Se la paura principale di gestori e analisti di mercato alla fine del 2025 era lo scoppio di una bolla legati ai titoli dell’intelligenza artificiale, per ora in questa prima parte di 2026 il pericolo è scampato. Anzi: mentre i mercati azionari globali venivano colpiti (non affondati) dalla guerra in Medio Oriente sono stati proprio i titoli della filiera AI, semiconduttori in primis a guidare il rimbalzo delle borse.
Le incognite rimangono, soprattutto quelle legate alle valutazioni estreme dei titoli dell’ecosistema intelligenza artificiale. «L’S&P 500 Tech tratta intorno a 20-25 volte gli utili attesi, meno della metà del picco dot-com, e i numeri continuano ad accelerare: per il primo trimestre il consenso prevede una crescita degli utili del settore tech del 30,4%, contro il 5,1% del resto dell’S&P 500», afferma Gianmarco Roncarolo, sales director di GraniteShares, che segnala anche, però, due potenziali rischi.
Primo, «il pericolo di concentrazione: Nvidia, la prima società a superare i 5 mila miliardi di dollari di capitalizzazione, vale oltre sei volte il Ftse Mib». Secondo, «la capacità delle aziende di trasformare gli ingenti investimenti in intelligenza artificiale in ricavi: non tutte le società avranno successo, come è accaduto anche durante lo sviluppo di Internet alla fine degli anni Novanta».
Insomma, se negli ultimi anni la gran parte degli investimenti in AI hanno prodotto ritorni a doppia se non a tripla cifra, ora i gestori iniziano a pensare al megatrend in termini di vinti e vincitori. La tabella in basso, elaborata da Fida, mostra una selezione di fondi ed Etf per esporsi all’intelligenza artificiale. La loro performance media da gennaio è pari al 16,7%, che arriva al 109% su una prospettiva triennale. Il tutto con costi medi dell’1% annuo: tutto sommato ragionevoli per dei comparti azionari tematici, anche se ad abbassare la statistica c’è la forte presenza di prodotti passivi. quelli attivi arrivano anche al 2% di commissioni.
A optare per la gestione attiva c’è Franklin Templeton, che con il fondo Intelligent Machines mette a segno da gennaio una performance superiore al 18%, con commissioni dell’1%. Matthew Moberg, portfolio manager della società di gestione, pensa che al di là delle valutazioni «il rischio principale negli investimenti in AI è che gli ingenti capitali investiti non generino ritorni adeguati. Per questo monitoriamo con attenzione la redditività del capitale investito nell’intelligenza artificiale».
Al di là dei chip e delle infrastrutture, che rimangono la prima scelta del money manager, «il software sta attraversando una fase di trasformazione profonda a causa dell’AI e il mercato sta progressivamente individuando dove emergeranno i vincitor». Un’area che Moberg ritiene «particolarmente solida è quella dei software per la progettazione dei chip: società che operano in un settore strutturalmente stabile, con forti vantaggi competitivi legati a decenni di proprietà intellettuale, a un’integrazione profonda nei flussi di progettazione e a certificazioni con grandi produttori come Tsmc».
Tra chi punta invece sui fondi-indice è Wisdomtree, che con l’Etf Artificial Intelligence (0,4% i costi) realizza da gennaio una performance del 14,9%. Per avere un’esposizione realmente passiva al tema, secondo Blake Heimann, senior associate quantitative research, è importante che l’indice replicato sia «costruito lungo l’intera catena del valore dell’AI, con un focus sui colli di bottiglia strategici e sui leader di categoria, piuttosto che su un’esposizione eccessivamente ampia o poco definita». Questo include «hardware e semiconduttori, infrastrutture per data center come networking e switching, oltre a software infrastrutturale e altri ambiti come la cybersecurity».
Più che le valutazioni, secondo il money manager il pericolo principale degli investimenti in AI «è detenere segmenti della catena del valore che potrebbero essere disintermediati con l’evoluzione della tecnologia: per mitigarli è fondamentale concentrarsi su società con vantaggi competitivi durevoli e un posizionamento solido nei punti critici della catena del valore».
Con il fondo attivo Equities Artificial Intelligence Dpam realizza una performance da inizio anno del 13,8%, con costi dello 0,8%. Anche secondo Humberto Nardiello, gestore del comparto, «il rischio principale non è che l’AI fallisca, ma che gli investitori puntino sull’anello sbagliato della catena del valore». Per questo gli investitori dovrebbero puntare, secondo il money manager, su quei titoli in grado di «coniugare innovazione di prodotto e disciplina nell’allocazione del capitale». Ancora più attraenti, sottolinea Nardiello, «sono le aziende guidate dai loro stessi fondatori, che tendono a prendere decisioni rapide e anche difficili quando i centri di profitto si spostano lungo la filiera dell’AI».
Quanto ai sotto-settori da preferire in questa fase, conclude il gestore, potrebbe essere prematuro spostarsi già da ora verso il software. «Oggi ci troviamo ancora nella fase di costruzione e di consolidamento delle piattaforme: la capacità di calcolo resta limitata, i costi di noleggio delle Gpu sono aumentati: questo significa che i colli di bottiglia come semiconduttori, memoria, cloud ed energia restano al centro dell’attenzione e continuano a offrire opportunità».
BG Fund Management (gruppo Banca Generali) si approccia all’asset class con il fondo Lux Im AI & Data, che da gennaio realizza una performance dell’8,4% seppur con costi elevati a pari al 2,1%. Luigi Capezzone, co-chief investment officer e head of investment strategies and solutions, ritiene che particolare attenzione vada prestata oggi «alle modalità con cui sono finanziate i grandi investimenti richiesti dall’AI: in gran parte sono ancora finanziati attraverso cassa, ma il livello di flusso di cassa libero di molte aziende si è quasi azzerato e inizia a vedersi anche qualche eccesso».
Quanto ai sotto-settori, secondo il money manager i tempi sono maturi per spostarsi dai classici chip e infrastrutture a una «diversificazione lungo tutta la filiera, inclusi ambiti come la robotica di nuova generazione, o anche le infrastrutture energetiche». (riproduzione riservata)