L’effetto Orcel, il fattore Cimbri e il coraggio di Lovaglio dietro la risposta di Messina per il controllo di Mps
L’effetto Orcel, il fattore Cimbri e il coraggio di Lovaglio dietro la risposta di Messina per il controllo di Mps
L'energia impressa da UniCredit sui mercati internazionali spinge Intesa Sanpaolo verso una mossa straordinaria per consolidare la propria leadership nazionale. Un duello tra giganti che trasforma la competizione bancaria in una partita a scacchi per ridefinire i confini del capitalismo e delle assicurazioni in Italia

di di Paolo Panerai 12/06/2026 19:30

Ftse Mib
51.497,21 17.40.00

+1,97%

Dax 30
24.635,30 18.00.00

+1,76%

Dow Jones
51.202,26 22.21.31

+0,70%

Nasdaq
25.887,43 22.33.58

+0,31%

Euro/Dollaro
1,1569 22.18.59

-0,04%

Spread
72,84 17.29.49

-3,89

Che cosa avrà pensato e penserà Andrea Orcel dell’operazione lanciata da Carlo Messina?

Probabilmente avrà pensato e penserà di avere, almeno in parte, contagiato lui Messina.

Infatti, di primo impatto, l’operazione su Mps-Mediobanca sembra più da Orcel che del molto più istituzionale Messina.

Ma si sa, il mercato è fatto di azioni e reazioni. E l’intraprendenza di Orcel, non solo in Germania su Commerzbank, ma anche in Italia con la vicinanza, anche operativa, di Francesco Milleri, l’erede morale di Leonardo Del Vecchio, gestore della partecipazione dell’17% in Mps e del 10% in Generali, ha evidentemente funzionato da stimolo nei confronti di Messina. Comunque, il tourbillon degli ultimi 12 mesi, provocato principalmente da Orcel, un effetto lo ha così avuto sul super istituzionale, ancorché penetrante, capo della prima banca italiana.

Tutta l’energia di Carlo Messina

E non erano pochi a domandarsi se l’energia impressa da Messina a Intesa Sanpaolo, che ha portato a risultati economici straordinari, dovesse esaurirsi in operazioni interne al gruppo. La risposta Messina l’ha data quando ha concluso che, per una ulteriore crescita della prima banca italiana, era necessaria una operazione straordinaria esterna. E la decisione di lanciare l’Ops su Mps è di sicuro la più dinamica che poteva essere avviata all’interno del mercato italiano.

Qualcuno l’ha paragonata, facendo sorridere, alla ultima acquisizione che Intesa Sanpaolo aveva compiuto qualche anno fa e cioè la conquista di Ubi. Pensieri distaccati dalla realtà. E non solo perché, se riuscirà, l’ops sulla banca senese sarà sulla più antica banca italiana in servizio, per di più arricchita dalla conquista di Mediobanca, per decenni e decenni la banca (d’affari) più potente del mercato, specialmente fino a quando gli eredi del fondatore Enrico Cuccia hanno operato con buoni risultati.

Ad ogni azione corrisponde una reazione

Ecco quindi confermato il principio della fisica secondo cui a ogni azione (Mps che conquista Mediobanca) corrisponde una reazione, quella di Messina che lancia l’ops per conquistare Mps, ma per non fermarsi lì. Infatti, come terza banca del Paese, Mps possiede la terza rete di sportelli d’Italia e allo stesso tempo, appunto, con la guida coraggiosa e professionale dell’ad Luigi Lovaglio, conquistando Mediobanca è diventata banca universale, cioè capace di ogni tipo e attività nel campo bancario.

Con in più facendo definitivamente risorgere una banca che ha più di 600 anni e allo stesso tempo creando uno schema identico a quello attuato da Messina nella costruzione di Intesa Sanpaolo, se si eccettua il settore assicurativo che Siena non è arrivata a possedere direttamente, ma attraverso Mediobanca, che ha avuto, de facto, il controllo di Generali, cioè della più grande compagnia assicurativa non solo italiana ma anche ai massimi livelli nel mondo.

Il fil rouge tra Messina e Lovaglio

Osservando tutto ciò, si vede uno straordinario fil rouge fra la concezione di Messina, che nel tempo è arrivato a coprire tutti i settori: della banca tradizionale, della banca d’affari e delle assicurazioni e della protezione, e il disegno analogo di Lovaglio, che conquistando Mediobanca, in un colpo solo ha portato a sé appunto la banca d’affari (Mediobanca) e le assicurazioni, anche se indirettamente, attraverso il 13% della grande compagnia Generali in Mediobanca.

Peccato che Messina e Lovaglio siano diventati concorrenti se non nemici, perché se gli fosse capitato di lavorare insieme, assieme al resto del formidabile management di Intesa, avrebbero conquistato altro che le Generali.

