L’Italia non cresce, fare i compiti a casa non basta: serve una cura shock
L’Italia non cresce, fare i compiti a casa non basta: serve una cura shock
Nonostante i successi finanziari, l'economia reale italiana stenta a crescere. Il divario tra stabilità dei conti e sviluppo economico resta un nodo irrisolto, evidenziando la necessità di politiche più incisive

di di Antonio Maria Rinaldi*  12/01/2026 21:19

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La domanda posta dal direttore di Milano Finanza Roberto Sommella alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni fotografa con precisione chirurgica uno dei grandi paradossi dell’economia italiana contemporanea.

I dati richiamati sono corretti: la finanza privata gode di ottima salute, Piazza Affari è tra le borse più performanti a livello globale negli ultimi anni, lo spread si riduce e le agenzie di rating promuovono l’Italia. Eppure l’economia reale - quella fatta di salari, consumi, investimenti produttivi, piccole e medie imprese - non mostra lo stesso dinamismo.

Questo scollamento non è casuale né temporaneo. È strutturale. Ed è qui che la riflessione va spinta oltre la superficie dei numeri, per interrogarsi sulle cause profonde che impediscono ai buoni risultati finanziari di tradursi in crescita diffusa.

I compiti a casa assegnati da Bruxelles 

Il primo punto riguarda il contesto europeo. L’Italia oggi «fa i compiti a casa» secondo i parametri richiesti da Bruxelles, in particolare alla luce del nuovo Patto di Stabilità e Crescita. Il rispetto delle regole fiscali, la riduzione graduale del deficit, la stabilizzazione del debito sono elementi che i mercati apprezzano, perché segnalano affidabilità e disciplina. Ma questa affidabilità è, per così dire, finanziaria, non economica nel senso pieno del termine.

Il nuovo Patto di Stabilità infatti corregge alcuni eccessi del passato ma continua a soffrire di un limite di fondo: non integra la crescita come obiettivo centrale, bensì come variabile subordinata.

Gli investimenti produttivi, il rafforzamento della domanda interna, il sostegno strutturale all’industria e al lavoro restano compressi entro vincoli che privilegiano il consolidamento dei conti rispetto allo sviluppo del potenziale economico.

Lo scollamento tra conti pubblici ed economia reale

Il risultato è un equilibrio fragile: i mercati premiano la stabilità dei conti pubblici, ma l’economia reale resta in affanno.

Le imprese più grandi e internazionalizzate beneficiano dell’accesso ai mercati finanziari, mentre il tessuto produttivo diffuso fatica ad assorbire il costo del credito, l’incertezza normativa e una domanda interna debole. Le famiglie, dal canto loro, vedono salari reali erosi e consumi compressi, nonostante indicatori macro apparentemente rassicuranti.

Il Pnrr, pur nella sua dimensione imponente, non riesce a colmare questo divario. La sua attuazione è frammentata, rallentata da procedure complesse e spesso orientata più alla rendicontazione che all’impatto economico. Si spende ma non sempre si investe.

E soprattutto non si crea quell’effetto moltiplicatore capace di generare crescita autonoma nel medio periodo.

Quali azioni future per l’economia italiana

Qui emerge il nodo politico ed economico centrale: fare i compiti a casa non basta. La disciplina fiscale è una condizione necessaria, ma non sufficiente.

Senza un quadro europeo che consenta politiche anticicliche e investimenti strategici, il rischio è quello di una stabilità sterile, buona per i mercati ma neutra - se non penalizzante - per l’economia reale.

L’Italia non è un Paese in crisi sistemica, ma è un Paese bloccato in una crescita potenziale troppo bassa. La distanza tra finanza ed economia reale non si colma con i bonus né con la celebrazione dello spread, ma con una revisione profonda delle regole del gioco europee e con una politica economica che rimetta al centro produttività, lavoro e investimenti.

Finché la virtù contabile rimarrà disgiunta dalla capacità di generare sviluppo, il paradosso resterà intatto: conti in ordine, mercati soddisfatti, cittadini in attesa. E questa, più che una contraddizione statistica, è una questione politica di prim’ordine. (riproduzione riservata)

*Ex membro della Commissione Econ del Parlamento Europeo