply chain dei veicoli elettrici.
In altre parole, Filosa vuole riposizionare l'azienda in funzione delle effettive preferenze dei clienti, che non amano - eufemismo - l’elettrico, non tanto per ragioni ideologiche e di passione per il termico ma perché non disposti a sostenere extra-costi di listino per averlo.
Il precedente ad del gruppo, Carlos Tavares, al contrario, era stato il più filo Green Deal - più per convenienza che per convinzione - tra i grandi manager dell’auto ed è stato punito dalla clientela europea e dalla repentina inversione a U dell’Amministrazione Usa sull’elettrificazione, che ha messo in crisi i brand americani del gruppo, già in assoluto non centrali nel progetto del ceo portoghese.
Il turnaround impostato da Filosa non è facile perché il campo da gioco resta minato. Se l’elettrico non sfonda, la produzione del termico è comunque contingentata per i vincoli europei, che, pur leggermente addolciti, restano nella sostanza con tutte le multe potenziali per chi non li rispetta.
E poi c’è la concorrenza, spietata in termini di prezzo e valida in termini di tecnologia, dei brand cinesi, che già pesano per il 10% sulle immatricolazioni europee.
Alla fine chi rischia di pagare pegno - perché il problema non è solo di Stellantis ma di tutti costruttori Ue - sono le centinaia di migliaia di lavoratori del settore e dell’indotto che rischiano il posto. (riproduzione riservata)