Carlo Cimbri, il terzo protagonista della storia

In questa fantastica storia bancaria, finanziaria e assicurativa italiana c’è un terzo personaggio fondamentale, anche se la nascita in Sardegna gli ha lasciato l’istinto di lavorare in silenzio e senza mai esagerare.

È il presidente di Unipol, Carlo Cimbri, senza la spalla del quale neppure Messina avrebbe potuto tentare la colossale operazione che ha impostato. Infatti, se andasse in porto l’ops di Intesa Sanpaolo verso Mps, se non ci fosse già in campo Cimbri, Messina avrebbe il grande problema di dove collocare oltre 600 sportelli bancari dei 1200 che ha Mps, visto che con più della metà supererebbe i limiti antitrust.

Cimbri ha nel suo track record già una importantissima operazione di conservazione di beni e azioni: come capo e presidente di Unipol si è infatti trovato a gestire i consistenti resti del gruppo di Salvatore Ligresti, siciliano autentico, che dall’immobiliare con molte operazioni coraggiose e rischiose era arrivato a comprare la Sai, la compagnia di assicurazione degli Agnelli.

Il salvataggio di Sai e il ruolo di Mediobanca

Sicuramente, lo dice la storia, l’ingegnere siciliano aveva esagerato e inevitabilmente dovette finire nelle mani di Mediobanca, che allora dettava legge su tutto il capitalismo italiano e che aveva fatto più volte da sponda e da spalla agli Agnelli per più di un’operazione andata male. Ad andare male era in particolare la Sai, specializzata nelle polizze RC auto, ma con ambizioni anche più ampie. A un certo punto della loro storia gli Agnelli si accorsero che per tentare di salvare il resto era il caso di privarsi di Sai. E a chi affidarono l’incarico di trovare un compratore? Inevitabilmente a Mediobanca, da sempre arbitro e giocatore del capitalismo italiano.

Nonostante numerosi interventi Sai era vicina al capolinea e che cosa fece Mediobanca? Trovò un compratore, molto prima della sua galera, nell’ing. Ligresti. Ma nel 2012 la situazione Ligresti precipitò, e allora a Mediobanca cosa trovarono come soluzione perché tutti i sottoscrittori di milioni di polizze non rimanessero senza copertura? Appunto Unipol, la compagnia bolognese fondata dalle cooperative di colore rosso, ma che per una banca d’affari come Mediobanca, dove era emerso come potenziale capo un giovane dal nome Alberto Nagel, non era un problema. Fra Nagel e il bravo e misurato Cimbri, fu abbastanza facile non lasciare senza polizza i numerosi sottoscrittori di garanzie per la RC auto, anche se Sai aveva quote di mercato anche negli altri rami.

Il ruolo di Cimbri nell’operazione

Il salvataggio di Sai fu una delle operazioni di maggiore benemerenza per Mediobanca, al di là delle tecnicalità ardite che furono usate. Ma se non ci fosse stato Unipol, con a capo il giovane Cimbri l’operazione non avrebbe potuto avere successo.

Fu per il salvataggio Sai che fra Nagel e Cimbri nacque un’autentica e forte amicizia, in una operazione nella quale tutti e due evitarono di mostrarsi conformisti: cioè capitalista Nagel e con convinzioni forti di sinistra il bravissimo Cimbri.

Oggi a mostrare idealmente, ma anche materialmente, gli straordinari risultati che Unipol ha raggiunto sotto la guida prima come ad e ora come presidente del sardo-bolognese Cimbri, c’è la straordinaria torre-grattacielo a Milano, nello spazio dove i grattacieli non mancano ma non di questo livello, appunto la sede Unipol.

Il coraggio di Lovaglio

Come è noto, la scalata di Lovaglio a Mediobanca è stata straordinaria per coraggio (nessun’altro si sarebbe messo contro gli eredi di Cuccia) e anche per efficienza, l’efficienza di quel banchiere con baffi e non alta statura, che corrisponde appunto a Lovaglio. Il quale Lovaglio, dopo una brillante carriera e posizione in Unicredit, aveva avuto il coraggio di lasciare il grande gruppo per andare e rilanciare alla grande la banca Credito Valtellinese, prima di approdare in un Mps ancora traballante. Per il salvataggio e il rilancio di Creval prima e poi Mps in un tempo straordinariamente breve, Lovaglio meritò nel 2023 il premio di «Banchiere dell’anno» che questo giornale assegna a chi ha ottenuto le migliori performance.

