Poche settimane fa li avevamo chiamati gioielli e in effetti hanno iniziato a brillare. Sono i cento titoli con capitalizzazione inferiore a un miliardo che compongono l’Investlinx Intermonte Valore Italia Active Pir Ucits Etf, lo strumento quotato su Etfplus che fa parte dell'iniziativa Pmi2Change lanciata da Banca Generali con Intermonte.
L’etf è attivo dal 1° luglio e ha raccolto in meno di un mese oltre 55 milioni di euro di masse.
L’iniziativa è volta a promuovere le pmi italiane quotate e si fonda su un pensiero spiegato a Milano Finanza dall’ad di Intermonte, Guglielmo Manetti: «Il vero limite dell'Italia non è la qualità delle sue imprese, ma la loro visibilità. Il tessuto produttivo italiano è ricco di eccellenze con modelli di business solidi e leadership riconosciute a livello internazionale. Eppure, troppo spesso restano fuori dai radar degli investitori».
Il mercato sembra rispondere positivamente: dopo poche settimane, il 55% dei titoli in portafoglio segna una performance positiva, con una media del 7,21% e 13 balzi oltre il 10%, tra cui Mare, Piaggio, Txt, e Tecno oltre quota 20%.
Piccole, sì, ma molto veloci, «le pmi corrono più delle blue chip, anche in una fase di mercato non priva di incertezze», commenta Manetti. Andando a mettere a confronto Davide contro Golia, o Ulisse contro Polifemo visto il momento cinematografico, si nota come nel mese di luglio il Ftse Italia Small Cap Index sia cresciuto dell’1,5% contro il calo dello 0,2% del Ftse Mib.
«Un risultato che pesa doppio se si considera il punto di partenza: le piccole e medie imprese quotate in Borsa Italiana rappresentano circa l'80% del numero totale di società sul listino, eppure pesano appena il 3% della capitalizzazione complessiva. Trattano a valutazioni scontate fino al 50% rispetto alle large cap, non per debolezza dei fondamentali, ma per un deficit di liquidità e visibilità».
L’economia italiana si fonda tradizionalmente sulle piccole e medie imprese, ma spesso non trovano il giusto riconoscimento in borsa e anche chi è fuori risulta scoraggiato a entrarvi, basti pensare all’esiguo numero di ipo (tre) nella prima metà dell’anno e ai nove delisting.
Ciò che vogliono fare Banca Generali e Intermonte, come spiega Manetti, è creare «Un circolo virtuoso». Man mano che la raccolta cresce, l'etf aumenta i propri acquisti sui titoli del paniere, sostenendo i volumi di scambio e riducendo lo sconto strutturale che penalizza le pmi. «Maggiore visibilità genera maggiore domanda, che a sua volta genera maggiore capitalizzazione, avvicinando alcune società alle soglie di ingresso negli indici più seguiti a livello internazionale e amplificando ulteriormente l'interesse degli istituzionali».
L'obiettivo di Banca Generali è una raccolta di 100 milioni di euro nei primi mesi, con una crescita fino a 500 milioni nel medio termine: «A quella cifra, l’etf rappresenterebbe oltre il 5% del flottante dell'indice, generando flussi nell'ordine di 1-2 milioni di euro al giorno».
Un traguardo che l’istituto vuole raggiungere affiancando alla propria rete e capacità di raccolta l’esperienza nel segmento small e mid cap di Intermonte, che agisce come investment manager.
La selezione dei titoli ha seguito un processo bottom-up, ossia una selezione basata sui fondamentali delle singole società. L’etf inoltre è, in questo caso per sua natura, pir compliant (regime che prevede almeno il 70% del capitale investito in società italiane, con una quota significativa in pmi; in questo caso l’etf investe solo in pmi con capitalizzazione inferiore a 1 miliardo) e ciò comporta un importante vantaggio fiscale: se lo strumento viene mantenuto per almeno cinque anni, è esente dall’imposta sul capital gain e da quella di successione.
Com’è composto l’indice? Le cento imprese incluse impiegano quasi 120 mila persone, hanno registrato una crescita media annua del fatturato del 16% negli ultimi due anni e valgono complessivamente circa 22 miliardi di euro. La composizione settoriale riflette l'economia reale: industria (24%), salute (22%), beni discrezionali(17%) e tecnologia (14%) coprono insieme il 77% dell'indice.
Guardando agli Usa, da inizio anno il Russell 2000, l'indice delle duemila small cap, ha guadagnato il 17,13% contro l’8,78% dell'S&P 500: divario inedito dagli anni '90.
«I driver sono chiari: valutazioni a sconto storico (Russell a circa 18x P/E forward contro oltre 25x dell'S&P 500 a inizio anno), un contesto monetario più accomodante e politiche fiscali che premiano le aziende a vocazione domestica».
Le analogie con l’Italia non mancano se si osservano il profilo settoriale del listino mid-small italiano, sbilanciato verso industria, beni di consumo e tecnologia, proprio come il Russell, e lo sconto valutativo attuale (P/E 2026 intorno a 12,7x). «Quando il mercato più profondo e liquido del mondo premia le small cap per ragioni di valutazione e composizione, è ragionevole attendersi che l'analoga compressione registrata dalle pmi italiane offra un terreno fertile a una rotazione simile», conclude Manetti. (riproduzione riservata)