L’Europa pragmatica esiste già, ecco perché non serve cambiare i Trattati
L’Europa pragmatica esiste già, ecco perché non serve cambiare i Trattati
Pubblichiamo un estratto dell’ultimo libro del giudice costituzionale Giovanni Pitruzzella, L’Europa in trasformazione

di di Giovanni Pitruzzella* 15/10/2026 21:20

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The Transformation of Europe di Joseph Weiler è il titolo di uno dei più importanti scritti tra quelli pubblicati sull’integrazione europea. Esso si riferiva al grande cambiamento che si è realizzato nella Comunità in seguito all’introduzione, grazie alla giurisprudenza creativa della Corte di giustizia, dei princìpi dell’effetto diretto e del primato (...).

(...) Oggi ci troviamo in una situazione simile a quella esaminata nello scritto citato. Senza bisogno di una modifica formale dei Trattati, ci sono state alcune rilevanti innovazioni, basate su un’interpretazione creativa degli stessi e sull’uso di dormant clauses, che permettono di delineare una nuova «trasformazione dell’Europa», perché ne stanno cambiando la fisionomia e il telos. (...)

(...) L’Unione deve adattarsi al mutamento del contesto, tenendo insieme la geopolitica e la democrazia, la necessità di decidere e l’esigenza di rispettare la politica democratica. Essa perciò interpreta in modo evolutivo la disciplina dei Trattati per assumere nuovi compiti e per aumentare l’ambito di applicazione della regola della maggioranza qualificata, e, quando non è in grado di decidere, inizia a fare ricorso alle cooperazioni rafforzate. Queste ultime potranno dare vita a un’«Europa a cerchi concentrici», con un gruppo di Paesi che guiderà l’integrazione in campi come la politica estera e di difesa, la politica industriale e dell’innovazione, l’armonizzazione fiscale. Al contempo, attraverso le «connessioni democratiche» tra le sue istituzioni e le democrazie nazionali e la valorizzazione della sussidiarietà, l’Europa potrà accrescere la sua legittimazione.

Questo processo, determinato dall’accélération de l’histoire, ha insufficienze, contraddizioni, limiti, momenti di progressione e battute di arresto, ma comunque è stato avviato. Insistere oggi sulla necessità di una riforma dei Trattati può avere effetti indesiderati e bloccare il processo (domani potrà essere diverso). Quest’ultima linea di politica costituzionale, infatti, deve fare i conti con il «paradosso delle riforme costituzionali»: la loro necessità viene invocata per porre rimedio ai limiti di capacità decisionale, ma sono proprio quei limiti che impediscono di approvarle.

La revisione formale dei Trattati è un procedimento lungo e complesso, che richiede il consenso degli Stati membri, il quale è difficile da ottenere. Se l’unanimità, che nel contesto attuale ha un’applicazione limitata, può impedire singole decisioni, a maggior ragione potrà paralizzare una complessiva riforma dei Trattati. Parlare di quest’ultima come di una condizione necessaria per affrontare le sfide del XXI secolo, non solo è poco produttivo, ma può finire per delegittimare l’Unione a causa di una narrazione che la dipinge come inefficiente e irrilevante, senza far vedere tutto quello che è successo in pochissimo tempo.

Invece, si può procedere con pragmatismo, evitando le contrapposizioni ideologiche, rafforzando e ampliando la portata delle innovazioni introdotte negli ultimi anni. Per consolidarsi, tale processo di trasformazione dovrà appoggiarsi sul sostegno dei leader politici e dei partiti prevalenti in quei Paesi che intendono assumere la responsabilità di guidare l’integrazione e su una narrazione che evidenzi quanto è stato realizzato e quanto potrà ancora farsi, sulla base dei Trattati vigenti; al contempo, esso dovrà essere convalidato dalla Corte di giustizia, la cui giurisprudenza, già in passato, ha permesso all’Europa di compiere passi fondamentali sulla via dell’integrazione, senza una chiara base testuale nei Trattati, come riconosceva già Weiler nel saggio citato poc’anzi.

In definitiva, si tratta di realizzare le finalità ultime dei Trattati, e cioè di dare ai popoli europei la pace, la libertà, la democrazia, il benessere, la coesione sociale, la tutela del bene comune, garantendone la sicurezza in un mondo che non è più quello in cui aveva avuto origine la Comunità.

Affinché il processo di trasformazione dell’Europa si consolidi e non si concluda in un fallimento, con la disgregazione dell’Unione, sarà necessario il concorso di tutti coloro che hanno un qualche ruolo – grande o piccolo che sia – nella vicenda europea. Non solo i leader politici e le classi dirigenti, ma ogni cittadino della società europea può fare qualcosa per influenzare gli esiti di tale processo. Nei tornanti della storia bisogna invocare il principio di responsabilità, in modo che ciascuno faccia la sua parte. Come dice il Candide di Voltaire, il faut cultiver notre jardin. (riproduzione riservata)

*Giudice costituzionale