L’Italia contribuirà a mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Teheran: chi collabora con gli Usa complice dell’attacco
L’Italia contribuirà a mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Teheran: chi collabora con gli Usa complice dell’attacco
Gli altri Paesi firmatari della nota sono Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone. Crosetto chiarisce: servono una tregua e un’azione multilaterale per un intervento. Tajani: documento politico, non militare

di Raffaele Crocitti 19/03/2026 15:10

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L’Italia dichiara la propria disponibilità a contribuire a mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz.

Una decisione per alcuni aspetti inattesa, visto che negli ultimi giorni si erano susseguite le dichiarazioni di Meloni e Tajani sull’impossibilità dell’intervento dell’Italia nello snodo petrolifero.

Gli altri Paesi firmatari della nota comunicata da Downing Street sono Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, che assieme all’Italia hanno condannato gli attacchi dell'Iran alle navi nel Golfo Persico e annunciato la disponibilità a contribuire a mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz.

«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l'impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria», si legge nel documento sottoscritto dai sei governi.

Non si è fatta attendere la risposta iraniana. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in una telefonata con il suo omologo giapponese, ha detto che chi proverà a riaprire lo Stretto di Hormuz sarà considerato complice di Usa e Israele nell’aggressione a Teheran.

La precisazione di Crosetto: serve tregua e azione multilaterale

Arriva in serata il chiarimento del ministro della Difesa Guido Crosetto in merito al ruolo dell’Italia a Hormuz: «Ho letto interpretazioni totalmente errate sul documento approvato oggi da alcune nazioni europee e non, tra cui l'Italia. Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso a Hormuz senza una tregua e senza un'iniziativa multilaterale estesa».

Un cessate il fuoco e un impegno di più Stati sono le condizioni necessarie per intervenire a Hormuz, secondo il ministro, che continua: «siamo consapevoli però dell'importanza per tutti di lavorare per la riapertura in sicurezza di Hormuz e riteniamo che sia giusto e opportuno che siano le Nazioni Unite a offrire la cornice giuridica per un'iniziativa pacifica e multilaterale per raggiungere questo obiettivo».

Poco dopo le prime notizie in merito alla nota sottoscritta dai sei Paesi si era già pronunciato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, definendo «politico» e non «militare» il documento diffuso da Londra. 

Il testo della nota sottoscritta dai sei Paesi

«Condanniamo con la massima fermezza», si legge nella dichiarazione, «i recenti attacchi dell'Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane».

«Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per
l'escalation del conflitto», continua la nota, con una richiesta a Teheran: «Chiediamo all'Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e altri tentativi di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Appellandosi al diritto internazionale, i sei Paesi sottolineano le conseguenze dell’azione iraniana: «Gli effetti delle azioni dell'Iran si faranno sentire in tutto il mondo, soprattutto sulle persone più vulnerabili. In linea con la Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineiamo che tale interferenza con la navigazione internazionale e l'interruzione delle catene di approvvigionamento energetico globali costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. A questo proposito, chiediamo una moratoria immediata e completa sugli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e del gas», una posizione, quella della moratoria, che era già stata anticipata dal presidente francese Emmanuel Macron. (riproduzione riservata)