Il lancio dell’opas da 30,6 miliardi di Intesa Sanpaolo sul Montepaschi in combinata con Unipol-Bper è uno schema su cui in Ca’ de Sass ragionavano da inizio anno. In verità già dal 2025 nella prima banca italiana prima banca italiana si studiavano operazioni straordinarie sul mercato nazionale ma non c’era mai stato quell’allineamento progressivo di fattori che ha iniziato a verificarsi da febbraio e che si è perfezionato nelle ultime settimane, portando Intesa a rompere gli indugi per mettere le mani sull’asse Mps-Mediobanca-Generali.
Secondo quanto riferiscono a Milano Finanza fonti finanziarie vicine ai dossier, è proprio a inizio anno che riprendono vigore i movimenti sotterranei del risiko. A gennaio sfumano i contatti tra Unicredit e il numero uno di Delfin Francesco Milleri per la cessione del 17,5% che la holding della famiglia Del Vecchio ha in Mps che avrebbe portato in dote a Unicredit anche un rafforzamento in Generali, sulla quale anche Intesa Sanpaolo, al di là delle smentite ufficiali, aveva messo gli occhi da tempo, in particolare per la gestione del risparmio.
A febbraio si apre un’inaspettata finestra di opportunità per Intesa: le difficoltà nella governance della banca senese, il cda spaccato e il probabile arrivo di un nuovo ceo, l’inchiesta della procura di Milano per presunto concerto fra il costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone, Milleri e il ceo di Mps Luigi Lovaglio. I contrasti tra i soci da lì a qualche settimana avrebbero portato all’estromissione di Lovaglio dalla lista del cda per il rinnovo del board, fino al suo licenziamento.
Insomma l’asse Siena-Milano-Trieste appariva incerto. E così è apparso dopo l’inaspettato ribaltone nell’assemblea Mps del 15 aprile che ha riportato al vertice Lovaglio battendo la lista del cda. In questo contesto, Messina e i suoi consulenti hanno valutato che ritagliarsi un ruolo di stabilizzatrice di Generali attraverso un’offerta su Mps-Mediobanca avrebbe permesso a Intesa Sanpaolo di mettere le mani in un colpo solo sui 6 milioni di clienti, sul credito al consumo di Compass e sulle attività storiche di Mediobanca, e di ipotecare i 330 milioni di dividendi dal 13,2% di Generali.
L’interesse di Messina a muovere sul terreno delle acquisizioni nazionali, dal quale per anni aveva detto di voler restare lontano, ha avuto anche un’esigenza precisa di difendere le quote di mercato del suo gruppo in particolare nella gestione del risparmio.
Controllando Mps-Mediobanca e quindi una quota strategica di Generali, Intesa sottrae di fatto la compagnia triestina dalle mire di altri soggetti, a cominciare da Unicredit (che non a caso nei mesi scorsi si è portato fino al 9% circa del capitale) a Crédit Agricole, che in caso di fusione tra Banco Bpm e Mps sarebbe azionista forte del conglomerato bancario con vista su Piazzetta Cuccia.
Gli interessi di Intesa si son saldati con quelli di Unipol, con cui si era già mossa in tandem nell’opas su Ubi nel 2020. Allora fu la controllata di Unipol, Bper, a rilevare per 640 milioni gli oltre 600 sportelli ex Ubi. La banca emiliana negli anni successivi ha rilevato anche Carige e poi PopSondrio, mettendo le filiali a servizio di Unipol per la bancassurance. Questa volta sarà direttamente la compagnia di via Stalingrado a comprare per 3,5 miliardi di euro il 100% della nuova Mps, che poi girerà tramite fusione al gruppo modenese.
Questo passaggio non è solo un fatto tecnico: è stata la chiave per convincere il presidente di Unipol, Carlo Cimbri, a dire sì a Messina, dopo negoziati e simulazioni durati oltre due mesi. «Il 90% delle polizze è intermediato dalle reti fisiche, da agenti quindi, ma anche da sportelli bancari, e il restante 10% dai canali virtuali. Crediamo che nella capillarità territoriale e nella vicinanza al cliente ci sia ancora valore», ha spiegato Cimbri. Per questa ragione Unipol ha deciso di essere della partita, rilevando i 635 sportelli Mps eccedenti i limiti antitrust per Intesa.
La fusione dovrà essere votata dai soci di Bper ma senza la partecipazione di Unipol: è il cosiddetto «whitewash». In caso di ok dell’assemblea alla fusione con la nuova Mps, la compagnia si ritroverà con il 40% in mano dall’attuale 20% circa, senza dover fare l’opa. In questo modo Cimbri avrà evitato un’opa obbligatoria da 16 miliardi di euro, praticamente l’attuale capitalizzazione della compagnia di Via Stalingrado.
Messina e Cimbri in questo modo hanno schivato lo stigma di aver tolto dal mercato la banca più antica del mondo: Mps passerà con licenza bancaria e marchio a Unipol e la nuova entità post-fusione si chiamerà Monte dei Paschi (ma non più «di Siena»). Sarà anche la nascita di quel terzo polo bancario tanto caro al governo, anche se imperniato su Bper e Unipol e non sulla milanese Banco Bpm, secondo il progetto tanto caro alla Lega di Matteo Salvini.
E il Banco, appunto? Mentre tra Milano e Bologna si impostava la strategia grazie ai buoni consigli del banchiere ex Mediobanca Francesco Canzonieri (già regista dell’operazione Ubi), Lovaglio tornava a guidare Rocca Salimbeni grazie al voto decisivo del ceo di Bpm Giuseppe Castagna. Un voto che era propedeutico a una fusione alla pari, che però è tardata ad arrivare. È stata proprio questa battuta d’arresto a favorire la volata finale di Intesa-Unipol lunedì 8 giugno, nonostante la «lettera d’amore» (copyright Carlo Messina) recapitata dalla banca milanese a Mps appena poche ore prima. (riproduzione riservata)