L’Italia a caccia di big tech
L’Italia a caccia di big tech
Il Paese vuole contribuire a colmare il divario Ue rispetto a Cina e Usa nel finanziamento delle aziende tecnologiche e guarda all’esempio francese. Giorgetti apre il tavolo con gli investitori e in campo c’è anche Bankitalia

di di Anna Messia 25/07/2026 09:00

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Come riuscire a finanziare la nascita e la crescita di campioni nazionali ed europei dell’innovazione tecnologica capaci di rispondere alla sfida che arriva dalle big tech statunitensi e cinesi? Gli Usa e la Cina sono pronte a investire centinaia di miliardi di dollari su AI e calcolo quantistico e l’Unione deve ora necessariamente accelerare il passo. In campo è già scesa la Bei, con la fase due della European Tech Champions Initiative che punta a raccogliere 15 miliardi di euro di impegni e a mobilitare fino a 80 miliardi di investimenti nell’economia europea che vede l’Italia in prima linea (Azimut, Compagnia di San Paolo e Green Arrow hanno aderito). Ma si può fare di più e da qualche settimana l’argomento è al centro del confronto tra governo, autorità e potenziali investitori che hanno iniziato a studiare le mosse di chi in Europa è più avanti dell’Italia, guardando per esempio alla Francia. Non a caso il massimo esperto del Paese transalpino in materia Philippe Tibi, professore di Economia all'École Polytechnique di Parigi e promotore dell’iniziativa francese che porta il suo nome per finanziare fondi di venture capital e fondi tecnologici, è stato nelle scorse settimane in Italia per raccontare la sua esperienza a chi potrebbe replicarla nella Penisola.

Il tema è emerso all’ultima Assemblea dell’Abi.

L'intervento di Banca d'Italia e Mef per l'innovazione

Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta è andato dritto al punto mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha annunciato l’avvio di un tavolo permanente per chiamare in campo investitori istituzionali, operatori e autorità. «In Italia i fondi specializzati nell'apporto di capitale di rischio sono assai meno sviluppati che negli altri principali Paesi. Una quota rilevante delle operazioni riguarda interventi di riorganizzazione aziendale, spesso a basso contenuto innovativo, oppure investimenti in imprese nelle prime fasi di attività. Restano invece limitate le risorse destinate a sostenere la crescita dimensionale e la capacità competitiva delle imprese», ha sottolineato il governatore Panetta parlando di finanziamenti all’innovazione, e il rischio è di creare «un collo di bottiglia nel passaggio più delicato del processo innovativo: quello in cui un'idea promettente deve trasformarsi in un'impresa capace di operare su scala industriale. È in questa fase che molte iniziative italiane finiscono per cercare all'estero capitali, competenze e sbocchi produttivi e finanziari».

Il problema, in altri termini, non è nella fase iniziale di avvio delle start up che richiedono investimenti contenuti con un rischio finanziario conseguentemente limitato, quanto piuttosto nelle fasi successive, che necessitano invece di investimenti più consistenti per consentire alle società tecnologiche di diventare grandi e competere sui mercati internazionali.

Il patrimonio dei risparmiatori e i limiti del venture capital

Eppure la questione non è la scarsità del risparmio italiano o europeo o europeo. Al contrario, l'Europa dispone di uno dei più grandi patrimoni finanziari del mondo con gli italiani che sono notoriamente un popolo di risparmiatori e oltre 1.600 miliardi di euro parcheggiati in conti correnti e investimenti liquidi. Fondi pensione, compagnie assicurative e grandi investitori istituzionali di lungo termine italiani gestiscono poi migliaia di miliardi di euro. Tuttavia soltanto una quota marginale di queste risorse viene destinata al venture capital, mentre la maggior parte continua a essere investita in strumenti tradizionali come obbligazioni e mercati quotati. I numeri li ha forniti, aggiornati, il governatore della Banca d’Italia sempre all'Abi: «Il private equity rappresenta appena lo 0,5% degli investimenti complessivi delle compagnie assicurative e lo 0,7% di quelli dei fondi pensione; il venture capital ha un peso trascurabile in entrambi i comparti», ha detto e «i principali vincoli allo sviluppo non sono di natura regolamentare». La normativa consente infatti un significativo aumento degli investimenti, anche grazie a recenti innovazioni».

Allora che cosa manca? Il mercato è da creare perché investire in private equity e venture capital richiede conoscenze specialistiche, capacità di selezione dei gestori e orizzonti temporali lunghi: condizioni difficili da soddisfare per gli operatori di minore dimensione. Al tempo stesso, gli investitori più grandi, che dispongono di strutture adeguate, faticano a trovare nel mercato italiano un'offerta sufficientemente ampia e diversificata. Un cane che si morde la coda perché la scarsità di finanziatori stabili limita, a sua volta, la crescita dei fondi di private equity e venture capital.

Il modello francese guidato da Philippe Tibi

Non resta che mettere intorno a uno stesso tavolo finanziatori, investitori e imprese, e il caso francese può essere utile: Tibi dopo aver trascorso gran parte della sua carriera nei settori della tecnologia e della finanza, dal 2018, per conto del governo francese, ha guidato l'iniziativa per finanziare fondi di venture capital e fondi tecnologici globali, facendo della Francia l’hub dell’innovazione europea. All'inizio di giugno 2026, si contavano nel Paese 176 fondi «accreditati Tibi». Grazie al sostegno degli investitori istituzionali che hanno aderito all'iniziativa, quasi 150 di questi fondi hanno raccolto oltre 40 miliardi di euro da investire in società non quotate, mentre una trentina di fondi tecnologici quotati gestiscono attualmente un patrimonio complessivo di 18 miliardi di euro. Tra le società finanziate ci sono per esempio The Exploration Company (un'azienda aerospaziale europea che sviluppa veicoli spaziali riutilizzabili), Alice & Bob (azienda di informatica quantistica con sede a Parigi e Boston) o Verkor (azienda francese che produce batterie a bassa emissione di carbonio per auto elettriche).

Proprio nei giorni scorsi il ministro dell’Economia francese, Roland Lescure, ha lanciato la terza fase del progetto Tibi, la più ambiziosa: dalla Francia verranno raccolti altri 13 miliardi, con l'obiettivo di raggiungere quota 15 miliardi entro fine anno e una priorità chiara: entro il 2030, il 50% degli investimenti sarà destinato a tecnologie di rottura, quali l'intelligenza artificiale, il calcolo quantistico e le biotecnologie.

La sfida per l'Italia tra riforme e nuovi fondi

Ora tocca all’Italia con il governo che sembra pronto a favorire l’attivazione dei capitali domestici per lo sviluppo infrastrutturale e tecnologico del Paese. Dopo aver approvato la Legge Capitali, modificato il Testo Unico della Finanza e fatto la riforma delle pensioni, servono ora «gestori dinamici», ha detto Giorgetti all’Abi, ricordando l’iniziativa già avviata con il Fondo Strategico Nazionale indiretto per le pmi, e aprendo «al tavolo permanente». (riproduzione riservata)