Con coraggio e capacità il banchiere di origini lucane (ma guarda i casi della vita, laureatosi a Bologna, sede di Unipol!), in pochi anni ha ricostruito Mps, che, giova ripeterlo, ha oltre 600 anni di vita. Un coraggio, quello di Lovaglio, da permettergli di tentare una performance, che molti hanno cercato prima di lui di compiere ma senza successo.

Lovaglio ha conquistato troppo potere?

E soprattutto il coraggio e la capacità di andare oltre, cioè di non fermarsi al risanamento ma di tentare appunto la conquista della banca d’affari che aveva comandato l’Italia. Inevitabilmente Lovaglio si è conquistato la stima e la fiducia del più professionale dei ministri dell’economia degli ultimi anni, il leghista Giancarlo Giorgetti, che si era stancato di immettere capitali nella banca storica senese per non farla fallire. Ma si è trovato contro molte altre influenti figure del sistema italiano. Conquistare Mediobanca, come ha fatto, era come profanare la memoria del dominus assoluto, per decenni, del sistema bancario e finanziario italiano, il fondatore di Mediobanca, Enrico Cuccia.

A Milano, in non pochi, hanno cominciato a pensare che Lovaglio avesse conquistato troppo potere, perché oltre a quello acquisito di Mediobanca, c’era quella partecipazione storicamente custodita da Cuccia e dai suoi eredi, e cioè la maggiore in Generali.

Il rischio di concentrazione di potere a Siena

Così, con questo dettaglio (si fa per dire), i concorrenti hanno serrato le file e dal suo ufficio sulla Salaria anche il bravissimo ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, si è convinto che forse era troppo lasciare Mediobanca e il 13% di Generali in una banca che era stata sull’orlo del fallimento e che, dopo il salvataggio, continuava a essere gestita da un uomo senza paura come Lovaglio ma con una governance interna molto complicata.

A creare il clima per una operazione straordinaria verso Mps ha sicuramente contribuito anche la quadratura che Messina e i suoi molto capaci collaboratori hanno intravisto e cioè che a Siena si stava concentrando troppo potere, mentre a Milano, un altro banchiere senza paura, Orcel, stava conquistando la seconda banca tedesca e con essa anche il pieno consenso di un’azionista, Francesco Milleri di Delfin, presente con quote elevate sia in Unicredito che a Siena che nelle Generali. Due più due non fa spesso quattro ma anche 6 o 7.

Chi vince con la controffensiva

È partita così la controffensiva, che non è tanto e soltanto verso Lovaglio quanto verso l’ipotesi che attraverso Milleri si saldino gli obiettivi di Lovaglio, ex Unicredit, e di Orcel capo attuale di Unicredito, anche per la gestione di quel fondamentale 13% di Generali.

Si è così aperta la più interessante competizione nella storia del sistema bancario e assicurativo italiano.

E a trarne grandissimo profitto, se dovesse andare in porto l’ops di Intesa-Sanpaolo verso Mps, sarebbe proprio il bravo Cimbri, pronto a rilevare da Intesa Sanpaolo i 600 sportelli eccedenti la capacità di legale assorbimento da parte di Messina. E con quei 600 sportelli ex Mps, apportandoli a Bper, di cui ha ora circa il 20%, il presidente di Unipol arriverebbe al 40% della banca partecipata, che cambierebbe nome in Monte dei paschi, ma senza «di Siena». Paradosso dei paradossi in una città come Siena, per anni e anni con amministrazioni comunali comuniste o di sinistra e ora invece in mano alla destra. Chi sa se le radici rosse di Siena potranno riemergere con il controllo dei residui della vecchia banca in mano alla lega comunista delle cooperative.

Miracoli di Lovaglio! Anche se certo ne farebbe volentieri a meno.

Il ricordo del Professor Natalino Irti

Ho conosciuto il Professor Natalino Irti 40 anni fa, quando arrivò a Milano per presiedere, in maniera esemplare, il Credito Italiano. Ma non è stato solo per questa antica conoscenza, o meglio amicizia anche se caratterizzata dal Lei, che quando, un anno fa, fu palese il tentativo l’imprenditore edile romano ed editore sui generis, di entrare nel consiglio di amministrazione di Class Editori, che il Professor Irti mi telefonò.

Se non le dispiace, esordì, sono pronto a difendere io Class Editori. Detto fatto. Con la partecipazione del suo più bravo allievo, il prof. Silvio Martuccelli, il grande giurista e avvocato, ha vinto per noi il cosiddetto 800, cioè il provvedimento d’urgenza. Grazie Professore, riposi in pace, quella pace che la Sua serenità di straordinario giurista ci ha trasmesso nel difendere la nostra indipendenza. Le più sentite condoglianze a tutta la famiglia del Professore e a tutti i suoi allievi, che da Lui hanno imparato la serenità dei giusti. (riproduzione riservata)